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Coronavirus, il virologo Pizzato (Cibio): ''Immunità di gregge possibile in autunno. Ma bisogna fare in fretta per evitare che le varianti si diffondano''

L'intervista a Massimo Pizzato, virologo del Cibio. Facciamo il punto su varianti, vaccini e immunità di gregge. "Rispetto alla prima Sars, Covid-19 è più infettivo e meno letale, motivo principale per cui questo virus è riuscito a diventare pandemico. Il decorso naturale delle infezioni virali, però, ci insegna che la letalità non tende ad aumentare, ma a diminuire"

Di Luca Andreazza - 01 February 2021 - 17:55

TRENTO. "Non ci sono dimostrazioni chiare rispetto all'ipotesi che le varianti abbiano una carica virale e un tasso di mortalità diverse dal virus emerso originariamente". Queste le parole di Massimo Pizzato, virologo del Cibio, che aggiunge: "Penso però che se ci fossero differenze così eclatanti, queste sarebbero già palesi".

 

Le varianti, brasiliana, inglese e sudafricana in particolare, spaventano un po' tutti. L'Istituto superiore di sanità ha inviato una circolare alle autorità locali per potenziare la sorveglianza epidemiologica e istituire così a livello nazionale un sistema di allerta precoce. In questo sistema la Provincia di Trento si affida all'Istituto sperimentale delle Venezie attraverso una collaborazione dell'Azienda provinciale per i servizi sanitari per potenziare le attività di diagnostica (Qui articolo).

 

Intanto a fine anno scorso è partita la campagna di vaccinazione. Attualmente, secondo gli ultimi dati disponibili, sono 19.862 le dosi somministrate in Trentino di cui 6.066 sono seconde dosi. Sono 5.323 gli ospiti di residenze per anziani vaccinati, richiami compresi (Qui articolo). 

 

Il vaccino può accompagnare il percorso per ritornare alla normalità e mettersi finalmente alle spalle un periodo particolarmente duro. "Ma questo - dice Pizzato - dipende da più fattori. Sono però convinto che i vaccini incideranno fortemente sul contagio e vorrei quindi azzardare la previsione che ci porterà all'immunità di popolazione nel prossimo autunno".

 

Facciamo il punto tra varianti, vaccini e immunità di gregge con il virologo del Cibio.

 

Le varianti brasiliana, inglese e sudafricana spaventano tutti. Quali sono le differenze con il virus che tutti "conosciamo"? Come nascono queste varianti? Hanno una carica virale più elevata? E la mortalità?

Tutti i virus, anzi tutti gli organismi viventi, hanno la caratteristica di poter cambiare. Un po’ come gli individui di una popolazione che differiscono per il colore dei capelli, per l’altezza, per la robustezza, pur restando sempre uomini della stessa specie. I virus emergono, dopo aver infettato un individuo, con piccole differenze. Ogni tanto, una di queste differenze fa in modo che un virus sia più capace nell'infettare un altro individuo. Quel virus si ritrova un vantaggio rispetto ai suoi simili, perché è più efficiente e “veloce”. 

 

Ecco che un po’ alla volta quel virus prende il sopravvento sugli altri perché riuscirà a infettare più persone. Le varianti sono proprio questo. Brasiliana, inglese, sudafricana: sono virus che hanno dei piccoli cambiamenti della proteina spike per infettare altri individui con più efficienza.

Al momento non ci sono dimostrazioni chiare a favore dell’ipotesi che le varianti abbiano carica virale e mortalità diverse dal virus emerso originariamente. Penso però che se ci fossero differenze così eclatanti, queste sarebbero già palesi.

 

Perché esistono così "tanti" vaccini? Pfizer, Moderna, AstraZeneca hanno brevettato prodotti diversi? Il vaccino di Pfizer necessita di un richiamo e va conservato a una temperatura molto bassa per esempio rispetto a Moderna. Può spiegarcelo?

Vaccini diversi si basano su tecnologie diverse per raggiungere il medesimo risultato: mostrare al nostro organismo la proteina spike del coronavirus per insegnare a bloccarla. Per fare questo, Pfizer e Moderna usano Rna; AstraZeneca usa un vettore a Dna. 

 

Altri vaccini sono in arrivo e usano la proteina. Queste molecole, Rna, Dna e proteine, sono diversamente stabili a temperatura ambiente. Gli Rna si degradano con molta facilità e per questo vanno tenuti congelati a temperature molto basse, anche a -80 gradi. 

 

I vettori a Dna invece sono particolarmente stabili e possono essere conservati semplicemente refrigerati oppure anche a temperatura ambiente. In generale, molti vaccini vengono somministrati due volte a distanza di 2-4 settimane perché il nostro sistema immunitario impara a generare una risposta efficiente dopo avere incontrato 2 volte la stessa cosa. Quindi dopo la seconda somministrazione abbiamo un livello più elevato di anticorpi e di cellule con una probabilità più elevata di bloccare efficientemente il virus.

