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''Sono Eleonora, altre donne sono state uccise: quante devono fare una fine come la nostra, prima che si faccia qualcosa?''

Dopo la lettera pubblicata dei giorni scorsi, la madre della 43enne trovata senza vita tra i pouf e gli ombrelloni di un locale della zona ritorna a scrivere: "Non sono scattati abbastanza campanelli d'allarme? Le pene sono importanti ma intanto un'altra vita è stata portata via"

Di L.A. - 02 febbraio 2020 - 18:03

TRENTO. "Sono ancora io, Eleonora. Altre donne hanno avuto il mio stesso destino. Per loro e i familiari comincia un percorso atroce e terribile. Non sono scattati abbastanza campanelli d'allarme? Quante altre volte deve accadere prima che qualcosa cambia drasticamente?".

 

Dopo la toccante lettera dei giorni scorsi (QUI ARTICOLO), la madre di Eleonora Perraro, 43enne trovata senza vita tra i pouf e gli ombrelloni di un locale della zona nel settembre scorso (QUI ARTICOLO) ritorna a scrivere. Sul corpo della donna erano stati rinvenuti evidenti segni di violenza e di strangolamento (QUI ARTICOLO) e, sin dai primi momenti, le indagini si erano concentrate sul marito, Marco Manfrini, accusato poi di omicidio aggravato (QUI ARTICOLO).

 

Tanti gli interrogativi dopo i tantissimi, troppi, femminicidi avvenuti nel nostro Paese. "Perché? Quante devono fare una fine come la nostra, prima che questa società faccia qualcosa? Non si tratta di applicare pene più severe perché noi non ci siamo già più e intanto aspetto nel buio la sentenza riguardo la mia morte".

 

La lettera in forma integrale

"Sono ancora io, Eleonora.

Sapete, adesso mia mamma è riuscita a farmi deporre nella tomba di famiglia, vicino a mio nonno. Sto un po’ meglio ma sono ancora qui.

Le mie volontà non possono ancora essere assolte ma sono sicura che la perseveranza della mia famiglia e il processo porteranno giustizia.

 

Per tutti. I riflettori si sono riaccesi, altre donne hanno avuto il mio stesso destino:

Fatima, percossa, picchiata e soffocata con in grembo il suo bambino.

Rosalia e sua figlia Monica, colte alla sprovvista e freddate a colpi di pistola.

Rosaria, sequestrata per tre giorni in casa, picchiata, seviziata e infine uccisa tra sofferenza e paura.

Ambra, percossa violentemente alla testa con un martello, un delitto "passionale".

Francesca, una donna fragile, scomparsa per due giorni e poi ritrovata martoriata in un parco.

Speranza, scomparsa da mesi, ritrovata senza vita, il compagno racconta di averla trovata suicida in casa ma le prove e i dubbi portano verso un’altra strada.

 

Altre madri e padri piangono una figlia, altre sorelle hanno perso una parte di sé e, ho sentito, che anche delle figlie sono cadute in questo turbinio di violenza, come spettatrici o addirittura vittime.

Per loro e per i loro familiari comincia un percorso atroce e terribile, che nessuno dovrebbe mai intraprendere.

Perché? Mi chiedo: perché?

 

Ciò mi è successo, è accaduto anche ad altre donne. Tante, troppe. Da qui ho sentito e visto tutto. Ho percepito la loro sofferenza il loro dolore. Ma anche l’abbandono a loro stesse. 

Soggiogate psicologicamente da mostri senza pietà che per assecondare deliri di onnipotenza violentano, picchiano e plagiano povere anime innocenti. Fragili, buone e in cerca di amore.

Così tanto da pensare che schiaffi, pugni, minacce continue siano il massimo a cui possono ambire. Svilite nell’anima e nell’orgoglio.

Rese succubi e burattini, controllate dalle fila di un demonio.

 

Non sono scattati abbastanza campanelli d’allarme? Quante devono fare una fine come la nostra, prima che questa società faccia qualcosa?

Prima che le istituzioni cambino drasticamente questa non tutela nei confronti di vittime innocenti?

 

Credo che si debba comprendere che non si tratta solo di applicare pene più severe. Prima di ogni cosa bisogna rendere più efficaci le misure di prevenzione.

Le donne non devono essere lasciate a loro stesse. In caso di denuncia, devono essere tutelate da subito invece di essere riaccompagnate a casa.

Accolte da figure professionali con specializzazioni nell’ambito: assistenti sociali e psicologi.

 

Avere in caso di condizioni economiche di dipendenza dal marito o comunque precarie un patrocinio gratuito. Nelle scuole dovrebbero essere introdotte le materie sociali.

Ci sono stereotipi radicati e pensieri comuni da estirpare. Le nuove generazioni non possono crescere in una società dove ammazzare di botte una donna sia una cosa praticamente normale e ora è così.

Se si vogliono cambiare le cose bisogna utilizzare strumenti efficaci. Le pene? Sì, sono importanti. Ma quando si tratta di applicarle una vita non c’è già più.

 

Il problema è alla radice. E' da lì che bisogna agire.

Prego per le povere anime che prima e dopo di me hanno perso la possibilità di vivere per mano di un “amore malato” e prego nella speranza che tutte quelle donne che ora rischiano quotidianamente il nostro destino vengano aiutate.

Lo Stato deve intervenire. Intanto, aspetto nel buio la sentenza riguardo la mia morte. La fine per me, l’ergastolo per la mia famiglia e i miei amici. Così come per le famiglie e i cari di tante, troppe altre donne. Aiutate chi può ancora farcela".

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