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Sperimentazione animale: da grandi poteri derivano grandi responsabilità

Che diritto abbiamo di usare un animale per testare un farmaco? Nessuno. Ma smettere di usare i modelli animali equivale a interrompere la ricerca e negare l’istinto di sopravvivenza dell’uomo
Dal blog di Open Wet Lab - 13 aprile 2017 - 20:37

Nella notte tra venerdì 7 e sabato 8 aprile, alcuni vandali - che evidentemente devono fare pace con il cervello - hanno dato fuoco a un laboratorio della facoltà di scienze dell’Università di Trento a Povo. Lavorando nello stesso polo, in un edificio poco distante, sono rimasto sinceramente scioccato.

 

Questo episodio mi ha anche riportato alla mente gli innumerevoli casi in cui la violenza e l’ignoranza si sono scontrati con il mondo della ricerca, non ultimo quello del 2013, quando alcuni animalisti si introdussero nel Dipartimento di Farmacologia dell’Università Statale di Milano, barricandosi all’interno dello stabulario e prelevando decine di cavie.

 

Violenza e ignoranza sembrano essere un duetto ricorrente di molti movimenti animalisti in Italia quando si tocca il tema della sperimentazione animale: per la prima c’è poco da fare, mentre l’unico modo di combattere la seconda è attraverso una corretta informazione scientifica.

 

Il messaggio deve essere forte e chiaro: ad oggi la sperimentazione animale è indispensabile alla ricerca. Non ci sono opinioni discordanti nella comunità scientifica, come una certa propaganda di parte vuol far credere, e il sondaggio pubblicato su Nature nel 2011 lo dimostra. Per capirci, tutte le ricerche dei premi Nobel in medicina o fisiologia conferiti negli ultimi 30 anni sono basati su ricerche che hanno fatto uso di modelli animali.

 

Sfatando un altro mito, non esistono metodi alternativi che possano sostituire la sperimentazione animale. La sperimentazione in silico (simulazioni computazionali) e in vitro (utilizzo di batteri e linee cellulari) è già ampiamente utilizzata dai ricercatori di tutto il mondo e sono il primo passo per lo sviluppo di qualsiasi farmaco. Questi metodi, molto più economici, permettono di ottenere degli ottimi dati preliminari, ma non sono neanche lontanamente in grado – almeno per il momento – di simulare la complessità delle interazioni di un organismo come l’essere umano.

 

Non voglio nemmeno rispondere a chi ancora parla di vivisezione, BigPharma, talidomide e altri specchietti che tentano di convincere ingenue allodole del cliché dello scienziato pazzo. Quello su cui vorrei concentrare quest’articolo è la questione etica, perché di questo si tratta e nessun ricercatore può nascondersi da questo dibattito. Che diritto abbiamo di usare un animale per testare un farmaco? Nessuno. Ce lo siamo presi ed è una terribile responsabilità.

 

L’evoluzione ci ha dotati di un formidabile sistema nervoso, della capacità di pensare ed essere coscienti delle proprie azioni. Smettere di usare i modelli animali equivale a interrompere la ricerca. Interrompere la ricerca è negare l’istinto di sopravvivenza dell’uomo e la sua naturale inclinazione al ragionamento. È cancellare la speranza di milioni di persone di un futuro migliore. Ognuno di noi deve chiedersi quale sia il male minore: sacrificare centinaia, migliaia di topi o trovare la cura per i tumori, l’alzheimer, il parkinson? È una scelta etica per niente banale. La mia sincera opinione, per mischiare il sacro con il profano, è che da grandi poteri derivino grandi responsabilità.

 

Ovviamente, l’opinione di un neolaureato in biotecnologie può interessare a un numero molto ristretto di persone. Quello che dovrebbe interessare a tutti, invece, è il risultato della discussione, durata due anni, che ha portato all’approvazione della direttiva europea 2010/63/EU, una delle direttive più stringenti al mondo, che si occupa di regolare proprio l’utilizzo della sperimentazione animale.

