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| 21 gennaio | 12:24

Una delle più grandi imprese letterarie di tutti i tempi, il monologo finale in libertà della Penelope novecentesca di James Joyce

DAL BLOG
Di Nicola Zoller - 21 gennaio 2026

Socialista dal 17° anno d'età, continua a dedicarsi allo studio del pensiero progressista e democratico

Leggiamo determinati romanzi perché  ci permettono di accostarci ai pensieri di altre persone, poco importa che siano immaginarie e cartacee: interessa invece che la loro rappresentazione romanzesca ci aiuti effettivamente a capire le persone reali.

 

L’impresa talvolta è agevole, altre volte complicatissima. È il caso dell’opera di James Joyce (Dublino 1882-Zurigo 1941), Ulisse, uno dei più famosi e complessi romanzi della letteratura moderna contemporanea, che narra una vicenda svoltasi a Dublino in un solo giorno, il 16 giugno 1904.  Per accedere all’opera mi sono concentrato sulle sue sessantacinque pagine finali (nell’edizione Oscar Biblioteca Mondadori del 1980), perché lì è riportato il più celebre monologo dei romanzi novecenteschi, quello di Molly Bloom, la Penelope nella versione joyciana; ma anche perché affrontare l’impegno di un pur conciso commento da dedicare all’intero romanzo non rientrava nelle mie forze.

 

Così, come è accaduto per I fratelli Karamazov (di cui ho meditato due capitoli La rivolta e Il grande inquisitore) e per l’Eneide (il professore Sermonti ha consigliato di concentrarsi sul Libro Secondo, quello che racconta della caduta di Troia e la fuga di Enea verso il Mar di Sicilia), mi sono dimessamente limitato a compitare – nel senso di leggere faticosamente, visto che si tratta di otto lunghi paragrafi senza punteggiatura e separazioni nette – quello che è ritenuto il soliloquio che rappresenta una delle più grandi espressioni del pensiero femminile del Novecento.

 

È infatti un profluvio libero di parole senza alcuna interruzione, uno scorrere impetuoso di pensieri di Molly Bloom (nata in una famiglia cosmopolita a Gibilterra col nome di Marion Tweedy) che – in piena notte, distesa nel letto accanto al marito Leopold – esprime desideri, immagini, ricordi della sua vocazione artistica di mezzosoprano, emozioni…senza un filtro logico o grammaticale: di qui la calibrata scelta joyciana di non frapporre punteggiatura alcuna alle riflessioni della sua autonoma ed emancipata Penelope.

 

Lei non è solo la moglie di Leopold Bloom, il moderno Ulisse di Joyce che si occupa ordinariamente – ma con l’abilità di un un flâneur ben immerso nella vita urbana – della vendita di spazi pubblicitari sui giornali di Dublino. Molly è anche un totus femminile: donna, amante, madre, figlia, in pienezza di spirito, fisicità e memoria. Pensa e parla liberamente del suo corpo e della sua mente, del piacere e del desiderio senza filtri morali, esprime frustrazione e ribellione per il modo in cui le donne sono giudicate dagli uomini e dalla società che impone loro silenzio e sacrificio; ma riflette anche sul suo potere seduttivo e sul desiderio che suscita negli uomini, con la consapevolezza del proprio fascino, con la forza del suo essere donna e della sua forte voce.

 

Ricorda così episodi della sua giovinezza, il primo amore col giovane ufficiale Mulvey, il matrimonio con Leopold, la maternità con la nascita di Milly e poi il progressivo distacco dalla figlia, la perdita a soli undici giorni del figlioletto Rudy la cui morte ha causato la distanza emotiva e sessuale col coniuge, il suo attuale amante Boylan che però ora vorrebbe liquidare, l’attrazione per il giovane intellettuale Stephen Dedalus, infine medita sul suo rapporto con il marito, logorato ma ancora non privo di amore e complicità.

 

Al di là delle considerazioni nostre e di quelle della ben più profonda critica letteraria, sono le parole dirette del romanzo a rappresentare l’esatta forza sentimentale ed erotica di Molly. Le trovo magnificamente rappresentate da questo passo, in cui si scrive dissolutamente del giovane aspirante poeta Stephen: "… ho avuto spesso voglia di baciarlo dappertutto anche l’uccellino così innocente mi piacerebbe prenderlo in bocca se non ci fosse nessuno a guardare pare ti chieda di essere succhiato sembrava così pulito e bianco con quella faccia di bambino e lo farei in mezzo minuto anche se me ne andasse giù un po’ beh è come semolino d’avena o rugiada non c’è nessun pericolo e poi è tanto pulito in confronto a quei porci degli uomini io dico che non ci pensano neanche a lavarselo da un capo all’altro dell’anno la maggior parte soltanto è questo che fa venire i baffi alle donne sono sicura sarebbe una gran cosa se mi mettessi con un bel poeta giovane alla mia età… io posso insegnargli il resto lo farò godere dalla testa ai piedi fin quasi a svenirmi sotto scriverà su di me amante e amica pubblicamente anche con le nostre 2 fotografie su tutti i giornali quando diventerà celebre".

 

Molly ha una mente libera, può permettersi fantasie trasgressive, eppure il suo è un pensiero fugace che le permette di fare un paragone con l’amante Boylan, che pur essendo un impresario musicale "non ha educazione né raffinatezza": ha la mania di sculacciarla, non sa mai fare una conversazione, è abile solo a letto, non le fa mai un apprezzamento. "Come faccio – si chiede – con questo zotico?". Eppure per lei è stato un diversivo utile a fuggire dalla routine matrimoniale, a trovare conferma di essere desiderabile, a farle rivalutare la sua sensualità (Umberto Eco – da irraggiungibile navigante tra gli umani pensieri – insinua che sia stato il marito Leopold "ebreo dublinese sensuale e pasticcione, a mettere quell’amante nel letto della moglie insoddisfatta").

 

Sia come sia, alla fine Molly riflette sul conflitto tra desiderio e realtà, finché prevale il pensiero per il marito che ancora la ama, quell’uomo con cui da anni non fa l’amore lasciandolo – da Ulisse antiomerico – con la sua mascolinità ferita, costretto alla soddisfazione ‘vicaria’  della masturbazione e alle visite dei bordelli. E allora Molly, come atto di riconciliazione, nonostante le incomprensioni, la freddezza e i tradimenti, rievoca il loro primo incontro amoroso, il loro amplesso tra i roseti e i gelsomini e la loro promessa d’amore. Le ultime frasi del romanzo sono tra le più vibranti d’amore del Novecento letterario: "… gli chiesi con gli occhi di chiedere ancora sì  e allora mi chiese se io volevo sì dire di sì mio fior di montagna e per prima cosa gli misi le braccia al collo sì e lo tirai giù verso di me perché sentisse il mio seno tutto profumato sì e il suo cuore batteva come impazzito e sì dissi sì voglio Sì".

 

Quel punto finale è il primo e unico segno di punteggiatura dell’intero episodio finale. Siamo dunque proprio alla fine. Vale la pena di riportarlo nella lingua originale: "… and yes I said I will Yes". Molly si riappropria così della storia, è lei che decide di sì, di dire ancora sì al proprio corpo, al proprio desiderio, alla propria esistenza; è un sì  anche contradditorio, anche imperfetto, ma è un ritorno circolare all’amore emotivo, erotico e coniugale, quello che era iniziato tra i roseti.

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