Pandemia, aumentano i batteri più resistenti. Ioppi: "Tanti i casi di antibiotico resistenza, abuso di azitromicina per curare chi non vuole farsi ricoverare"
Durante la pandemia si è accentuato il fenomeno dell’antibiotico-resistenza, quindi il pericoloso aumento di ceppi batterici resistenti all’effetto degli antibiotici. Con la crescita dei contagi l’azitromicina soltanto fino a poco tempo fa era introvabile nelle farmacie. Ioppi: "Ora non è più consigliata per il trattamento da Covid, probabilmente usato in eccesso per curare i pazienti contrari alla medicina ufficiale, per evitare il ricovero"

TRENTO. "L’utilizzo eccessivo, e in alcuni casi non appropriato, di antibiotici ha portato durante la pandemia a un aumento di batteri resistenti a essi, tanto da poter ipotizzare che abbia influito negativamente sullo stesso decorso clinico della malattia. Il Covid è un virus e come tale non si cura con l’antibiotico". Il dottor Marco Ioppi, presidente dell’Ordine dei medici, spiega a Il Dolomiti come l’antibiotico-resistenza è un fenomeno noto in medicina, che potrebbe essersi accentuato a causa dell’eccessivo utilizzo della azitromicina, come si e verificato nel corso della pandemia. Fino a poco tempo fa sembrava essere andato a ruba in farmacia, nonostante il suo uso fosse stato sconsigliato nel trattamento del Covid, se non in alcuni casi specifici.
"Secondo i primi protocolli terapeutici – sostiene Ioppi – l’azitromicina, pur essendo un antibiotico, era stata suggerita nella terapia del Covid, ma ora non è più consigliata non essendosi rivelata utile per migliorare il decorso della malattia. Negli ultimi mesi si è assistito a un insolito aumento di richiesta del farmaco per lo più per uso domiciliare da parte di chi o pensa di curarsi in proprio o segue protocolli di cura non validati dalla ricerca e dalla esperienza clinica". In questa ultima ondata e con l’aumento dei casi, "c’è stata un’incetta di questo antibiotico – spiega – che sembrava essere introvabile in farmacia, probabilmente per quel 10% circa di pazienti diffidenti della medicina ufficiale e che rifiutano il ricovero in ospedale". Si sa che esiste quindi “una rete di pazienti che cerca di curarsi non con la medicina tradizionale o tramite i canali ufficiali, ma dopo diagnosi personali come i tamponi 'fai da te' e terapie che non sono raccomandate dalle società scientifiche".
Lo stesso Istituto superiore di sanità riporta che "lo sviluppo e l’impiego degli antibiotici, a partire dalla seconda metà del ventesimo secolo, ha rivoluzionato l’approccio al trattamento e alla prevenzione delle malattie infettive e delle infezioni permettendo l’evoluzione della medicina moderna. Tuttavia, la comparsa di resistenza agli antibiotici rischia di rendere vane queste conquiste". Negli ultimi anni questo fenomeno chiamato anche Amr, Antimicrobial resistance, "è aumentato notevolmente e ha reso necessaria una valutazione dell’impatto in sanità pubblica, specifica per patogeno, per antibiotico e per area geografica". Dove quindi "se ne fa un uso massiccio – conferma anche il presidente dell’Ordine – e i pazienti sono più fragili, come negli ospedali, si manifestano i danni più gravi perché il batterio diventa più forte e meno esposto. Meno batteri si adattano a resistere, più possiamo combattere le infezioni avendo l’antibiotico maggiori possibilità di agire". Per evitare il fenomeno della Amr "dobbiamo fare un uso oculato e appropriato dell’antibiotico, al contrario correremo il rischio di sviluppare ceppi di batteri sempre più resistenti agli antibiotici tanto da essere costretti, per superare le resistenze, a dover produrre antibiotici sempre più potenti e non del tutto privi di ipotetici effetti collaterali pericolosi", dice Ioppi.
La pratica clinica purtroppo dimostra "come questa resistenza metta nelle condizioni di non poter curare patologie infettive. Abbiamo avuto delle morti anche in soggetti giovani colpiti da malattie infettive sostenute anche da agenti infettivi che una volta si debellavano con i comuni antibiotici e che ora invece resistono anche a quelli più potenti". Il problema di questo fenomeno è complesso e riconosce diverse cause: “L’aumentato uso di questi farmaci, incluso l’utilizzo non appropriato, - dichiara l’Iss – sia in medicina umana che veterinaria; l’uso degli antibiotici in zootecnia e in agricoltura; la diffusione delle infezioni ospedaliere causate da microrganismi antibiotico-resistenti, e il limitato controllo di queste infezioni; una maggiore diffusione dei ceppi resistenti dovuto a un aumento dei viaggi internazionali e dei flussi migratori". L’uso continuo aumenta infatti "la pressione selettiva favorendo l’emergere, la moltiplicazione e la diffusione dei ceppi resistenti", prosegue l’Iss. Inoltre, la comparsa di patogeni resistenti contemporaneamente a più antibiotici (multidrug-resistance) “riduce ulteriormente la possibilità di un trattamento efficace. È da sottolineare che questo fenomeno riguarda spesso infezioni correlate all’assistenza sanitaria, che insorgono e si diffondono all’interno di ospedali e di altre strutture sanitarie". Non è un caso infatti che l’antibiotico resistenza sia oggi "uno dei principali problemi di sanità pubblica a livello mondiale con importanti implicazioni sia dal punto di vista clinico, che di ricaduta economica per il costo aggiuntivo richiesto per l’impiego di farmaci e di procedure più onerose, per l’allungamento delle degenze in ospedale e per eventuali invalidità".
Per contrastare il Coronavirus, per esempio, è stata usata l’azitromicina "era stata ipotizzato anche un suo potere antivirale: per questo è stata usata in alcuni protocolli e consigliata da alcuni medici. Ora invece con protocolli più recenti, risultato della esperienza e della ricerca clinica di due anni di pandemia, non viene più utilizzata se non come terapia di supporto nel caso si sospettino sovrainfezioni batteriche in particolare polmonari e delle vie aeree". Era stata fatta un’incetta "pur di evitare il ricovero soprattutto da coloro che sostengono posizioni che diffidano della medicina ufficiale e che vogliono farsi curare a casa. In ogni caso è regola e buona pratica clinica che qualsiasi diagnosi e prescrizione terapeutica deve essere fatta dopo un'anamnesi e visita del medico".
Come riporta l’Iss sono state portate avanti in Italia delle iniziative di contrasto contro questo fenomeno attraverso sistemi di sorveglianza, un piano nazionale della prevenzione, con monitoraggio del consumo in ambito ospedaliero e territoriale e diversi progetti. "È una delle complicanze più temibili della pratica medica - conclude Ioppi – L’antibiotico resistenza fa parte della storia naturale del batterio che cerca sempre di resistere e adattarsi all’ambiente in cui trova. Ragione per cui la scelta dell’antibiotico, qualsiasi esso sia, deve essere ragionata e la sua assunzione, sempre valutata dal medico".














