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Tra le baracche del campo profughi monta la protesta. Alex Zanotelli: "Lo dico da cristiano, non è il modo di trattare le persone"

Cinformi: "Manca disponibilità per accoglienza diffusa sul territorio". Alcuni abitano nelle baracche da quasi due anni. Il sacerdote: "Non è giusto, non possono aspettare così tanto in queste condizioni"

Di Donatello Baldo - 03 gennaio 2018 - 19:02

ROVERETO. Hanno iniziato la protesta fin dalle prime ore dell'alba. Alle cinque della mattina hanno iniziato a presidiare l'entrata, il cancello che si apre sull'ex polveriera di Marco a Rovereto. Qualche cartello scritto in un improbabile italiano, qualche slogan gridato tanto per saltellare un po' e riscaldarsi così, battendo i piedi. 

 

Erano circa un centinaio, pochi di più. Ai giornalisti spiegavano che da troppo tempo vivono all'interno dei container, in quattordici dentro pochi metri quadri. Le docce al freddo, i lavelli per l'igiene personale messi in batteria, a terra i pallets per non toccare con i piedi la melma che si forma con il terriccio del pavimento. 

 

Richiedenti asilo che aspettano di ottenere il via libera dalla commissione incaricata a valutare se hanno diritto di rimanere qui, oppure no, se devono andar via. Attese che si protraggono per mesi, per anni. E nell'attesa il campo profughi, il container dove si dorme uno sopra l'altro.

 

Di questo si lamentavano gli ospiti della struttura gestita dal Cinformi. Anche del cibo, dell'acqua, delle docce e delle poche ore di attività formativa e ricreativa. Un elenco di richieste alcune strampalate, frutto dell'esasperazione, della prima volta che si organizzano e che chiedono qualcosa.

 

"Molti di noi hanno l'influenza - spiegano - hanno la febbre e devono dormire assieme a tutti gli altri, al freddo". Anche questo fatto ha scatenato la protesta, ci spiega il direttore del Cinformi Pierluigi La Spada. In questi giorni il virus influenzale ha colpito duramente anche all'interno del campo profughi.

 

Un po' di febbre, ci mancherebbe altro. Una febbre che però contagia tutti a causa della concentrazione di persone. Pochi giorni con i brividi e il sudore all'interno di strutture di emergenza che dovrebbero servire solo per alcuni mesi. Inadatte alla degenza, anche solo se si tratta di influenza. Inadatte a viverci due anni.

 

Quando ci fanno entrare ci accompagnano all'interno del perimetro delle baracche. A farci strada sono quelli che le abitano. "Io dormo qui - indica una porta uno dei ragazzi - dormo qui con altri tredici". Dal fondo del prefabbricato, sullo spazio in alto di un letto a castello, si vedono gli occhi di un ragazzo coricato. Ha l'influenza, la voce roca quando ci saluta, le mani scottano. 

 

Dentro c'è puzza, un odore dolciastro di medicine e di sudore. Gli spazi per dormire misurano in altezza circa un metro e su ogni letto, per preservare un po' di privacy, è appiccicato del tessuto bianco messo come fosse una tendina. 

 

I container sono disposti l'uno accanto all'altro, tra di essi si formano stretti e lunghi corridoi che disegnano stradine come un dedalo: uno schema geometrico e razionale che però non ha nulla a che vedere con la città ideale. 

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Profughi, le proteste al campo di Marco di Rovereto

 

C'è anche padre Alex Zanotelli, è arrivato al campo non appena ha saputo della protesta. "Come missionario è mio dovere esserci, ma non immaginavo che ci fosse una struttura simile qui a Rovereto. Il comboniano è in città per far visita ai parenti, lui vive a Napoli, dopo anni in Kenya, nello slum di Korogocho.

 

Di baracche e baraccopoli se ne intende. "Ma in questo freddo - dice il missionario - posso capire che ci siano persone che per qualche mese, dopo il loro arrivo, siano assegnate a queste strutture. Ma sono qui da un anno e mezzo - osserva - persino da due anni. E questo non è giusto, non è questo il modo di trattare le persone". 

 

Il sacerdote dà la colpa alle lungaggini della burocrazia che obbliga migliaia di persone ad aspettare anni che qualcuno si pronunci sulla loro sorte. "Non possono aspettare così a lungo, per anni, in queste condizioni, è assurdo. Lo dico come cristiano - conclude - questo non è giusto".

 

Dopo il confronto tra il direttore del Cinformi e una rappresentanza di richiedenti asilo si improvvisa una conferenza stampa. "Essere da tanto tempo nei container, soprattutto in inverno - ammette il direttore La Spada - crea forti difficoltà".

 

"Un problema noto - afferma il direttore - nonostante gli interventi che hanno portato ad alcune migliorie. La loro preoccupazione aumenta - spiega - perché in questi giorni ci sono persone con l'influenza e quindi la convivenza diventa più difficile".

 

"Ed è ancora più difficile perché in molti sono qui da tanto tempo, vorrebbero accedere in strutture residenziali, alla seconda accoglienza. Ma questo non dipende da noi - afferma La Spada - dipende dalla disponibilità di alloggi sul territorio che i privati potrebbero mettere a disposizione, affittati poi dalla Provincia". 

 

Ma gli alloggi disponibili, in Trentino sono duecento tra pubblico e privato. L'accoglienza diffusa sul territorio, a piccoli gruppi per non creare situazioni di concentrazione, non è mai partita veramente. Gli ultimi trasferimenti agli appartamenti risalgono al luglio del 2016 e a Marco di Rovereto sono in 234 che aspettano di accedervi.

 

L'esito della riunione e della conferenza stampa passa di bocca in bocca e raggiunge anche un drappello di operatori della Croce Rossa che assistono i richiedenti asilo nella struttura roveretana. "Hanno detto che non vengono curati bene", sottolinea una giovane infermiera dopo aver appreso della lamentela.

 

"Questa è una mancanza di rispetto nei nostri confronti". E un'altra aggiunge: "Veramente, e pensare che li trattiamo come fossero nostri figli. E invece protestano". Ma nessuna madre lascerebbe il proprio figlio in un container per un anno e mezzo, sulle barricate a protestare ci salirebbe lei.

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