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Da Bruno Kessler a Guarino e Stringa: storia della ricerca che ci ha resi grandi

Oggi è tempo di Smart City, ieri un pugno di visionari si è messo all'opera e tra frasi come "cosa sarai su che i studia quei mati fora dal mondo?" ha reso internazionale il Trentino. La sfida, adesso, è non sprecare quell'energia
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Di Lorenzo Dellai - 10 settembre 2016

Eletto presidente della Provincia di Trento per la prima volta nel 1999 resta in carica fino al 2012 quando si dimette per entrare poi alla camera dei deputati con la lista Scelta Civica nel 2013. Oggi è alla guida di Democrazia Solidale

Nel suo percorso verso l'innovazione, il Trentino ha trovato un visionario operoso e lungimirante in Bruno Kessler. Dopo di lui, chi più chi meno, siamo vissuti di rendita. Sul solco tracciato - in termini politici e culturali prima che tecnici - ogni amministrazione che si è succeduta ha cercato di adeguarsi ai tempi mutati, di correggere la rotta ove era ritenuto giusto, di implementare la rete delle strutture e di dare forza e priorità a qualche intervento: ma il solco, appunto, era tracciato.

Bruno Kessler aveva intuito una cosa semplice e assieme non banale. Bolzano aveva una architrave robusta sulla quale fondare il processo di costruzione dell'Autonomia post Pacchetto: l'equilibrio tra i gruppi linguistici e la difesa della minoranza nazionale austriaca dentro lo Stato Italiano. Trento doveva trovare la sua architrave: e l'ha trovata appunto in un mix fatto di cultura, formazione, ricerca, apertura, innovazione. Era il risvolto di una idea di riscatto da parte di un territorio sempre rimasto periferia, che periferia non voleva più rimanere.

Senza questo mix - e sopratutto senza innovazione - il Trentino non avrebbe potuto  trasformare l'Autonomia giuridica in progresso sociale ed economico duraturo. Cosi e' stato e così dovrà essere. Anche - e direi sopratutto - nel prossimo futuro.
L'iniziativa della città di Trento di questi giorni, giocata attorno alla suggestione della Smart City, va in questa giusta direzione. Segue il solco, ponendosi gli interrogativi di questo tempo nuovo e ragionando sulle sue opportunità. Sembrano lontani quei primi mesi del '92: allora il Comune di Trento, con una iniziativa un po' irrituale che creò un certo scalpore, raccolse la provocazione di alcuni visionari dell'epoca - in primis ricordo bene Fernando Guarino - e decise di stanziare un piccolo fondo, pressoché simbolico viste le sue disponibilità, per sostenere la nascita del primo nucleo accademico nel campo dell'informatica.

 

Oggi Trento e il Trentino sono riconosciuti e stimati nel panorama internazionale del settore. C'è voluto un lavoro enorme fatto di sacrifici finanziari, di scommesse, di reclutamento dei migliori a livello mondiale.
La suggestione della Smart City - o, meglio, della Smart Land, per ricordare il bel saggio di Aldo Bonomi - ci ripropone il senso e l'urgenza di non interrompere questo percorso. Di non abbandonare per nessuna ragione al mondo questo solco. E anzi, di implementarlo con le nuove, progressive opportunità. Abbiamo bisogno di forte volontà politica, amministrativa e scientifica per capitalizzare gli investimenti fatti in più di quarant'anni. Guai a noi distrarci a seguito di qualche fallimento o accontentarci di varianti meno ambiziose, più banali, del nostro sistema integrato di formazione-ricerca-innovazione.

E guai a noi cadere nella trappola micidiale della "frenesia da ricadute immediate" della ricerca. Ricordo bene il tam tam di molti benpensanti all'epoca, quando Kessler, Ferrari, Stringa e tutta la leva dei giovani ricercatori dell'Irst - oggi professionisti che la comunità scientifica internazionale ci invidia - mettevano le basi del progetto del l'intelligenza artificiale. La parola d'ordine era: "cosa sarai su che i studia quei mati fora dal mondo?". Se non l'avessero fatto, oggi noi non saremmo nessuno in Italia e nel mondo in questo settore strategico e non avremmo costruito un modello capace di attirare competenze e intelligenze indispensabili per il nostro futuro.

Questo percorso ha bisogno di slancio, risorse, fiducia e sostegno dalla politica. Ha bisogno di liberare le energie, di superare i vincoli sempre presenti della conservazione e della difesa dello status quo. Ha anche bisogno di maggiore integrazione tra scuola, università, fondazioni di ricerca, pubblica amministrazione e imprese. Ha bisogno di evidenziare gli investimenti importanti - sia immateriali che materiali - per rafforzare la narrazione di un progetto che non può mai affievolirsi, poiché basta poco - in questo campo - per demolire ciò che si è fatto nel corso di decenni. 

 

Su questo piano, la città di Trento può veramente recuperare attorno al rilancio delle sue attività di ricerca e innovazione il profilo di un progetto comunitario forte e inclusivo. Questo antico percorso ha bisogno però sopratutto di tensione culturale e politica: poiché - come dicevo all'inizio - la sfida dell'innovazione non è principalmente tecnologica. È principalmente questione di cultura, di spirito e di attitudine sociale.

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