Medici di base: ne mancano oltre 800. De Pasqual: “Le case di comunità aiutano, ma la rete attuale è più efficace. Ristrutturare la medicina territoriale"
Nel Veneto mancano oltre 800 medici di base e il 65% degli attuali supera i 1.500 pazienti a testa. Un trend che non risparmia il Bellunese, dove il problema colpisce soprattutto le terre alte, ma non solo. Il Dolomiti ha contattato il dottor Fulvio De Pasqual, segretario di Fimmg Belluno, per capire la situazione sul territorio e le possibili soluzioni, dalla specializzazione universitaria della professione alla medicina integrata

BELLUNO Sono oltre 800 i medici di base che mancano in Veneto e il 65% di quelli presenti segue più di 1.500 pazienti a testa. Un trend che non risparmia il Bellunese, dove il problema colpisce soprattutto le terre alte, ma non solo. Il Dolomiti ha contattato il dottor Fulvio De Pasqual, segretario di Fimmg Belluno (Federazione italiana medici di medicina generale) per capire la situazione sul territorio.
Recentemente, infatti, il consigliere regionale Andrea Zanoni (Avs) ha sottolineato come circa 700.000 veneti siano privi del medico di famiglia, con situazioni critiche in luoghi come Trevignano e Montebelluna dove i recenti pensionamenti hanno portato a immagini definite “raccapriccianti” per le interminabili ore di attesa agli sportelli per richiedere un nuovo medico. Un problema sentito anche dai bellunesi, con quasi il 30% che indica la sanità come preoccupazione principale (qui i dati), in particolare per la carenza di medici di base.
“Il problema c’è sicuramente - spiega De Pasqual - e a incidere è soprattutto il pensionamento dei professionisti, anche se molti non sono andati in pensione a 68 anni e alcuni superano già i 70. Questo ha attenuato un fenomeno assolutamente prevedibile, ma la cui soluzione non è stata programmata negli anni. Inoltre, la carenza di giovani medici non permette di coprire tali pensionamenti e la situazione si è risolta in molti casi con l'aumento del carico per i singoli professionisti”. La soglia ideale di 1.500 assistiti è infatti superata dalla maggioranza, e alcuni arrivano anche a oltre 2.000 pazienti. “Molti di noi - afferma - aderiscono alle deroghe previste dalla Regione Veneto, che ha innalzato la soglia a 1.800, ma il trend è in aumento”.
Quali allora le prospettive per il futuro? “Quest’anno - risponde il medico - alla scuola di formazione in medicina generale c’è un buon numero di iscritti, anche se non è detto che tutti finiscano il percorso. Tuttavia è un segnale: certo gli effetti si vedranno tra qualche anno, perciò ancora per i prossimi la situazione di necessità rimarrà”.
A luglio il Veneto ha approvato una proposta di legge (ora trasmessa al Parlamento) per trasformare tale scuola in una vera e propria specializzazione universitaria: può essere utile? "Sicuramente è positivo - concorda De Pasqual - perché attualmente la differenza tra il nostro corso di formazione e le altre specialità rischia di dare l’immagine di medici di serie A e di serie B. Dobbiamo invece rendere la medicina di base attrattiva e questo strumento è utile, ma non basta. Bisognerebbe infatti mettere a disposizione di tutti i medici, non solo quelli all’interno delle strutture organizzate, personale infermieristico e di studio affinché lavorino in rete in un percorso più complesso di quello attuale. Non è più possibile pensare al medico che lavora da solo, ma serve una ristrutturazione regionale della medicina del territorio”.
Si tratta quindi di affiancare al medico figure professionali di supporto nella gestione dei pazienti, come in parte già accade nelle medicine di gruppo semplici o integrate, di cui un esempio è Ponte Nelle Alpi. “Qui siamo in 5 medici - spiega - con una sede unica, personale di studio e l'infermiere tre volte a settimana. L’apertura è garantita 7 ore al giorno, che nelle medicine integrate aumentano a 12. Occorre però dare a tutti le stesse possibilità, perché al momento o il medico è inserito nella medicina di gruppo oppure deve arrangiarsi nel proprio studio. E questo si ripercuote sui cittadini, che si trovano davanti servizi diversi”.
E le case di comunità? “Sono importanti - conclude - ma non credo che nel Bellunese siano la soluzione. Ne avremo 4, di cui al momento è operativa solo Agordo (qui l’articolo): sono quindi una risposta per i rispettivi territori e devono certamente essere il punto di riferimento per tutti i medici di medicina generale, ma la carenza di queste figure professionali rimane. Rappresentano perciò una valida integrazione, ma non possono essere sostitutive: viste anche le grandi distanze nel nostro territorio, la rete che c’è attualmente è più efficace in tal senso”.