 

I vaccini finora approvati hanno tutti la stessa efficacia

Dai dati pubblicarti, i vaccini Pfizer e Moderna hanno un'efficacia simile in tutte le fasce di età, intorno al 95%. Per il vaccino AstraZeneca c’è stata molta attenzione perché i dati disponibili non sono sufficienti per dimostrare l’efficacia in individui con più di 65 anni. Quando è stato eseguito lo studio (l'estate scorsa), non ci fu un numero sufficiente di contagi in questo gruppo della popolazione e quindi bisogna attendere altre analisi per includere anche questa fascia di età. 

 

Tuttavia, per individui sotto i 65 anni, i dati ci sono e dimostrano che anche questo vaccino ha un’altissima efficacia. E’ ragionevole attenderci che sarà così anche per gli over 65. E' solo questione di attendere le verifiche. 

 

Chi ha preso il Covid dovrà comunque sottoporsi al vaccino o potrà contare sull'immunizzazione data dalla malattia?

Rispondere a questa domanda è difficile. La quantità di anticorpi che rimane dopo l’infezione naturale è molto variabile e non ci permette di prevedere se chi è stato infettato sia veramente protetto. Personalmente, credo che la protezione ci sia nella quasi totalità dei casi, anche se rimane un’incognita su quanto durerà nel tempo. Alla luce di questi dubbi, mi risulta che attualmente vengono sottoposte a vaccinazione anche persone che hanno già contratto la malattia, soprattutto tra gli operatori sanitari che necessitano delle massime garanzie di protezione.

 

Dati gli ultimi studi, quanto dura ad oggi la copertura dei vaccini? L'immunità sarà limitata nel tempo o durerà per sempre?

Ci sono molte incognite per poter rispondere con precisione. Tuttavia, mi sembra plausibile poter affermare che la protezione durerà più di un anno. Ma il problema delle varianti aggiunge incertezza perché un po’ alla volta potrebbero insorgere mutazioni che rendono il virus più resistente ai vaccini. Non mi aspetto che accada così in fretta, ma nei fatti non lo sappiamo. 

 

Ma vorrei sottolineare una cosa importante. Le varianti vengono generate tanto più velocemente quanto più si lascia il virus circolare tra la popolazione. Questo per esempio è quanto è stato visto con la variante brasiliana. Il fatto che le varianti possono sfuggire al vaccino non deve essere una scusa per non promuovere il vaccino. Anzi, bisogna cercare di fare in fretta proprio per lasciare poco tempo al virus di evolvere.

 

Il Covid, rispetto ad altre epidemie del recente passato (penso a Sars, Influenza suina e così via), sembra avere una maggior capacità infettiva ma una minore letalità. C'è la possibilità che le mutazioni siano meno contagiose ma più letali? O magari perde la carica virale?

Chiaramente, rispetto alla prima Sars, Covid-19 è più infettivo e meno letale, motivo principale per cui questo virus è riuscito a diventare pandemico. Il decorso naturale delle infezioni virali, però, ci insegna che la letalità non tende ad aumentare, ma a diminuire. Questo nell’ottica che il virus trae un vantaggio da una situazione in cui la persona infettata, anziché rimanere confinata a letto, continua a svolgere una vita attiva che rende il contagio più probabile. Seguendo questa logica, quindi, l’infezione diventerebbe da un lato più difficile da controllare, ma dall’altro più benigna nelle persone infettate.

 

Quando si raggiungerà, auspicabilmente, l'immunità di gregge?

Questo dipende da più fattori. Dipende da quanto i vaccini saranno in grado di limitare non solo i sintomi ma anche il contagio di tutte le varianti, da quanto velocemente i vaccini saranno somministrati nella popolazione e ovviamente da quanto l’infezione naturale sia riuscita produrre immunità nella popolazione. Sono convinto che i vaccini incideranno fortemente sul contagio e vorrei quindi azzardare la previsione che questa combinazione di fattori ci porterà all'immunità di popolazione nel prossimo autunno.

 

La strategia che prevede di vaccinare prima la popolazione anziana e poi quella più giovane è vincente? O sarebbe meglio, come sostengono alcuni, partire dai più giovani spesso super-vettori del virus

Sono due strategie entrambe con vantaggi e svantaggi. Il problema vero di questa pandemia è il numero di ospedalizzazioni, soprattutto in terapia intensiva, e di decessi, che hanno prodotto una situazione sanitaria difficilissima da gestire. Non c’è dubbio che questo coinvolga quasi esclusivamente la popolazione anziana e quella con altre patologie che aumentano il rischio di conseguenze gravi. Mi sembrerebbe quindi sensato andare prima di tutto a proteggere in modo diretto proprio queste persone che rischiano di più, per poi occuparci degli altri.

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