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Le provocazioni di Mentana? Usiamole per riflettere su noi stessi. L'Autonomia è un modello che deve essere raccontato

Da uno dei più conosciuti giornalisti italiani non ci aspettavamo tanta ignoranza e superficialità ma ciò deve farci riflettere. Perché non sarà il nostro livello di indignazione a difendere l'Autonomia. Tutto dipenderà da quanto saremo bravi a spiegarla e a confrontarci sul suo essere modello, anche dal punto di vista sociale.
DAL BLOG
Di Franco Panizza - 05 ottobre 2017

Segretario politico del Patt e Senatore nella XVII legislatura 

Ieri, dalla sua pagina Facebook, Enrico Mentana è tornato ad attaccare la nostra autonomia. Che peccato, da uno dei più conosciuti giornalisti italiani non ci aspettavamo tanta ignoranza e superficialità sulla nostra vicenda storica e culturale. Le sue parole sono però soprattutto la spia di quel sentimento contro la nostra autonomia che più volte abbiamo denunciato. L’autonomia, nel clima di sfiducia e di antipolitica, è stata raccontata come un insopportabile privilegio, inserita nella lista dei capri espiatori dei mali del Paese. Per i suoi detrattori è stato un gioco abbastanza semplice e le responsabilità sono anche nostre.

 

Per troppi anni ci siamo adagiati sulla convinzione che bastasse fare leva sul determinismo delle norme che regolamentano la nostra specificità per riaffermare la nostra specificità storica e culturale. Non è casuale che tra le giovani generazioni non vi sia la giusta consapevolezza sul valore dell’autonomia. Questo perché, anche tra le nostre mura, è stata troppe volte declinata come semplice benessere economico e non come patrimonio di valori che mette al centro la responsabilizzazione di una comunità e dei suoi membri.

 

Abbiamo cioè rinunciato a compiere un’opera più complessiva, di carattere culturale, che guardasse non solo a noi ma al contributo che la nostra esperienza poteva portare a tutto il Paese. Affermando, cioè, che il modello autonomistico è una strada per far vivere le diversità, valorizzarle e farle crescere, per afferrare la globalizzazione dal verso giusto. Quello di territori proiettati su una scala internazionale dal punto di vista della competitività dei prodotti, delle possibilità turistiche, dell’essere cerniera tra l’est e l’ovest o, come nel caso del Trentino e del Sudtirolo, tra il nord e il sud dell’Europa.

 

È un treno che è già passato? No, a condizione che si cambi approccio. Perché non sarà il nostro livello di indignazione a difenderla. Tutto dipenderà da quanto saremo bravi a spiegarla e a confrontarci sul suo essere modello, anche dal punto di vista sociale. Gli ultimi dati della CGIA di Mestre ci dicono che la nostra Regione è seconda solo alla Lombardia per quota pro-capite di versamenti all’erario. Questo perché, da un lato, noi viviamo l’evasione fiscale come un venir meno ai doveri della collettività (e ogni tanto sarebbe bene ricordarlo al resto del Paese). Ma anche perché ci sono redditi più alti, che non cadono di certo dall’alto, ma che sono il risultato del lavoro del nostro sistema imprenditoriale e di quello della cooperazione, della nostra forte etica del lavoro, nella cornice di un più efficiente sistema amministrativo e di una politica concreta di sostegno alla crescita imprenditoriale.

 

È questa l’autonomia che dovremmo andare a raccontare in giro per il Paese, come ha cercato di fare il presidente Rossi con la sua pubblicazione “Territori. L’autogoverno locale che fa bene al Paese”. L’autonomia che ha saputo trovare un interessante punto di equilibrio tra sviluppo economico e coesione sociale, tra infrastrutturazione e cura del territorio e del patrimonio ambientale. E sarà altrettanto importante trasmettere ai giovani di casa nostra l’autonomia come modello sociale, quello speciale rapporto sentimentale che fa evolvere un insieme di individui in una vera comunità. Una comunità a cui ti senti orgoglioso di appartenere e in cui ciascuno si sente importante per costruire il presente e il futuro della propria terra.

 

Usiamo quindi anche le nuove parole di Mentana come provocazione per riflettere su noi stessi, su come rendere più dinamica e al passo coi tempi la nostra autonomia, su come fare in modo che sia anche una sfida culturale, oltre che amministrativa. Il rivendicare l’esigenza di uno spazio multimediale alle Albere in grado di trasmettere a tutti il senso profondo della nostra autonomia, non lo facevo certo per una mania di autocelebrazione, ma perché ne avvertivo, e ne avverto ancor più oggi, l’esigenza.

 

Come Partito Autonomista siamo pronti a fare la nostra parte, ma la questione riguarda tutti: un impegno che deve veder coinvolto l’intero arco della società trentina, dalle forze sociali a quelle economiche, a quelle politiche, al mondo della scuola, della cultura e dell’Università. Siamo ancora in tempo per farlo, ma questo tempo non sarà infinito.

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