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Dammi Tregua, commercio internazionale e protezionismo tra Cina, Usa e Ue

A Buenos Aires il G20: l’obiettivo principale era affrontare la disputa commerciale tra i due paesi, fatta di dazi (americani) e contro-dazi (cinesi), che sta destabilizzando l’economia mondiale
Dal blog di Orizzonti Internazionali - 08 dicembre 2018 - 15:53

di Stefano Schiavo, professore di economia presso la Scuola di Studi Internazionali e il Dipartimento di Economia e Management

 

Uno degli appuntamenti più attesi del vertice G20 andato in scena a Buenos Aires pochi giorni fa è stato senz’altro il faccia a faccia tra il presidente americano Trump e il suo omologo cinese Xi. L’obiettivo principale era affrontare la disputa commerciale tra i due paesi, fatta di dazi (americani) e contro-dazi (cinesi), che sta destabilizzando l’economia mondiale.

 

L’accordo che è stato raggiunto non mette fine al conflitto, ma promette una tregua di 90 giorni, durante i quali i due governi si impegnano a cercare una soluzione definitiva. L’accordo quindi si limita a rimandare una possibile escalation. Il primo gennaio 2019 i dazi imposti dall’amministrazione Trump su 250 miliardi di importazioni cinesi dovevano passare dal 10% al 25%, dando probabilmente il via ad un nuovo round di contromosse cinesi. Questo inasprimento è stato rimandato di 90 giorni, al termine dei quali, senza un accordo, si procederà come stabilito, cioè con l’innalzamento dei dazi.

 

L’economia mondiale rimane quindi soggetta ad un sostanziale grado di incertezza rispetto al futuro: tre mesi non sono molti per imprese che devono pianificare investimenti a medio-lungo termine. Questo vale anche per le imprese statunitensi potenzialmente avvantaggiate delle barriere commerciali imposte alla Cina: esse faticheranno a scommettere sulla propria crescita se questa è dovuta a misure protezionistiche temporanee che possono essere revocate nel giro di qualche mese.

 

Il perdurare dell’incertezza è il dato più preoccupante anche per le imprese europee che non sono direttamente coinvolte nella disputa (anche se l’UE è comunque soggetta ai dazi sull’acciaio e invischiata in un contenzioso con gli USA) e potrebbero beneficiare delle tensioni USA-Cina per guadagnare quote di mercato. Una possibile lettura (ottimista?) del rallentamento dell’economia italiana nell’ultimo trimestre è proprio legata agli effetti negativi che l’incertezza sul commercio internazionale ha su un paese come il nostro, in cui l’export rappresenta circa il 30% del PIL e la domanda interna è ancora piuttosto debole.

 

Un secondo aspetto deludente del vertice argentino è relativo al comunicato finale. A dieci anni di distanza dal vertice G20 in cui le maggiori economie di pianeta si impegnavano a non implementare misure protezionistiche per combattere la crisi finanziaria del 2008 (in modo da non replicare gli errori fatti durante la Grande Depressione degli anni ’30), questa volta non è stata spesa neanche una parola contro il protezionismo. Segno che i tempi sono cambiati, e non c’è la capacità di rispondere in modo efficace alla retorica protezionistica.

 

I perché dell’accordo

Quali sono le motivazioni che hanno portato i governi americano e cinese a cercare una tregua e impegnarsi per una futura soluzione? Le analisi presentate alla recente conferenza annuale del network EconPol Europe –di cui anche l’Università di Trento fa parte- svoltasi a metà novembre a Bruxelles, ci aiutano a fare luce su questi aspetti.

 

Per quanto riguarda Pechino, gli studi suggeriscono che, al momento, il costo dei dazi commerciali grava principalmente sulle imprese cinesi, che hanno abbassato i propri prezzi per non perdere quote di mercato negli USA. In parte, questo risultato deriva dal fatto che finora la risposta cinese ai dazi americani è stata piuttosto “morbida”: a fronte di tariffe che colpiscono quasi il 50% delle importazioni americane dalla Cina (pari a circa 250 miliardi di dollari), il governo di Pechino ha imposto contromisure limitate, dirette a circa 60-100 miliardi di esportazioni americane. Se si andasse ad una “guerra totale”, la situazione potrebbe senz’altro cambiare, ma al momento l’export cinese sta soffrendo.

