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La nuova Lega va verso sud per mantenere lo ''status quo'' e al nord c'è già chi rimpiange quella vecchia che parlava di lavoro

Tra qualche mese forse, seguendo uno scenario plausibile, da Roma, con la nuova Lega in regia, si dovrà tornare a stanziare fondi per ripagare quei voti che una Lega non più Nord ha cominciato a trebbiare al sud senza alcun progetto di sviluppo, crescita o proposta di cambiamento. Il messaggio è opposto mentre il federalismo del Nord resta uno slogan
DAL BLOG
Di Tiberio Chiari - 03 agosto 2019

Cerca di recuperare quanto omesso dai temi che quotidianamente invadono la nostra comunicazione e la nostra esperienza

La politica è da sempre fatta di esaltazioni, tradimenti, trasformismo e mestieranti. L’Italia è in politica la patria della sperimentazione da una parte e della messinscena baroccheggiante dall’altra. Ogni tanto la prima si unisce alla seconda quando diventa necessario riesumare con pantomime e invenzioni teatrali quanto di poco di sperimentale rimane nei fatti.

 

Allora l’orgoglio nazional popolare, di solito, per non tradire la propria esaltazione verso l’esperimento, verso l’amata politica sperimentale di protesta, continua per un po’ a tollerare le creazioni posticce intorpidite dalla deriva barocca e intrise di scenette futuriste, pantomime e menefreghismo. Alla fine poi però c’è chi inizia a spazientirsi e al prossimo giro di giostra quando ci saranno i federalisti che non potranno più attendere, le creazioni barocche non saranno più di moda perché riusciranno solo ad alludere a quel passato troppo remoto della sperimentazione politica ormai perduta, anche fosse stato solo momento retorico, e chiederanno la loro parte.

 

Ogni patria ha nella sua geografia il senso del suo destino, ogni nazione nella sua retorica il senso del suo declino. Oggi in piena fase di esaltazione, mentre per il primo semestre dal 2015 si segna crescita 0, la gente del Nord, soprattutto in quelle cittadine che hanno nel loro sangue l’impresa, nel loro tessuto muscolare l’imprenditorialità, nelle loro tasche, nel bene e nel male, i soldi delle banche, ci si comincia a domandare fin dove si spingerà la deriva “sudista” della vecchia Lega Nord.

 

I lombardi, da sempre progenie dedita al banchinaggio, a Londra ricordiamo una delle strade che portano di fronte alla Banca d’Inghilterra è quella Lombard Strett concessa ai lombardi da Enrico I per poter gestire le loro attività di pegno, cominciano a vedere in questa deriva senza soluzione di continuità un pericolo specifico per il loro mestiere, l’instabilità.

 

Il denaro rende solo in un sistema economico e politico dinamico che trasmette fiducia, questo permette che gli investimenti vengano fatti e diano un ritorno, anche allo Stato. Se tutto si blocca e la macchina del credito si inceppa lo statalismo trasognante e felliniano che molti ancora evocano non avrebbe oggi più i mezzi necessari per rigenerare un’industria che è diventata questione puramente tecnologica, più che Taylorista e manifatturiera: un anno di attività persa da un’industria in sviluppo e ricerca corrisponde oggi e 10 anni di qualche lustro fa. Se qualcosa si inceppa si chiude tutto.

 

Il pericolo dell’instabilità è tutto riassunto nella politica bifronte di un partito nato al nord che va al sud e che prima o poi dovrà fare sintesi, mentre le posizioni sui due fronti, a livello popolare, fanno presagire una difficile soluzione per ovvi motivi.

 

Le scorribande in terra meridionale dello storico partito del nord non sembrano avere come scopo principale il tentativo di emancipazione di quelle regioni economicamente depresse e destinate da decenni all’immigrazione ed emigrazione di massa. Non si parla di di programmi seri destinati alle aziende che potrebbero investire laggiù, in vista magari di un'espansione fisiologica verso i mercati dei paesi affacciati sul bacino del mediterraneo, enorme mercato potenziale, sfruttando del sud le buone università che si trovano sul territorio e la sua posizione. Non si pensa a portare l’agricoltura ad un livello produttivo superiore. Queste cose non paiono all’ordine del giorno.

 

E non si parla nemmeno delle risorse paesaggistiche, naturali, climatiche e geografiche che potrebbero attrarre investimenti, turismo e, incentivati, portare al sud molti pensionati dal resto d’Europa e dell’Italia, mentre accade che vanno in Portogallo, con tutto l’indotto di servizi che questo trade off comporterebbe (il welfare degli anziani sarà nei prossimi anni la più grande industria europea).

 

Non si parla delle infrastrutture e non si parla di gestione delle competenze regionali, che dovrebbero rimanere tali solo quando efficientate al meglio. Le decisioni politiche dovrebbero definire regole e bilanci, non viceversa e a ritroso. L’accordo è “qui tutto dovrà rimanere immoto”.

 

Il piano di espansione proto leghista verso il sud sembra raccontare una visione del tutto diversa rispetto all’emancipazione e si presenta con profusione di canonici baciamani e un atteggiamento soffuso di caloroso affrancamento dello status quo che potrebbe però degenerare in un rovinoso tradimento proprio verso quelle regioni ancora affascinate dall’evergetismo statale le quali resteranno soffocate nell'immobilismo e dall’altro grande progetto all'orizzonte sul fronte opposto.

 

Questo tradimento sull’altro fronte sarebbe determinato dai piani per il grande progetto del federalismo, o meglio regionalismo, rivendicato dai governatori di Veneto e Lombardia. Questi piani dovranno essere realizzati più prima che poi, e ci si chiede come potranno quindi essere accontentate le regioni del sud senza più denari da destinare e senza solidarietà? E la domanda è cosa faranno allora?

 

Forse saranno quelle regioni del sud per prime deluse a cercare una strada per un nuovo sviluppo e uscire dall’impasse politica ricordandosi del significato della parola “progressista” in politica?

 

Ma proprio questi piani federalisti, grazie ai quali la propaganda della vecchia e confortevole Lega Nord ha costruito il proprio consenso storico in Veneto, Lombardia e altrove, sembrano profilare un approdo a una sintesi impossibile se confrontati agli attuali piani di espansione verso sud della politica di partito.

 

Se le regioni del nord, compresa l’Emilia Romagna, avranno accesso al federalismo, o regionalismo se si preferisce, chi pagherà il baratto elettorale per i voti del Sud che verranno a quanto pare concessi senza alcuna proposta di un piano reale per la sua emancipazione?

 

Il Nord leghista non sarà disposto a pagare visto che lotta da anni divorato dalla brama di giungere al federalismo. Cosa accadrà dunque in un paese dove la cinghia è già molto stretta? Si potrà raccontare ancora una volta ai bambini la favola della sovranità monetaria, dei mini-bot? O abbonirli con tutte le altre cianfrusaglie barocche del repertorio? E poi, finite anche queste? Si tenterà magari di vendere qualche pezzo del sud della penisola, asset geografico e strategico incommensurabile, a poco prezzo ai primi che passano dalla porta per due spicci? Grandi alternative non si profilano, se non mantenere in vita l’attuale governo per non governare.

 

A tutte queste domande diverse risposte possono essere immaginate, ma in conclusione rimane il fatto che l’unica attività alla quale la politica dovrebbe dedicare ogni sforzo è verso l’emancipazione, economica, umana e sociale, altrimenti il risultato a lungo termine è sempre lo stesso: mancanza di indipendenza, corruzione, attriti e inefficienza.

 

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