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Zingaretti e Maestri sfide diverse ma con una parola d'ordine comune: ''Ricostruzione''

Il popolo del Partito democratico ha risposto con un grande ''presente'' sia su scala nazionale che locale. Bene fa il nuovo segretario a partire da Torino e da quel 'Sì Tav' che sa di Europa e progresso. Per la segretaria provinciale la missione è ridare un'anima al Pd del Trentino mai come oggi alla ricerca di una nuova via
DAL BLOG
Di Giulia Merlo - 04 marzo 2019

Scrive di cronaca giudiziaria e politica per il quotidiano Il Dubbio

Primarie compiute. Ora il Pd e il Pd Trentino hanno un segretario, scelti entrambi con un consenso popolare che supera le aspettative: adesso è il momento di ingranare la marcia. Che un partito di opposizione porti fuori di casa in una bella  domenica di sole un milione e 800 mila persone in Italia e 11 mila in Trentino è quasi un miracolo, di cui va dato atto al Partito Democratico. Vedere le file davanti ai circoli di tutta Italia, gli anziani e i giovani in coda, le facce dei tanti volontari che correvano a fotocopiare nuove schede per votare è stata una sorta di riconciliazione con il proprio mondo e anche, forse, con una fetta di quei delusi che oggi tornano sui loro passi. I segnali erano arrivati, silenziosi, dagli ottimi risultati di affluenza nelle elezioni dei segretari regionali silenziate dalla stampa.

 

Eppure tutti sono rimasti col fiato sospeso fino all’ultimo, preferendo dichiarazioni prudenti che parlavano di successo con un milione di votanti. Invece, gli elettori danno e gli elettori tolgono. Questa volta hanno dato. Speriamo ora che i neoeletti Nicola Zingaretti e Lucia Maestri appendano nei loro uffici un cartello con la data 3/4 marzo, senza anno però: la sconfitta alle politiche del 2018 e il successo alle primarie del 2019 facciano riflettere. Adesso, con questo tesoretto di fiducia, comincia la vera sfida. Se di parola d’ordine si può parlare - in questo mese di campagna elettorale un po’ spenta almeno sul piano degli slogan - questa è ricostruzione. A Trento e a Roma. Con un obiettivo stampato in mente: le europee di maggio, in cui la fiducia ricevuta potrebbe crescere o potrebbe sgonfiarsi. Troppo presto? Difficilmente i tempi della politica sono quelli che la vorrebbe.

 

Partendo dal Pd nazionale, qualche linea è stata tracciata: Zingaretti ha vinto con un consenso che oscilla tra il 65% e il 70%, a occhio e croce circa 1,2 milioni di voti. In vista delle europee, il Manifesto di Calenda è pronto ma manca la strategia per dare forma un progetto partito col vento in poppa e ora frenato dalle mancate adesioni di Verdi, Più Europa e Italia in comune. La piattaforma va costruita, ma il lavoro è già abbozzato. Più complicata la questione interna: Matteo Renzi ha fatto i complimenti e aperto al dialogo, i due contendenti hanno riconosciuto la vittoria e chiesto unità. Se sinceri, sono ottimi segnali. Il voto a Zingaretti è stato un modo per chiedere un Pd che guardi più a sinistra di quanto non facesse il renzismo, che riconosca il valore del proprio essere partito e non solo classe dirigente, che consideri proprio il partito come incubatore di quel radicamento territoriale che è stato la forza della sinistra e che in questi anni è stato usurpata dalla Lega.

 

Zingaretti dovrà essere eccezionalmente bravo nel cambiare faccia al Pd, salvando però il buono della stagione renziana - e ce n’è stato, almeno sul piano dei diritti - per non perdere i tanti amministratori giovani che governano sui territori e che proprio con Renzi hanno deciso di fare politica e i tanti elettori che in quel percorso si sono riconosciuti. Come primo passo da segretario, Zingaretti ha detto che andrà a Torino, a visitare i cantieri della Tav. E’ una mossa intelligente per tre ragioni: la piazza di Torino per il sì alla Tav ha dato il via alla stagione del risveglio del progressismo civico, di cui il Pd deve essere riferimento; il Piemonte andrà presto alle elezioni regionali e ha alla guida Sergio Chiamparino, uno dei migliori amministratori dem, ricandidato; la Tav può essere il grimaldello per sfondare la porta del conflitto tra gli alleati di governo, Lega e 5 Stelle. Inoltre, parlare di Tav significa parlare di Europa, di europeismo che dà invece che togliere, di sviluppo europeo che va di pari passo con lo sviluppo italiano.

 

Venendo alla vicenda trentina, Lucia Maestri eredita una situazione drammatica, lenita dall’enorme spirito di servizio dei militanti locali, che ieri hanno dato prova tangibile che il partito ancora esiste. Il Pd trentino è in crisi di identità e di elettori: lo schema a tridente del centrosinistra autonomista si è liquefatto alle ultime provinciali; il comune di Trento è in piena crisi di nervi; i consiglieri provinciali devono ancora pienamente adattarsi al ruolo di opposizione. Che fare, dunque? Maestri, nella sua prima dichiarazione da segretaria, ha detto due cose. Ha dato un primo indirizzo politico: riaprire il dialogo col Patt, cercando gli elementi che uniscono gli autonomisti al centrosinistra più che alla Lega. Non sarà un percorso facile e la riuscita è dubbia, inoltre solleverà più di qualche mugugno da parte di chi, nel Pd, considera chiusa quella stagione.

 

Vedremo se questo pagherà sulla lunga distanza, eppure bisogna riconoscere che è una direzione: e al Pd una linea precisa mancava da tempo. Significa riaprire i tavoli di confronto e i canali di comunicazione dopo gli stracci delle provinciali, ma chi ha votato Maestri lo ha fatto anche perché riconosce in lei una dirigente di esperienza, con le spalle abbastanza larghe da immergersi in una vasca di squali. Maestri ha poi tracciato la rotta di ricostruzione del Pd: parlare con la cooperazione, il sociale e il volontariato. Insomma, riaprire il partito ai mondi che ha sempre rappresentato e con i quali è entrato in crisi silenziosa, come hanno dimostrato sia il 3 marzo e il 21 ottobre, alle politiche e alle provinciali. Forse, alla lista andrebbero aggiunti anche i rappresentanti delle imprese e dell’artigianato, che più hanno sofferto in questi anni di crisi e sono il bacino inesplorato dal Pd: probabilmente saprebbero spiegare ai dem cosa hanno sbagliato, anche quando erano al governo, con occhio meno indulgente rispetto a quello di un elettorato storicamente di riferimento.

 

Infine, una sfida accomuna sia Zingaretti che Maestri. La forma partito è il modo d’essere della sinistra, ed è una forma indubitabilmente complessa. Una forma che fa maturare esempi di partecipazione e pluralismo come sono state queste primarie, ma che può essere anche caotica e difficile da spiegare all’esterno. Ecco: lo sforzo che è richiesto al leader nazionale e alla leader locale è questo. Bisogna che entrambi imparino a raccontare. Agli analisti politici piace chiamarla “narrazione” e oggi si fa con tanti strumenti: con le mozioni congressuali, ma soprattutto coi social, con gli incontri pubblici ma anche con le interviste e con le dichiarazioni. In altre parole, il Pd deve imparare a raccontarsi meglio, utilizzando gli strumenti del passato che padroneggia già molto bene e gli strumenti del futuro con cui stenta ancora. I tempi sono cambiati e servono nuove parole. Bisogna trovarle.

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