Contenuto sponsorizzato

Femminicidio, l'ex direttrice della Fondazione famiglia materna: ''La violenza non è un destino. Non è vero che si fa tutto il possibile per salvare la vita delle donne''

Un appello anche alla Provincia da Anna Conigliaro Michelini. "La legge prevede la sospensione condizionale della pena sia subordinata alla partecipazione di percorsi specifici". Un'azione che, però, ha subito una battuta d'arresto. "Nell’ultimo anno la richiesta è aumentata esponenzialmente, ma paradossalmente la Provincia ha ritenuto di sospenderlo. Sento l’obbligo di dire al presidente Fugatti e all’assessora Segnana che, nelle circostanze che viviamo, ogni ritardo è colpevole e mette a rischio la vita di altre donne"

Di Luca Andreazza - 24 febbraio 2021 - 21:20

TRENTO. "La violenza non è un destino. Non è vero che si fa tutto il possibile per salvare la vita delle donne". Così Anna Conigliaro Michelini, già direttrice della Fondazione famiglia materna.

 

Sono moltissime le reazioni dopo la tragica fine di Deborah Saltori. Un ennesimo femminicidio in Trentino, un terribile omicidio che si aggiunge, purtroppo, a quelli di Agitu GudetaEleonora PerraroAlba Chiara Baroni e Carmela Morlino negli ultimi anni.

 

Nel frattempo è partita la raccolta fondi per aiutare e sostenere i figli di Deborah, la 42enne uccisa dall'ex marito nella campagna di Cortesano (Qui link della raccolta fondi).

 

Un problema profondo. "Già alcuni anni fa - dice Conigliaro Michelini - insieme alle associazioni che aiutano e proteggono le donne e i loro figli in Trentino, abbiamo lanciato lo slogan 'La violenza non è un destino'. E’ il nome di un fondo a sostegno delle vittime di violenza creato e alimentato dalla società civile, ma è anche un programma: non possiamo e non vogliamo rassegnarci, perché non è inevitabile".

 

Un appello anche alla Provincia. "I servizi sociali - aggiunge - le forze dell’ordine o anche gli Uffici giudiziari possono avere un ruolo importante nell’esercitare un pressante invito. La recente legge n. 69/2019 c.d. Codice Rosso, per la prima volta istituzionalizza la previsione di percorsi di trattamento e rieducazione in caso di violenza domestica e di genere, rafforzando il concetto che la tutela delle donne passa anche attraverso la rieducazione dell’autore del reato. Si prevede ad esempio che la sospensione condizionale della pena sia subordinata alla partecipazione a tali percorsi".

 

Un'azione che, però, ha subito una battuta d'arresto. "Nell’ultimo anno - dice Michelini - la richiesta del servizio è aumentata esponenzialmente, ma paradossalmente la Provincia ha ritenuto di sospenderlo. Lo ha fatto un anno fa, permettendo soltanto di portare avanti fino a dicembre 2020 coloro che avevano già iniziato il trattamento. Da gennaio 2021 è stata sospesa ogni attività, nonostante nei mesi precedenti una mozione unanime del Consiglio provinciale avesse chiesto di ripristinare il servizio. Si attende da tempo una risposta concreta che tarda ad arrivare. Sento l’obbligo di dire al presidente Fugatti e all’assessora Segnana che, nelle circostanze che viviamo, ogni ritardo è colpevole e mette a rischio la vita di altre donne".

 

Pubblichiamo in forma integrale la lettera di Anna Conigliaro Michelini, già direttrice della Fondazione famiglia materna

 

La violenza non è un destino. Non è vero che si fa tutto il possibile per salvare la vita delle donne

 

Ancora una vita brutalmente spezzata, quella di Deborah, madre di quattro bambini. Altro dolore, altri interrogativi apparentemente senza risposta su come evitare questa strage di donne da parte di compagni, mariti o fidanzati violenti.

 

Già alcuni anni fa, insieme alle associazioni che aiutano e proteggono le donne e i loro figli in Trentino, abbiamo lanciato lo slogan “La violenza non è un destino”. E’ il nome di un fondo a sostegno delle vittime di violenza creato e alimentato dalla società civile, ma è anche un programma: non possiamo e non vogliamo rassegnarci, perché non è inevitabile.

 

Per questo, di fronte all’ennesimo femminicidio, vorrei reagire comunicando non solo la profonda sofferenza per una realtà che Papa Francesco ha definito “una vigliaccheria e un degrado per tutta l’umanità”, ma anche lanciare un appello per iniziative concrete e più efficaci, perché non è vero che stiamo facendo tutto il possibile per salvare la vita delle donne.

