Accoglienza diffusa, il Comune trova l'alloggio alla famiglia di migranti che però rifiutano: ''Una casa bellissima. Ci abbiamo messo tempo e lavoro. Per noi il progetto finisce qui''
L'assessora al sociale del comune di Falzes, Gabriela Bachmann, racconta la delusione e l'amarezza dietro a questa vicenda: ''Era bella l'idea di dare una nuova vita a una famiglia che ha affrontato così tante difficoltà. Con tre bambini sarebbe stata perfetta''. Peccato che hanno deciso di dire ''no''. L'assessora di Bolzano Brillo: ''Una brutta macchia su un progetto bellissimo. Ma è andata com'è andata e il Comune ha poi legittimamente deciso di non voler più partecipare''

BOLZANO. Un appartamento rimesso a nuovo, circa novanta metri quadrati di spazio e perfino un giardino a disposizione. Sulla carta, la cornice ideale per dare il via a un percorso di integrazione. Nella realtà di Falzes, invece, la storia si è chiusa prima ancora di cominciare: la famiglia di migranti destinata all'alloggio ha preferito rinunciare.
E' accaduto nell'ambito del piano di accoglienza diffusa della Provincia di Bolzano, che punta a distribuire sul territorio 94 famiglie di rifugiati con diritto di soggiorno attualmente presenti nel capoluogo e ospitate o negli alberghi o nei centri di accoglienza.
Il comune di Falzes (poco più di 3.000 abitanti a quota 1.000 metri) si è così messo a disposizione si è rimboccato le maniche, e si è messo al lavoro. In prima fila tra tutti, l'assessora al sociale Gabriela Bachmann.
“Il progetto ci piaceva molto e l'idea di accogliere e integrare una famiglia è stata accolta con il plauso di tutti. Ci siamo messi al lavoro e abbiamo trovato questa bellissima casa che avrebbe potuto ospitare due genitori provenienti dal Togo, con i tre figli piccoli”.
“Era bella l'idea di dare una nuova vita a una famiglia che ha affrontato così tante difficoltà”, ci dice l'assessora con un filo di delusione nella voce.
Perché alla fine a quella casa è stato detto “no” per un motivo: la famiglia avrebbe voluto, grazie al ricongiungimento famigliare, portare altri tre figli, adulti, dal Togo. Ma in quella casa, cercata e sistemata per una famiglia di cinque persone, non c'era spazio per altri tre figli. E soprattutto, le regole di questo percorso di inclusione, non lo prevedono.
“Era una casa grande, con il giardino, le scuole vicine, la fermata dell'autobus – prosegue l'assessora di Falzes – era perfetto per una famiglia. Ci sono rimasta molto male”.
Poche parole e un tono che non lascia adito a dubbi. Tanto che il Comune ha deciso che per Falzes il progetto finisce qui.
Già, perché a domanda diretta “magari quella casa andrà a un'altra famiglia”, l'assessora ha risposto che la Giunta all'unanimità ha deciso che per loro l'avventura finisce qui.
“Speriamo che cambino idea'', commenta Patrizia Brillo, assessora al sociale di Bolzano che ha condiviso senza filtri anche il suo rammarico.
“Sono molto dispiaciuta per vari motivi – spiega Brillo – in primis per l'impegno e la volontà dell'assessora Bachmann. Ci teneva veramente molto, tanto da mettersi proprio all'opera personalmente. Ma è andata com'è andata e il Comune ha poi legittimamente deciso di non voler più partecipare. E' stato l'unico caso, molte altre famiglie sono già nelle nuove case e nei paesi che le stanno accogliendo a braccia aperte. Ma è una brutta macchia su un progetto bellissimo. Anche perché si tratta veramente di dare una nuova vita a persone che fino a ieri dormivano nei centri di accoglienza. I nuclei famigliari che vengono coinvolti sono fortunati, perché è un'opportunità incredibile”.
“Ci sono delle regole che devono essere rispettate – prosegue – come mandare i figli a scuola, accettare i lavori che vengono proposti dal Comune che si mette a disposizione, non rinunciare alla casa che viene proposta. Le famiglie conoscono queste regole. Sanno anche che il ricongiungimento è possibile, ovviamente, ma in un secondo momento".
Il percorso di accoglienza diffusa della Provincia ha infatti una durata massima di 24 mesi e nasce con l'obiettivo di guidare i nuclei familiari verso una completa autonomia abitativa e lavorativa sul territorio. Durante questo periodo di transizione, le famiglie sono tenute a contribuire alle spese della casa in base alle proprie possibilità economiche, affiancate da tutor e servizi sociali che le accompagnano nell'integrazione quotidiana, dall'inserimento scolastico dei minori all'apprendimento delle lingue locali, fino alla ricerca di un'occupazione. Al termine dei due anni, concluso il sostegno pubblico guidato, il programma prevede che i nuclei abbiano maturato tutti gli strumenti necessari per uscire dal circuito dell'assistenza e sostenere in autonomia un contratto d'affitto sul libero mercato. Se la famiglia rinuncia alla casa o non rispetta queste regole, viene estromessa dal sistema tutto dell'accoglienza altoatesina.
“Il problema è che ora ci sono tre bambini per strada – si rammarica Brillo – perché purtroppo, se si rinuncia alla casa si viene esclusi da tutto il sistema di accoglienza. Tutto, senza esclusione. E io non capisco. Cioè la volontà di portare anche i figli adulti in Italia la capisco, ci mancherebbe. Ma sapevano che non potevano. E perdere questa opportunità è un disastro per loro e un dispiacere enorme per tutti noi che in questo tipo di accoglienza crediamo fortemente”.
“Allo stesso tempo – conclude Brilo – il percorso di accoglienza prevedere regole chiare. E ci sono dei paletti che non possono essere abbattuti: se rinunci alla casa rinunci a tutto. Ma io spero ancora che quell'appartamento preparato così con cura, possa andare a un'altra famiglia e che la comunità d Falzes possa dare una possibilità a un'altra famiglia".