 

Nel testo, l’Unione Europea si propone di porre fine alla sperimentazione animale in futuro, ma, in assenza di metodi alternativi, adotta misure per “migliorare il benessere degli animali utilizzati nelle procedure scientifiche rafforzando le norme minime per la loro tutela”. Il principio alla base dell’intera direttiva è quello delle 3 R. Replacement: ogni qualvolta sia possibile, si devono utilizzare dei metodi alternativi alla sperimentazione animale. Reduction: ridurre il numero di soggetti utilizzati in un determinato protocollo sperimentale. Refinement: cercare di mantenere l’animale nel miglior stato di benessere e ridurre al massimo il disagio che gli si arreca. Nel 2013 poi, la Commissione Europea ha annunciato la creazione di un network di laboratori per la validazione di metodi alternativi.

 

Al solito, l’Italia ha invece pasticciato con il diritto. La direttiva è stata sì recepita, ma aggiungendo ulteriori restrizioni, sull’onda dell’emotività suscitata dal caso Green Hill. La questione è pregna di tecnicismi legali e tecnici, che cercherò di dirimere brevemente.

 

È stato vietato l’utilizzo di animali negli studi sul meccanismo d’azione delle sostanze d’abuso e sugli xenotrapianti d’organo: quest’ultima tecnica in particolare è il modello principale per qualsiasi ricerca oncologica.

 

Sono vietati gli esperimenti che non prevedono anestesia (escludendo la sperimentazione di anestetici o analgesici). Tuttavia, la direttiva europea già prevedeva quest’obbligo, ad esclusione dei casi in cui l’anestesia fosse incompatibile con le finalità dell’esperimento o più traumatica dell’esperimento stesso. Come ben specificato dalla politica e virologa Ilaria Capua, la norma prevede che “per fare un’iniezione oppure per realizzare studi sul comportamento, andrebbe praticata l’anestesia contro ogni buon senso”.

 

Non mancano altre incongruenze, come il divieto di allevare cani, gatti e primati destinati alla sperimentazione, ma non di importarli.

 

Il risultante decreto legislativo 26/2014 quindi penalizza moltissimo i ricercatori che operano nel Bel Paese, impedendo loro di competere ad armi pari per l’assegnazione dei fondi internazionali, la primaria fonte di sostentamento di qualsiasi laboratorio. Ricordiamo che nonostante i pochissimi investimenti nazionali in Ricerca&Sviluppo, la qualità della ricerca italiana risulta essere sempre tra le migliori al mondo.

 

Il decreto in questione non solo rischia di minare pesantemente i fondi assegnati ai ricercatori che operano sul nostro territorio, ma ha messo l’Italia in stato di deferimento alla Corte di Giustizia Europea e a rischio di salatissime multe. Fortunatamente, una moratoria presente nello stesso decreto e successivamente prolungata di altri tre anni (fino al 2020) ha per ora bloccato l’attuazione delle ulteriori restrizioni, soprattutto grazie al grandissimo impegno da parte della comunità scientifica italiana e di associazioni come Research4Life.

 

Ciononostante, la questione con la Corte di Giustizia Europea resta in sospeso, ma soprattutto resta in sospeso il recepimento della direttiva Europea 2010/63/EU. Mentre quest’ultima è stata il miglior compromesso fra gli interessi di scienziati, malati, animalisti e case farmaceutiche, l’equilibrio in Italia è stato spostato dall'influenza mediatica delle associazioni animaliste, creando una problematica situazione di incertezza per tutti i ricercatori che vi lavorano.

 

E personalmente, credo che per un paese che punta ad essere tra i leader mondiali, essere ostaggi di una minoranza violenta, non dare ascolto alla voce dei propri scienziati e nascondere la testa sotto la sabbia dei cavilli legislativi sia da vigliacchi.

 

(di Dennis Pedri)

 

APPROFONDIMENTI: http://www.cittadellascienza.it/centrostudi/2017/01/sperimentazione-animale-la-spaccatura-che-non-ce/

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