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Elezioni a Taiwan: Lai vince tra tensioni interne e internazionali. I nuovi eletti intendono difendere l'indipendenza da Pechino

DAL BLOG
Di Orizzonti Internazionali - 01 febbraio 2024

Docenti di studi internazionali dell'Università di Trento

Giovanni Tommaso Roberto (Dottorando di ricerca della Scuola di Studi Internazionali) e Sondra Faccio (Docente di Diritto internazionale della Scuola di Studi Internazionali)

 

Il Partito Progressista Democratico vince le presidenziali con Lai, ma perde la maggioranza alle legislative. Continuano le tensioni con Pechino, i nuovi eletti intendono difendere lo status quo e l’indipendenza dell’isola.

 

Il 13 Gennaio 2024 gli abitanti di Taiwan e degli arcipelaghi minori, circa 24 milioni di cittadini, hanno votato per le elezioni presidenziali e legislative della Repubblica di Cina, riportando l’attenzione dei media internazionali sull’isola.

 

Definita “il posto più pericoloso della terra”, l’isola di Taiwan e gli arcipelaghi minori sotto il suo controllo - Pengu, Kinmen e Matsu - sono da decenni al centro di tensioni internazionali, in particolare tra la Repubblica Popolare Cinese e gli Stati Uniti. La prima intenzionata a riunirla alla Cina continentale secondo il principio dell’Unica Cina, i secondi risoluti nel proteggerne l’indipendenza da Pechino.

 

Le recenti elezioni presidenziali sono state vinte per la terza volta consecutiva dal Partito Progressista Democratico (Democratic Progressive Party – DPP) nella persona di Lai Ching-te. Il DPP non riconosce il principio dell’Unica Cina e sostiene la necessità di rafforzare i legami con gli Stati Uniti e le altre democrazie “amiche” con l’obiettivo di attenuare le ambizioni di riunificazione di Pechino.

 

Per quanto riguarda le elezioni legislative, invece, il DPP ha perso la maggioranza, sia assoluta che relativa, a favore del Partito Popolare Taiwanese (26.45%) e del Kuomintang (33.49%). Quest’ultimo, seppur tradizionalmente considerato il più filocinese tra i partiti di opposizione, condivide con gli altri (DPP e Partito Popolare Taiwanese) l’idea che la Repubblica di Cina sia uno Stato sovrano e che lo status quo e la sua indipendenza debbano essere difesi dalla minaccia cinese.

 

All’esito delle elezioni, il governo di Pechino ha affermato che il risultato elettorale -in particolare la perdita di consensi del DPP a favore del Kuomintang alle legislative- dimostra che la maggior parte dei Taiwanesi è ormai aperta a un riavvicinamento con la Cina; in linea con l’orientamento espresso da Xi Jinping nel suo discorso di fine anno che definisce la riunificazione una “inevitabilità storica”.

 

Pechino sostiene che il principio dell’Unica Cina sia ampiamente condiviso anche dalla comunità internazionale, ne sarebbe dimostrazione l’espulsione della Repubblica di Cina delle Nazioni Unite nel 1971 e la rottura dei rapporti diplomatici con Taipei da parte di quasi tutti i Paesi del mondo (esclusi dodici, tra cui la Santa Sede).  D’altra parte, numerosi Paesi - inclusi l’Italia, gli Stati Uniti, e il Regno Unito - si limitano a “prendere atto” (aknowledge) della posizione di Pechino, senza per questo “riconoscerla” o sposarla, e mantengono relazioni con il “territorio” di Formosa, per esempio concludendo accordi commerciali e ammettendo Uffici di rappresentanza. Anche l’Unione Europea ha dichiarato che, pur riconoscendo il governo di Pechino come unico governo della Cina, si oppone a qualsiasi tentativo unilaterale di cambiare lo status quo di Taiwan.

 

Ma qual è lo status di Taiwan secondo il diritto internazionale? Può Formosa definirsi uno Stato sovrano a tutti gli effetti? Oppure le ambiguità internazionali circa il suo riconoscimento ne intaccano la soggettività?  È noto che secondo il diritto internazionale l’esistenza di uno Stato dipenda, non tanto dal riconoscimento degli altri membri della comunità internazionale, ma dalla sussistenza effettiva di alcuni requisiti: una popolazione permanente, un territorio definito, un governo e la capacità di intrattenere rapporti con gli altri Stati (articolo 1 della Convenzione di Montevideo sui diritti e doveri degli Stati del 1933). A tal proposito, Taiwan soddisfa i quattro criteri elencati; oltre al fatto che essa partecipa, sebbene in modo sui generis per via della mancanza di riconoscimento formale da parte degli altri Paesi, in varie organizzazioni internazionali, prima tra tutte l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) nella quale Taiwan figura come un “territorio doganale separato”.

 

Dall’altro lato, vi è chi sostiene che Taiwan non sia uno Stato a tutti gli effetti, perché non ha affermato in modo inequivocabile la sua separazione dalla Cina, né è riconosciuta dalla Cina come uno Stato distinto. Inoltre, essa partecipa alle relazioni internazionali come “territorio”, confermando la circostanza che la maggior parte degli Stati la considera un’entità sui generis. È innegabile che la questione dello status di Taiwan poggi oggi su valutazioni politiche ed economiche, più che su considerazioni di diritto internazionale. L’ambiguità, che ha contribuito a far rimanere il Paese in una posizione internazionale “indefinita”, si fonda sulla necessità di molti Paesi di mantenere buoni rapporti sia con la Cina, che con l’isola di Formosa, tenuto conto del ruolo centrale di quest’ultima nella produzione di semiconduttori.

 

L’aspetto economico rimane infatti un elemento centrale nella vicenda di Taiwan. Le due compagnie taiwanesi, TSMC (Taiwan Semiconductors Manifacturing Company) e Foxconn, rappresentano insieme più del 60% della produzione mondiale di circuiti integrati. Questi sono elementi fondamentali per la produzione di smartphone e per il settore militare e rendono Taiwan un partner commerciale importantissimo per tutti i Paesi del mondo, inclusi gli Stati Uniti e la Cina continentale che contribuiscono rispettivamente per il 66% e il 10% dei ricavi netti di TSMC.

 

Le due compagnie, a detta di molti, sono uno strumento strategico per Taipei, che spesso agisce attraverso i due colossi industriali per contrastare l’ingerenza di Pechino. Un esempio è stato l’acquisto da parte delle due compagnie di 10 milioni di vaccini direttamente da Pfizer/BioNTech durante l’epidemia di COVID 19. Le compagnie hanno poi donato al governo Taiwanese i vaccini, aggirando così l’interferenza di Pechino che aveva esteso al territorio di Taiwan l’accordo firmato dalla cinese Fosun per la distribuzione esclusiva dei vaccini Pfizer/BioNtech in Cina.

 

Il futuro dell’isola e il suo rapporto con la Cina continentale rimangono dunque complicati e centrali per tutta la comunità internazionale. Nel 2027 si terranno sia il 21° congresso del Partito Comunista Cinese che la campagna elettorale per le elezioni presidenziali e legislative taiwanesi del 2028. In questo contesto, preoccupano le affermazioni della CIA su un piano di invasione cinese per il 2027, smentite solo parzialmente da Xi Jinping durante il recente incontro a San Francisco con il presidente Biden.

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