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Trento
01 maggio | 06:00

"Alla residenza Fersina vivo nel terrore: urla, coltelli e paura. Io mi chiudo in camera ma vorrei andarmene", la storia di Khalid: "Ho due lavori ma nessuno mi affitta casa"

Da ormai due anni Khalid vive alla Residenza Fersina. Alcune notti, ci racconta, per dormire al sicuro deve sbarrare la porta con un armadio: "Quando sento urlare e vedo che alcuni tirano fuori i coltelli mi chiudo subito nella mia stanza". Nonostante i due lavori e nonostante i sacrifici per mettere da parte ogni euro necessario a pagarsi un alloggio, non trova casa: "Una persona per un alloggio mi ha chiesto una fideiussione da 20 mila euro per un anno"

Alla residenza Fersina vivo nel terrore: urla, coltelli e paura

TRENTO. Non basta fuggire dai talebani, dalla persecuzione o dalla miseria. Per chi cerca protezione internazionale, il viaggio sembra essere infinito. Una corsa a ostacoli fatta di attese, barriere burocratiche che sembrano diventare giorno dopo giorno invalicabili, accompagnate da un'indifferenza istituzionale, di quell'indifferenza che lascia le persone nel fango o ammassate in una vecchia caserma.

 

In Trentino sono davvero centinaia le persone con la propria vita sospesa, ferma in una sorta di limbo creato da chi nega loro la possibilità di costruirsi un futuro. Quei diritti a cui molti non pensano perché diventati troppo normali, per queste persone sono lontani. Una casa, la dignità, diventano attese fra angoscia e speranza.

 

Sono venuto in Italia per cambiare la mia vita. Per i primi sei mesi ho dormito sotto un ponte, ora ho un lavoro ma non ho una casa, nonostante ogni giorno la cerchi.” Khalid (nome di fantasia per la sicurezza dell'intervistato) ha circa 30 anni. Da due anni è arrivato in Trentino e finalmente, tra pochi giorni, dovrebbe arrivare la risposta alla richiesta di protezione internazionale che ha presentato.

 

È un ragazzo che sorride tanto, lo incontriamo all'ora di pranzo, ha appena finito di lavorare. Ci tiene a mostrarsi vestito bene, indossa una giacca. Tra qualche ora inizierà il suo secondo lavoro e ha appena il tempo di dormire un po’ e riposarsi. Circa due anni fa è arrivato dal Pakistan dopo un viaggio terribile, percorrendo la rotta balcanica.

 

“Me ne sono andato dal mio Paese perché con i talebani è impossibile costruirsi un futuro, è impossibile vivere. Ho lasciato tutto e me ne sono andato, sono partito senza nulla, senza nemmeno un cellulare, volevo solamente cambiare la mia vita ed ora, un po’ alla volta, ci sto riuscendo” ci racconta Khalid.

 

Il passaparola lo fa arrivare in Trentino dopo aver attraversato a piedi Ungheria e Bulgaria. Raccontare quel difficile viaggio non è facile. Khalid è stato preso a botte più volte. Mentre ne parla, ad un certo punto copre le orecchie e poi l’intero volto. I ricordi che vengono a galla sono evidentemente troppo violenti, ma nonostante le tremende difficoltà incontrate riesce ad arrivare in Trentino. “Per sei mesi non avevo un posto dove stare e ho dormito sotto un ponte a Trento nord” ci racconta. “Poi sono arrivato alla residenza Fersina e da circa due anni sono lì in attesa di una risposta alla richiesta di protezione internazionale che dovrebbe, speriamo, arrivare a breve”.

 

Alla Residenza Fersina le notti, però, sono spesso lunghe e cariche di paura. Da ormai diversi mesi i 280 migranti sono costretti a una convivenza segnata da diversi episodi di violenza e urla che si ripetono sempre più di frequente. Bastano quattro o cinque persone fuori controllo, spesso alterate dall’alcol e armate di coltelli, per trasformare la vita di tutti gli altri in un incubo. “Di notte spesso è impossibile dormire e per questo lo faccio nelle poche ore di riposo che ho il pomeriggio” ci racconta Khalid. “Quando sento urlare e vedo che alcuni tirano fuori i coltelli mi chiudo subito nella mia stanza e cerco di trascinare l’armadio davanti alla porta per proteggermi. Ogni giorno si vive nella paura ma non abbiamo altre alternative”.

 

Khalid vorrebbe andarsene dalla Residenza Fersina. Ha imparato l’italiano, a breve avrà anche la patente dell’auto. Da oltre un anno cerca invano una casa. Nonostante i due lavori e nonostante i sacrifici per mettere da parte ogni euro necessario a pagarsi un alloggio, le porte continuano a restare chiuse.

 

C’è chi non vuole che trasferisca la sua residenza, chi gli chiede addirittura una fideiussione da 20 mila euro per un anno e chi, invece, non si fida di lui perché è un pakistano. E così, ogni sera, Khalid è costretto a tornare in un luogo dove non si sente più sicuro. “Quando sono arrivato a Trento ho avuto dei problemi sanitari, sono stato sottoposto a un’operazione. Avevo appena lasciato tutto per avere l’occasione di cambiare la mia vita. Ora, un po’ alla volta, ce la sto facendo. Vorrei solo un po’ di normalità, una casa. Lavoro per pagarmela. Non chiedo altro”.

 

La storia di Khalid, come quella di tanti altri migranti, racconta una realtà vissuta tutti i giorni e che spesso viene volutamente ignorata. Barriere invisibili e pregiudizi, anche in Trentino, continuano a cancellare diritti che ognuno dovrebbe avere.

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