 

Tengo a precisare che scrivo esclusivamente a titolo personale e non a nome di alcuna organizzazione. Ciò che dico, tuttavia, deriva da oltre vent’anni di esperienza nella rete dei servizi antiviolenza del Trentino, alla guida della Fondazione famiglia materna e nel Comitato provinciale per la Tutela delle vittime di violenza. Proprio l’incontro con centinaia di vittime, l’aver accompagnato per anni i loro durissimi percorsi per liberarsi da relazioni violente e distruttive e ricominciare a vivere, mi ha reso convinta che non basta affrontare il problema solo sul versante della tutela delle vittime.

 

La violenza, infatti, non si interrompe quasi mai con la fine della relazione, ma tende a perpetuarsi con azioni persecutorie, minacce, tentativi di riconciliazione e successive ricadute, o anche replicando gli stessi comportamenti violenti nei confronti di nuove partner. Le donne non saranno mai al sicuro, se parallelamente alla protezione delle vittime non si affronta la fonte del problema: il comportamento del maltrattante. Alle stesse conclusioni è giunta nel 2011 la Convenzione di Istanbul, che all’art. 16 impegna gli Stati aderenti ad un approccio globale, istituendo e sostenendo interventi di trattamento e rieducazione degli autori di violenza.

 

La maggior parte degli episodi estremi, come nel caso di Deborah, avvengono quando la donna trova la forza di dire basta, quando l’uomo viene lasciato e - sempre più spesso - denunciato. Negli ultimi anni, almeno sul nostro territorio, si sono verificati progressi nella capacità di ascolto e assistenza alle vittime.

 

Gli operatori dei vari servizi sanno riconoscere le situazioni sottaciute e sospette, le donne si sentono più credute e meno giudicate, sempre di più trovano il coraggio di rompere il silenzio. Eppure sappiamo che è proprio questo il momento di più alto rischio. Proprio qui avviene uno dei più gravi gap: non basta l’ammonimento del Questore, neppure il divieto di avvicinamento (ricordiamoci di Carmela Morlino) e neppure gli arresti domiciliari, come ha dimostrato il Cattoni, compagno di Deborah. La verità è che le misure cautelari nei casi di violenza di genere, giustamente sempre più ampie per volontà del legislatore ed applicate dagli Uffici giudiziari del nostro territorio con maggiore solerzia che in altre regioni, da sole non sono sufficienti.

 

Come riuscire a garantire al meglio la sicurezza delle donne? Non esiste una risposta facile e univoca di fronte ad un fenomeno tanto complesso, ma certamente si può fare di più. Per capirlo, occorre partire dal fatto che l’assoluta maggioranza dei casi di omicidio di donne hanno radici profonde nella relazione di coppia e non sono commessi da psicopatici o da uomini con trascorsi criminali, ma da persone fino a quel momento considerate “normali” e socialmente integrate.

 

L’autore di violenza ha sbagliato, ma raramente ne è davvero consapevole. Generalmente tende a negare la propria responsabilità (“Io non sono violento, ma lei mi portava alla disperazione”…) o a minimizzare i fatti e le loro conseguenze (“Le ho dato solo una spinta un po’ più forte per difendermi e lei è caduta”). Il diniego non è costituito da semplici bugie, ma è il risultato di un’angoscia reale. E’ un’operazione attiva (cancellazione selettiva, ricostruzioni alternative, autovittimizzazione), la cui intensità è proporzionale al grado e alla profondità dell’angoscia provata per il comportamento violento (Deriu, 2012).

 

Un altro aspetto comune è l’ignoranza sulle ragioni o sulle dinamiche della violenza: spesso questi uomini non sanno riconoscere né interpretare il proprio comportamento violento. Il fatto di venire perseguiti e allontanati o che venga loro impedito di vedere i figli non fa che aumentare il loro isolamento e la loro rabbia, fino a pericolose conseguenze.

 

Esisteva in Trentino il servizio provinciale “Cambiamenti”, un intervento psicoeducativo specializzato per il trattamento e la rieducazione di autori di violenza e stalking. Dal 2012 al 2019 ha preso in carico 165 uomini residenti in provincia, in generale con buoni esiti, registrando solo 5 casi di recidiva (viene effettuato un follow up fino a 12 mesi dal termine del percorso).

 

Il modello utilizzato propone, oltre agli incontri individuali, un percorso di gruppo guidato da specialisti della durata di 8 mesi, con incontri settimanali. Il gruppo, infatti, è un formidabile contenitore emotivo-relazionale, in cui gli uomini arrivano ad esternare i propri vissuti, a riconoscere i loro comportamenti violenti assumendone la responsabilità, a gestire le emozioni negative, soprattutto la rabbia, imparando a controllarla e a gestire i conflitti con soluzioni alternative alla violenza.

 

 

Il tema del rapporto con i figli viene affrontato insieme, rendendosi conto, però, che la possibilità di ricostruire una relazione con il padre richiede un profondo cambiamento e l’abbandono totale di comportamenti violenti. I partecipanti sottoscrivono un patto iniziale, impegnandosi ad astenersi da ogni forma di violenza (fisica, psicologica, sessuale, economica) e consentono a periodici contatti degli operatori con le loro partners o ex partners, al fine di controllare i loro effettivi comportamenti nei loro confronti. Sanno, inoltre, che gli operatori sono tenuti a segnalare alla loro compagna, ai servizi e alle autorità competenti non solo la mancata frequenza agli incontri, ma anche eventuali valutazioni di rischio per la sicurezza della donna, che è l’obiettivo prioritario del programma.