 

L’accordo di Buenos Aires permette di non aumentare la pressione e cercare un compromesso accettabile. Politicamente poi, la Cina ha tutto l’interesse di mostrarsi al mondo come un partner affidabile e ragionevole. Nemmeno Washington vuole un’escalation che finirebbe per penalizzare anche le imprese statunitensi, in virtù dei maggiori costi dei beni intermedi importati dalla Cina. Nel corso degli ultimi decenni infatti, il modo di produrre è radicalmente cambiato: i processi produttivi sono spezzettati in numerose fasi che spesso hanno luogo in paesi diversi. Basti pensare che al giorno d’oggi lo scambio di prodotti intermedi (quei beni che vengono utilizzati come “ingredienti” da altre imprese) rappresenta circa 2/3 del commercio mondiale.

 

È chiaro allora come in un contesto in cui molte imprese americane utilizzano componenti importati (spesso di origine cinese), dazi e barriere protezionistiche possono avere un costo che supera i benefici della ridotta competizione estera sul proprio mercato domestico. Questi effetti hanno già iniziato a manifestarsi con la chiusura da parte di General Motors di 5 stabilimenti in Nord America (e il licenziamento di 14mila dipendenti). I maggiori costi dell’acciaio determinati dai dazi imposti da Trump in primavera sono citati tra le motivazioni per la scelta dell’azienda automobilistica statunitense: da qui la pressione sul governo di Washington a cercare un accordo.

 

La posizione europea

Qual è la strategia europea in questo contesto? Le dichiarazioni dei leader europei presenti al vertice G20, e gli interventi che si sono susseguiti nella conferenza EconPol Europe già citata in precedenza, delineano i punti che guidano la politica commerciale dell’UE:

  1. Salvare l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) dai tentativi di sabotaggio degli USA. Per quanto le regole del WTO non siano più al passo con i tempi e abbiano bisogno di una revisione, è necessario salvaguardare l’idea che il commercio internazionale è regolato da una serie di regole condivise. La decisione dell’amministrazione Trump di imporre dazi sull’acciaio sulla base di una presunta minaccia alla sicurezza nazionale implica di fatto il rifiuto delle regole. Aver inserito la riforma del WTO tra i punti su cui c’è accordo tra i membri del G20 è un primo passo importante, anche se probabilmente ognuno dei partecipanti ha un’idea diversa di quel che bisogna cambiare…
  2. Stringere buoni accordi commerciali bilaterali che permettano alle imprese europee di avere maggiore accesso ai mercati stranieri. Si sono da poco conclusi i negoziati con il Giappone, paese tradizionalmente chiuso verso l’esterno, ed è in corso una trattativa di ampio respiro con la Nuova Zelanda. L’obiettivo è quello di ribilanciare i flussi commerciali europei verso nuovi mercati, per ridurre l’esposizione al mercato americano e a quello cinese.
  3. Riparare le relazioni con gli USA, danneggiate dai dazi sull’acciaio e dalle contromisure prese dall’UE. La spada di Damocle che pende sui rapporti tra Bruxelles e Washington è l’indagine lanciata dagli USA sulle importazioni dall’Europa di automobili e componenti automobilistiche. Se anche questa portasse all’imposizione di nuove barriere commerciali (sempre sulla scorta di una non meglio definita minaccia alla sicurezza nazionale), si aprirebbe un nuovo capitolo della guerra commerciale mondiale.
  4. Ingaggiare un dialogo costruttivo con Pechino sulle regole del commercio, per mettere le imprese europee in grado di competere sullo stesso piano con quelle cinesi. Al momento infatti, aspetti cruciali come il trasferimento di conoscenze e know-how che viene imposto alle imprese occidentali che vogliono operare in Cina, oltre alle varie forme di sostegno pubblico di cui godono le imprese cinesi, rendono la competizione poco equilibrata e alimentano le tentazioni protezionistiche occidentali.

Come si dice… se son rose, fioriranno. Intanto godiamoci la tregua.

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