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| 25 ottobre | 15:46

Sui soldi dell'8x1000 dati alla Chiesa lo Stato nulla può in termini di controllo: la sentenza inquietante che toglie la maschera della laicità a un finanziamento senza regole

Sui soldi dell'8x1000 dati alla Chiesa lo Stato nulla può in termini di controllo
DAL BLOG
Di Giacomini Alessandro - 25 ottobre 2026

Giacomini Alessandro, ha sostenuto, sotto ogni forma, l'indipendenza del pensiero e delle azioni sia dell'uomo sia dello stato nei confronti di qualsiasi chiesa o fede religiosa. Attualmente collabora con MicroMega.

​La Cassazione ha recentemente stabilito che la Corte dei conti non può contestare danni erariali sulle somme destinate alla Chiesa cattolica, un pronunciamento che trasforma la libertà religiosa nel privilegio dell'impunità finanziaria, confermando l'urgenza di superare il sistema concordatario. C’è una concezione singolare della laicità che si muove nei corridoi della magistratura italiana, quella che, anziché garantire la neutrale separazione tra Stato e confessioni religiose, codifica l'insindacabilità dei privilegi ecclesiastici.

 

L'ultima conferma arriva dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione ( 1 ) , che hanno stabilito un principio tanto netto quanto sconcertante: la Corte dei conti non ha alcuna giurisdizione per contestare l'eventuale danno erariale sull'impiego dei fondi dell'otto per mille una volta che questi sono entrati nelle casse delle diocesi. ​Secondo i giudici supremi, la “laicità” sancita dall’articolo 7 della Costituzione “esclude che le finalità contemplate” dall’obbligo di rendicontazione, prescritto dalla legge n. 222/1985, “siano assunte in carico dallo Stato italiano quali scopi di interesse pubblico”.

 

E ancora: “Il finanziamento pubblico risponde allo scopo di salvaguardare la libertà di religione in un regime di pluralismo confessionale e culturale”. ​Il volteggio concettuale è degno dei migliori sofismi: lo Stato eroga centinaia di milioni di euro di soldi pubblici e poi si dichiara incompetente a verificare se quegli stessi soldi siano stati spesi in modo lecito o sottratti alla collettività. Se qualsiasi associazione, ente del terzo settore, impresa o privato cittadino che gestisce risorse pubbliche è soggetto al controllo stringente della magistratura contabile, la Conferenza Episcopale Italiana gode invece di un regime di extraterritorialità finanziaria.

 

Una volta varcata la soglia d'ingresso delle sacrestie, il denaro del contribuente cambia natura metapsichica, smette di essere pubblico e diventa insindacabile. ​A rendere grottesco questo quadro istituzionale non è solo la teoria del diritto, ma la prosaica realtà dei fatti da cui la sentenza trae origine.

 

La vicenda riguarda la diocesi di Trapani e la gestione opaca di circa 403 mila euro provenienti proprio dall'otto per mille. L’ex vescovo Francesco Micciché era stato accusato di aver dirottato circa 400 mila euro su conti privi di obbligo di rendicontazione tra il 2007 e il 2012, effettuando persino prelievi personali (solo negli ultimi mesi del suo mandato, circa 2 mila euro). ​La Corte dei conti aveva tentato di spezzare la cortina di fumo, contestando il danno erariale per quelle risorse distratte, ma la Cassazione ha stoppato tutto, ribadendo che la gestione di tali “litigi” appartiene alla giurisdizione ecclesiastica. Un’autentica enclave contabile in cui la Chiesa giudica se stessa, con le sue regole, la sua riservatezza e i suoi tempi, al riparo dallo sguardo dei magistrati contabili italiani.