 

Se in ogni situazione come quella di Deborah, il maltrattante venisse inviato a questo servizio, probabilmente avremmo uno strumento in più per evitare ulteriori tragedie. Certo non è automatico, ma mi colpisce che sempre, al verificarsi di un evento estremo, siano proprio gli uomini in trattamento a dire: “Se fosse venuto tra noi non l’avrebbe fatto. Questi percorsi dovrebbero essere obbligatori”.

 

Perché non succede? A differenza che in altri Paesi, in Italia l’accesso a percorsi di rieducazione è esclusivamente su base volontaria ed è molto difficile che chi agisce violenza faccia spontaneamente il primo passo. Tuttavia i servizi sociali, le forze dell’ordine, o anche gli Uffici giudiziari possono avere un ruolo importante nell’esercitare un pressante invito. La recente legge n. 69/2019 c.d. Codice Rosso, per la prima volta istituzionalizza la previsione di percorsi di trattamento e rieducazione in caso di violenza domestica e di genere, rafforzando il concetto che la tutela delle donne passa anche attraverso la rieducazione dell’autore del reato.

 

Si prevede ad esempio che la sospensione condizionale della pena sia subordinata alla partecipazione a tali percorsi. Nell’ultimo anno, dunque, la richiesta del servizio è aumentata esponenzialmente, ma paradossalmente la Provincia ha ritenuto di sospenderlo. Lo ha fatto un anno fa, permettendo soltanto di portare avanti fino a dicembre 2020 coloro che avevano già iniziato il trattamento. Da gennaio 2021 è stata sospesa ogni attività, nonostante nei mesi precedenti una mozione unanime del Consiglio provinciale avesse chiesto di ripristinare il servizio.

 

La motivazione espressa è di tipo burocratico. In breve, occorre distinguere gli autori di violenze coinvolti in procedimenti giudiziari (che devono svolgere il percorso “senza oneri per lo Stato”, come richiede la legge, quindi a spese proprie) e quelli che invece, pur avendo agito violenze, non hanno subito procedimenti giudiziari. Per costoro la Provincia potrebbe finanziare percorsi di rieducazione a scopo preventivo.

Non è difficile farlo e sono state proposte diverse soluzioni, tuttavia si attende da tempo una risposta concreta che tarda ad arrivare. Sento l’obbligo di dire al presidente Fugatti e all’assessora Segnana che, nelle circostanze che viviamo, ogni ritardo è colpevole e mette a rischio la vita di altre donne.

 

Siamo tutti consapevoli che solo questo non basta. Urge intensificare gli interventi educativi, almeno verso le giovani generazioni - uomini e donne - per saper vivere le relazioni affettive e i conflitti personali in modo rispettoso e responsabile nei confronti di se stessi e degli altri. Modelli culturali e di comportamento violenti non appartengono ad un passato arcaico, ma proliferano tranquillamente tra noi. Anche se molti ragazzi ritengono “da vigliacchi” picchiare le donne, non si rendono conto che la sfida e la prova di forza con altri uomini, considerate un elemento di orgoglio ( fare una rissa in discoteca per difendere un amico, o scatenarsi con gli ultrà allo stadio) e l’imporsi sulle donne possono costituire due facce della stessa medaglia, ossia strategie differenti di autoconferma “virile” e di potere. Abbiamo bisogno di strumenti critici per comprendere le radici comuni di qualunque comportamento violento.
Forse nessuno, di fronte a tragedie come queste, ha saputo indicare una strada più vera, più utile dei genitori di Alba Chiara Baroni, uccisa a Tenno dal fidanzato nel 2017: trasformare il dolore in speranza, sensibilizzando tutti e aiutando altre donne che cercano di liberarsi dalla violenza, perché - ha detto il papà
Massimo - “tutte quelle che non hanno potuto scegliere non devono cadere nell’oblio”.

Contenuto sponsorizzato
Ultima edizione
Edizione ore 19.30 del 22 aprile 2021
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Cronaca
22 April - 19:45
Trovati 104 positivi, comunicati 4 decessi nelle ultime 24 ore. Sono state registrate 104 guarigioni. Sono 1.251 i casi attivi sul territorio [...]
Politica
22 April - 21:20
Il "vecchio" progetto ha già concluso buona parte dell'iter da parte degli uffici. Il nuovo piano è invece ancora tutto da scoprire. L'ex [...]
Politica
22 April - 19:38
Il Comitato scuola in Presenza prende posizione e commenta la decisione in consiglio provinciale della maggioranza che ha bocciato una [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato