Cannabis terapeutica e ludica, molti interrogativi senza risposta: “È la percezione culturale di pericolosità che fa la differenza”
Dall'uso medico fino agli aspetti giuridici, passando per la ricerca scientifica e il mercato della cannabis light: se n'è parlato in città al convegno "Cannabis terapeutica e ludica: aspetti medici e giuridici”, ecco le voci degli esperti

BELLUNO. Perché, se molti medici ritengono ci siano farmaci e tecniche chirurgiche avanzate di per sé sufficientemente efficaci senza ricorrere alla cannabis terapeutica, ci sono ancora centinaia di studi e conferenze mediche sul dolore? E perché in Italia oltre 10 milioni di persone soffrono ancora di dolore cronico?
È uno degli interrogativi posti durante il convegno “Cannabis terapeutica e ludica: aspetti medici e giuridici” svoltosi a Belluno, ma rimasti senza risposte definitive. Importante quello posto da Francesco Crestani, medico specialista in anestesia e rianimazione e fra i primi in Italia ad associare cannabis e terapia del dolore, tema che coinvolge intere famiglie ma può potenzialmente colpire chiunque: se fumare o meno una canna è una decisione personale, soffrire di patologie croniche e dolorose non lo è. Per cui banalizzare con “la droga fa male” non basta.
Per rendere l’idea, Crestani ipotizza che se la cannabis terapeutica potesse alleviare il dolore anche a una sola persona su cento, aiuterebbe 100 mila persone, cioè tre volte la popolazione di Belluno.
“L’uso della cannabis terapeutica - spiega - non è medicina alternativa, ma è basato su un sistema fisiologico, detto endocannabinoide, che agisce su stress, fame, sonno, memoria e protezione. In un paziente con tumore, la cannabis terapeutica lenisce il dolore, ha effetto antinausea, mette appetito, fa dormire, protegge. Non solo: un paziente con sclerosi multipla mi ha detto 'dimentico di averla quando uso la cannabis terapeutica'. Sono certe le applicazioni cliniche? Secondo un rapporto ufficiale delle National academies of sciences, engineering and medicine, ‘ci sono prove consistenti che è un trattamento efficace nel dolore cronico degli adulti’: basterebbe questo a chiudere il discorso. Eppure, quando nel 2001 fui il primo in Italia a prescrivere un cannabinoide, ci fu un disastro sui giornali: allora feci una ricerca, dalla quale emerse che oltre il 70% dei pazienti analizzati era migliorato grazie alla cannabis. Risultato doppiamente buono perché, per legge, la si può prescrivere solo dopo aver provato le altre terapie disponibili: quindi erano pazienti che avevano già provato di tutto”.
Cannabis e giurisprudenza: conviene farsi una canna?
Non c’è però solo il fronte terapeutico. Passiamo infatti alla seconda domanda: conviene oggi, in Italia, farsi una canna? A porla è Roberta Gallego, magistrata di Belluno. “Questo è il punto: quanto conviene - spiega - essere assuntori occasionali, abituali o tossicodipendenti rispetto a un reticolato normativo in evoluzione, ma con notevole coerenza sanzionatoria. Al di là del giudizio di merito, rimane questo punto interrogativo ed è doveroso essere informati. Lo stigma condiviso per chi fa uso di cannabis non è infatti solo uno stigma sociale, culturale o relazionale, ma è il riverbero di una normativa afflittiva. Se, ad esempio, un assuntore occasionale è fermato in motorino e risulta positivo, sarà iscritto nel sistema di indagine (Sdi), un faro che non si spegne più: anni dopo, a un controllo mentre è in automobile con la sua famiglia, le forze dell’ordine lo identificheranno come un assuntore di stupefacenti e, probabilmente, faranno un’ispezione del mezzo e un controllo sulle persone che lo accompagnano. Se poi questa persona è minorenne, è convocata in prefettura e deve essere accompagnata dai genitori, perché manca quella tutela presente qualora, ad esempio, una minore volesse abortire senza che siano coinvolti".
