Espulsione di Massimo Moratti dalla Serbia, la Commissione europea: "Preoccupati, si dovrebbe rispettare il quadro giuridico". E Von der Leyen posticipa il viaggio a Belgrado
La Commissione europea è intervenuta per esprimere "preoccupazione" per il provvedimento di espulsione che ha colpito Massimo Moratti, corrispondente dell'Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa. L’esecutivo dell’Ue mette in chiaro che le misure di sicurezza nazionale “dovrebbero essere attuate nel rispetto del quadro giuridico serbo e in conformità con gli standard europei” nel Paese candidato all’adesione. Intanto la presidente von der Leyen posticipa il viaggio a Belgrado

BELGRADO. La Commissione europea prende posizione sul provvedimento di espulsione dalla Serbia del nostro collega Massimo Moratti, Senior research affiliate e corrispondente da Belgrado dell'Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa. La presidente Ursula von der Leyen posticipa intanto il viaggio a Belgrado.
"Esprimiamo preoccupazione per il fatto che a un ricercatore di un’organizzazione italiana per la libertà dei media sia stata respinta la domanda di permesso di soggiorno, dopo aver risieduto legalmente in Serbia dal 2022, e che gli sia stato ordinato di lasciare il Paese sulla base di un presunto ‘rischio inaccettabile per la sicurezza nazionale’, senza che siano stati forniti ulteriori dettagli sui motivi alla base di tale valutazione”. Così un portavoce del gabinetto di Ursula von der Leyen ha comunicato a Obct la valutazione dell’esecutivo dell’Ue sul caso in questione.
Il corrispondente originario del Friuli Venezia Giulia lavora nella regione balcanica da oltre 20 anni e risiede stabilmente in Serbia dal 2022, operativo per l'Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa, realtà con sedi a Trento e Rovereto. Il 4 settembre scorso, però, le autorità serbe hanno respinto la richiesta di permesso di soggiorno temporaneo adducendo "rischi inaccettabili per la sicurezza del Paese" e hanno ordinato al corrispondente italiano di lasciare la Serbia nel giro di due settimane. Contestualmente è stato imposto un divieto di ingresso della durata di un anno (Qui articolo).
Le autorità locali, commenta l'Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa (che ha sedi in Trentino tra Trento e Rovereto), non hanno fornito ulteriori informazioni in merito alle motivazioni delle decisioni, riconducibili probabilmente ai diversi ruoli ricoperti da Moratti come difensore dei diritti umani e della libertà dei media, ai suoi reportage per l'Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa sulle tensioni sociali e politiche in crescita in Serbia negli ultimi anni, oppure al suo lavoro all’interno del consorzio Mfrr.
Una situazione complessa per il rinnovo del permesso alla compagna, distaccata in Serbia per motivi professionali. Recentemente le autorità serbe hanno concesso un'estensione di 15 giorni (Qui articolo). A intervenire anche la Commissione europea.
Le misure adottate, prosegue la Commissione, nell’interesse della sicurezza nazionale "dovrebbero essere attuate nel rispetto del quadro giuridico serbo e in conformità con gli standard europei e internazionali in materia di diritti umani", senza che queste stesse misure comportino “una limitazione indebita delle libertà e dei diritti umani delle persone, compresi i giornalisti stranieri e gli operatori dei media". Ricordando che “la società civile e i giornalisti svolgono un ruolo fondamentale nello sviluppo di una società sana e democratica”, il portavoce ha messo in chiaro che questi valori "sono al centro non solo dell’Unione europea, ma anche del futuro della Serbia in quanto Paese candidato all’adesione e dei suoi cittadini".
L’avvertimento della Commissione a Belgrado arriva in un momento particolarmente delicato per i rapporti con il Paese candidato all’adesione. Il rifiuto di permesso di soggiorno temporaneo a Moratti è arrivato il 9 settembre proprio mentre il presidente serbo Aleksandar Vučić ha annunciato la data ufficiale per le elezioni parlamentari. Il prossimo 25 ottobre gli elettori serbi sono chiamati a votare per il rinnovo dell'assemblea nazionale. Una chiamata alle urne che si preannuncia tesa (Qui l'intervista a il Dolomiti di Massimo Moratti).
"In un Paese che si trova nel mezzo di una crisi sociale e istituzionale da quasi due anni, dopo che il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad il 1 novembre 2024 ha causato la morte di 16 persone e scatenato proteste incessanti guidate dal movimento studentesco, le elezioni di fine ottobre - spiega l'Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa - saranno una sorta di resa dei conti tra Vučić, candidato premier con il suo Partito Progressista Serbo, e la Lista degli Studenti ora resa pubblica dal movimento che sfida il regime".
Ecco perché la presidente von der Leyen ha deciso di escludere la Serbia (e la Bosnia Erzegovina) dalla sua tradizionale visita autunnale ai Balcani occidentali, in programma dal 30 settembre al 2 ottobre. “Alla luce delle imminenti elezioni parlamentari e generali” la decisione di posticipare la visita si è resa necessaria “per rispettare i processi elettorali”, ancora il portavoce della Commissione.
La questione si era posta immediatamente, non appena Vučić aveva annunciato la data delle elezioni. "Nel contesto politico e mediatico altamente polarizzato della Serbia, esiste il rischio concreto che una visita ufficiale della presidente della Commissione europea possa essere strumentalizzata come messaggio di sostegno europeo alle autorità in carica”, si legge in una lettera inviata direttamente a von der Leyen dal Balkans in Europe Policy Advisory Group. “Il significato politico di una visita di questo livello non può essere valutato separatamente dalle circostanze in cui si svolge”, dal momento in cui coinciderebbe con la fase finale e “più delicata” della campagna elettorale.
Gli ultimi sviluppi politici in Serbia, incluse le “preoccupazioni” per il trattamento di media e difensori dei diritti umani, hanno convinto von der Leyen a rimandare alla fase post-elezioni la sua visita, per non fornire alcun tipo di pretesto e rivendicazione di supporto in particolare alla forza di governo che negli ultimi anni ha reso quasi impossibile il mantenimento dei rapporti consolidati tra Belgrado e Bruxelles.