 

Questa sentenza mette a nudo l'ipocrisia di un sistema che regge le proprie fortune su una precisa manipolazione mediatica. Da anni, le campagne pubblicitarie della Cei promozionano l'otto per mille inondando i media di immagini toccanti, mense dei poveri, centri d'accoglienza, sacerdoti di periferia dediti agli ultimi, missioni nei paesi in via di sviluppo, tutta l'impalcatura comunicativa è interamente costruita sull'altruismo e sulla carità, ma i dati reali narrano un'altra storia.  La stragrande maggioranza del miliardo di euro abbondante che ogni anno viene drenato dal meccanismo dell'otto per mille va a finanziare il sostentamento del clero e le esigenze del culto, ossia la struttura burocratica e pastorale della Chiesa stessa, alle attività caritative nude e crude vengono destinate solo percentuali minoritarie. L'immagine della Chiesa "ospedale da campo" serve da paravento promozionale per rastrellare risorse che alimentano l'apparato clericale.

 

​Il combinato disposto tra assenza di rendicontazione pubblica e opacità d'impiego apre scenari veramente inquietanti. Se la Corte dei conti non ha il potere di verificare come le singole diocesi spendano i finanziamenti ricevuti, chi garantisce che quelle risorse non vengano utilizzate per coprire esigenze ad altissimo tasso di criticità etica e penale? ​È lecito e doveroso porsi la domanda, in una stagione storicamente segnata dalle sterminate inchieste sui reati di pedofilia e abusi commessi dai membri del clero, quante di queste risorse "senza volto" finiscono per finanziare le difese legali degli imputati, o per pagare risarcimenti e transazioni riservate intese a mettere a tacere gli scandali?

 

Nel momento in cui lo Stato rinuncia a tracciare la destinazione finale del denaro pubblico erogato, si rende complice di qualsiasi utilizzo privato o difensivo che la gerarchia decida di farne nelle sue segrete stanze.​ L'ordinanza delle Sezioni Unite non fa che confermare una diagnosi storica: il meccanismo dell'otto per mille e l'intero impianto concordatario non sono strumenti di libertà confessionale, ma dispositivi di privilegio politico ed economico, un sistema concepito in epoca fascista con i Patti Lateranensi, ridisegnato nel 1984 con la revisione di Villa Madama e tuttora strutturato per favorire smaccatamente la Chiesa cattolica rispetto a qualsiasi altra fede o alle opzioni laiche.

 

​Un meccanismo iniquo che distribuisce la quota delle opzioni non espresse in proporzione alle scelte effettuate, regalandone la quota maggioritaria alla Cei, trova oggi la sua definitiva blindatura giuridica:

prendere i soldi dallo Stato, ma rifiutare la giurisdizione dello Stato.

 

In un Paese in cui la Corte dei Conti contesta ai sindaci persino la spesa per un mazzo di fiori istituzionale, dinanzi alle diocesi il rigore contabile svanisce d'incanto, ma guai a chiedere all'esecutivo un intervento normativo per ristabilire un minimo di controllo pubblico sul denaro dei contribuenti. E pensare che al governo ora ci sarebbero i cosiddetti sovranisti: eppure la sovranità, evidentemente, si ferma esattamente sul sagrato della chiesa.

 

D'altronde, la simbiosi è antica e collaudata: Dio, patria e un bilancio riservato che è meglio non disturbare e la risposta di Palazzo Chigi è un devoto, quanto opportuno, silenzio stampa.

 

Se la "laicità" della Repubblica deve ridursi all'impotenza contabile di fronte alle casse della Chiesa, significa che il concetto stesso è stato svuotato di ogni significato democratico. L'unica risposta seria ed emancipatrice non può che essere politica, l'abolizione dell'otto per mille e il definitivo superamento del sistema concordatario, affinché ogni confessione religiosa si mantenga con i contributi volontari dei propri fedeli e sia tenuta, come qualsiasi altro soggetto, a rispondere delle proprie azioni davanti alla legge terrena.

 

 

Link:

https://ntplusdiritto.ilsole24ore.com/art/otto-mille-niente-giurisdizione-contabile-zuppi-riconosciuta-l-autonomia-chiesa-AJAkZEKB?refresh_ce=1

 

( 1 ) Corte di Cassazione a Sezioni Unite, con ordinanza n. 24778 del 26 agosto.

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