Il problema, sottolinea Gallego, nasce rispetto alla galassia nella quale "vogliamo stare" quando si tratta di cannabis. "C’è la liberalizzazione - prosegue - ma non è il caso dell’Italia. Oppure la legalizzazione, anche questa non attuale ma auspicata dalla Commissione giustizia della Camera per colpire le mafie transnazionali creando una filiera autorizzata. Inoltre, lo Stato potrebbe decidere cosa mettere nello spinello: se fino al 1975 conteneva un 3% di principio attivo, ora viaggia attorno al 30-40%, in aggiunta a polvere di piombo (che fa peso), lana di vetro (simula i cristalli delle infiorescenze), lacca (tiene insieme il tutto) e molti pesticidi. Oggi invece lo stato dell’arte è la depenalizzazione: chi è assuntore o detentore per uso personale non è indagabile, ma risponde amministrativamente, la sostanza viene sequestrata ed è costretto a sottostare a una serie di condotte di educazione e recupero stabilite dal legislatore. Oltre alla novità del codice della strada che prevede non solo la verifica dello stato di alterazione psicofisica, ma il controllo sulla precedente assunzione di sostanza stupefacente, con tutti i dubbi che ancora solleva".
In generale, conclude la magistrata, si parte sempre dal diritto alla salute che è diritto individuale e interesse collettivo: "Ogni volta che normativamente ci si evolve in senso proibizionista, infatti, si tira in ballo l’interesse della comunità che rivendica di non essere turbata dal tossicodipendente: così però si persegue un concetto di tutela dell’ordine pubblico, non della salute collettiva, cioè si crea una normativa per reprimere condotte percepite come pericolose ma che non necessariamente lo sono. È la percezione culturale di pericolosità che fa la differenza: solo restituendo a un concetto reale di salute la valutazione della norma che la si rende costituzionalmente orientata”.
I danni per la ricerca scientifica e il mercato della cannabis light
Le conseguenze di tutto ciò si riversano infine anche sulla ricerca scientifica. “Per decenni - conclude Matteo Mainardi, consigliere generale dell’associazione Luca Coscioni - il proibizionismo è stato un freno alla ricerca. Dal 1840 al 2010 ci sono state circa 10 mila pubblicazioni sulla cannabis, mentre dal 2010 a oggi 25 mila, cioè più del doppio. In Italia, il testo unico sugli stupefacenti colpisce non solo il consumatore, ma anche l’università: fino a poco tempo fa, un centro di ricerca doveva importare dall’estero il Thc o qualsiasi cannabinoide con proprietà psicotropa per studiarlo, e ancora oggi ha grande difficoltà, tanto che la gran parte delle ricerche arriva da Paesi con aperture su questo fronte"
Il proibizionismo genera inoltre stigma sociale, sottolinea Mainardi, e spinge il consumatore a non parlarne: "Nel caso di un minore, se non può parlarne con insegnanti, parenti e amici, il suo consumo sarà condizionato solo da un ristretto gruppo di altri consumatori. Ma se alcuni tra questi provano altri tipi di sostanze, è più facile che anche quel giovane lo faccia perché non ha nessun altro con cui confrontarsi".
Rimarcando come l'Associazione Coscioni si batta per una regolamentazione, Mainardi rimarca il fatto che dare regole è meglio che vietare e basta.
"Quando parliamo di cannabis, che sia terapeutica o ricreativa, parliamo della stessa pianta - conclude Mainardi - con la sola differenza che quella terapeutica ha una filiera controllata mentre quella ricreativa no, perciò non sai cosa assumi. Sempre più spesso, oltre a piombo e lana di vetro, contiene eroina per dare una dipendenza che da sola non avrebbe e accade perché nessuno la controlla, se non in caso di sequestro. Né ci sono controlli sull’industriale: non essendo regolamentata la vendita del fiore, il fiore venduto non ha tutti i controlli di qualsiasi sostanza ad uso umano. In Italia ci sono aziende fantastiche, create da giovani che nel 2016 hanno creduto nella legge 242 e che vogliono avere un futuro: loro sicuramente sono attenti, ma è questione di fiducia verso il singolo commerciante. C’è quindi da fare, ma tanto purtroppo non si fa”.












