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Trento
14 ottobre | 06:01

Aziende agricole stritolate dai costi, sale la preoccupazione in Trentino: "I giovani rinunciano a seguire la strada dei padri". Gli allevatori: "Servono aiuti"

Preoccupa anche il cambiamento climatico e i dissesti idrogeologici che mettono in difficoltà l'agricoltore. Tra il  2007 e il 2022 l'Italia  ha perso il 37% delle sue aziende agricole, ma questa riduzione riguarda principalmente le piccole attività. Gli Agricoltori del Trentino: "I costi sono diventati insostenibili. L'abbandono dei campi è un danno per tutti". Il presidente degli Allevatori: "Sono preoccupato per gli enormi investimenti che i nostri allevamenti di montagna devono affrontare. Difficile passare da una stabulazione fissa a quella libera"

TRENTO. Produrre sempre di più o chiudere i battenti. Affrontare una burocrazia che ogni anno diventa sempre più insostenibile e costi che rendono sempre più difficile gestire la propria attività e guadagnarsi da vivere. 

 

Le azienda agricole sono in crisi. Lo dicono da tempo ma sembrano essere poco ascoltate. Sta accadendo anche in Trentino dove già molti agricoltori hanno deciso di non tramandare la propria passione ai figli ben sapendo che a lavorare la terra non si campa.

 

“La situazione è drammatica - ci spiega Paolo Calovi, presidente di Cia (Agricoltori Italiani Trentino) – è fortissimo il dolore di chi deve rinunciare alla propria terra perché non riesce ad andare avanti. C'è un legame affettivo con i propri campi nato dalle ore di lavoro e di cura che nessuno vorrebbe mai lasciare ma molti sono costretti”. 

 

Che la situazione non sia per nulla positiva lo si capisce anche dal nuovo report di Greenpeace EULa crisi degli agricoltori italiani ed europei” dove si evidenzia un divario sempre più ampio tra le aziende agricole in difficoltà, prevalentemente a conduzione familiare, e quelle più grandi che beneficiano della maggior parte dei sussidi e dei profitti generati dal comparto. 

 

Il report tiene conto dei dati tra il 2007 e il 2022. In questi anni il nostro Paese ha perso il 37% delle sue aziende agricole, ma questa riduzione riguarda principalmente le attività di piccola scala che sono diminuite del 51%. Queste ultime rimangono comunque la spina dorsale dell’agricoltura italiana, rappresentando il 65% delle aziende agricole sul territorio nazionale. E' il loro valore è enorme anche in Trentino.  

 

Nello stesso periodo analizzato dal report, il numero di grandi aziende – che pur rappresentando solo il 7% delle aziende agricole italiane ricevono quasi il 30% dei sussidi diretti della PAC – è aumentato del 57%, accrescendo la sua produzione del 70%. La produzione delle piccole aziende, di contro, è diminuita del 44%. 

 

Il dito è puntato soprattutto nei confronti dell'Unione Europea e nelle norme che, secondo le categorie “sono spesso pensate per le grandi aziende agricole e stritolano quelle di piccole e medie dimensioni”. 

 

“Le aziende agricole – spiega a il Dolomiti Calovi – devono affrontare una burocrazia tremenda che diventa molte volte un muro insormontabile. Dalle questioni riguardanti la sicurezza alla raccolta ci sono carte e carte da fare. E ci sono poi i costi da sostenere che ogni anno aumentano sempre di più”. Dai concimi ai corsi di formazione per i dipendenti, le tasche dell'agricoltore si svuota in fretta. “E di non poco conto è anche il clima che cambia – continua il presidente di Cia – e i dissesti idrogeologici che l'agricoltore deve affrontare”.

 

Criticità che si sommano e che portano i giovani ad allontanarsi da questo mondo nonostante le varie associazioni stiano mettendo in campo enormi sforzi per garantire un ricambio generazionale. 

 

“L'andazzo preso dall'Europa non fa bene all'agricoltura di montagna – spiega Calovi – tanti giovani  vedendo quello che i loro padri stanno affrontando decidono  di prendere altre strade. E ai nostri terreni cosa succede? Ad un certo punto vengono abbandonati ed è un danno per tutti”. 

 

Situazione condivisa dagli allevatori trentini. “Oggi si lavora a guadagno zero" aveva spiegato nei mesi scorsi a il Dolomiti il presidente Giacomo Broch. Mancano terreni, e spesso gli spazi sono occupati da vigne a quote sempre più elevate. 

 

“Quello che mi preoccupa maggiormente – spiega ancora il presidente degli Allevatori – è che queste aziende vanno incontro a pesanti investimenti per delle norme che posso andare anche bene ma a livello economico sono impattanti. Basta pensare al passaggio da una stabulazione fissa ad una libera e le difficoltà che hanno hanno i nostri allevamenti che in maggioranza si trovano oltre i 700 metri”. 

 

Oggi la normativa per il benessere animale attribuisce un maggior punteggio a chi alleva in forma libera. La differenza, in sostanza, fra le stalle tradizionali di montagna rispetto a quelle di pianura, sta nel fatto che in quelle di montagna le vacche vivono attaccate ad una catena, in stabulazione fissa. L'alternativa è la stabulazione libera, dove la stalla è un edificio, ci sono delle cuccette e dove le vacche sono libere di mangiare quando vogliono e poi sdraiarsi a ruminare. Per questo tipo di allevamenti servono edifici ampi perché devono contenere la cosiddetta sala mungitura dove due volte al giorno le vacche vengono accompagnate per essere munte. Ed è proprio questa sala che ha un costo molto elevato.

 

“Il futuro a cui dobbiamo guardare – spiega ancora Broch -  è quello che guarda sempre più alla valorizzazione del prodotto puntando su una qualità sempre maggiore. L'Europa deve poi capire che per fare allevamento in determinate zone serve dare un'integrazione al reddito per quello che l'allevatore fa”.   

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