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| 09 mar 2022 | 05:01

Covid e guerra in Ucraina, Cerea: ''Il conflitto causa una crisi economica più complicata da gestire. L'energia? Il Trentino deve puntare a costruire nuove centrali idroelettriche''

La crisi economica causata da Covid, il peso dei rincari di bollette e di costi energetici, l'aumento generalizzato di diverse materie prime e dei prodotti alimentari hanno già creato gravi problemi. In questo contesto si è inserita la guerra in Ucraina. Gianfranco Cerea: "L'Italia in questo momento sconta due errori di base: la dipendenza energetica da pochi fornitori con la forte prevalenza della Russia e un mix energetico debole nella diversificazione"

TRENTO. La crisi economica causata da Covid, il peso dei rincari di bollette e di costi energetici, l'aumento generalizzato di diverse materie prime e dei prodotti alimentari hanno già creato gravi problemi. Nel contesto già fragile si è inserita poi la guerra in Ucraina: l'Occidente ha risposto con sanzioni durissime alla Russia, anche se finora inferiori a quelle previste a suo tempo con l'Iran, le banche russe sono finite sotto pressione, il Rublo è andato a picco e le Borse sono in rosso con quella di Mosca chiusa da oltre una settimana.

 

La proiezione è che in caso di chiusura dei rubinetti dal Cremlino e dell'interruzione del flusso di gas e di petrolio dalla Russia si potrebbe registrare una crisi peggiore di quella degli anni '70 mentre benzina e gasolio sono saliti sopra i 2 euro per litro. E l'energia alle stelle, una "situazione allarmante" per Confindustria di Trento, mentre il Gruppo Arcese riferisce di un "rischio stop dell'autotrasporto'' (Qui articolo).

 

"C'è in corso di definizione un nuovo equilibrio. L'Italia in questo momento sconta due errori di base - spiega Gianfranco Cerea, noto economista, già presidente di Cassa del Trentino, preside della Facoltà di Economia dell'Università di Trento e storico insegnante di economia pubblica - la dipendenza energetica da pochi fornitori con la forte prevalenza della Russia e un mix energetico debole nella diversificazione degli approvvigionamenti e dominato dal gas". 

 

Nell'ultimo anno i costi dell'energia sono in media più che raddoppiati, cresciute anche le materie prime: i settori produttivi anche lanciato svariate grida d'allarme per questa dinamica che colpisce l'intera filiera e porta le imprese a dover ritoccare al rialzo i listini prezzi finali al consumatore. Un acquirente che si trova a dover pagare di più i prodotti, senza dimenticare che deve far fronte anche al bilancio familiare che risente a sua volta dell'aumento delle bollette.

  

Il governo è intervenuto con tre decreti per sostenere la ripresa economica nel contesto pandemico. Ma ora le tensioni geopolitiche prima e la guerra in Ucraina poi hanno reso ancora più complicato il quadro con le sanzioni decise dall'Unione europea, da Stati Uniti, Regno Unito e Australia spingono inoltre i prezzi più su. I listini delle Borse fanno segnare invece segni "meno", quella di Mosca è chiusa dall'inizio dell'aggressione militare, e le banche sono sotto pressione. Alle incertezze legate all'emergenza Covid, si aggiungono quelle causate dal conflitto.

 

C'è il rischio di una crisi economico-finanziaria stile 2008? "La crisi causata da Covid e anche quella innescata dalla guerra in Ucraina sono di tipo economico, anche se naturalmente con caratteristiche diverse. Ci sono gli strumenti per gestire queste dinamiche - dice Cerea - quella pandemica è legata soprattutto al calo della domanda e sono state implementate diverse misure per fronteggiare questa specifica situazione: le correzioni hanno riguardato l'espansione della spesa pubblica e la riduzione della tassazione facendo debito, anche con l'aiuto dell'Unione europea".

 

Il conflitto nell'est del continente invece è più difficile da gestire. "Rischia di colpire la domanda e l'offerta in un contesto che vede la salita dell'inflazione: un mix che è lo scenario peggiore da affrontare - evidenzia l'economista - perché servono azioni estremamente equilibrate e coordinate di politica reale e monetaria per evitare la caduta dei redditi e l'erosione dei risparmi. Naturalmente c'è l'aspetto drammatico dal punto di vista umanitario e questo è primario, ma l'aggressione militare incide anche sulla salute dell'economia. E' una situazione delicata e l'unica speranza è che la guerra finisca presto e che l'evento bellico non si allarghi, altrimenti è difficile individuare alternative".

 

Le sanzioni incidono fortemente su Mosca, così come sui Paesi che le hanno disposte, seppur in forma minore. Gli analisti con i vari declassamenti dei rating ipotizzano il rischio default per la Russia. "Il Cremlino - spiega Cerea - è un gigante geopolitico ma un nano economico, una nazionale molto fragile. A ogni modo in caso di fallimento non ci sarebbero grandi ripercussioni per l'Italia: l'esposizione sul fronte dell'acquisto dei titoli di Stato russi è praticamente a zero".

 

Intanto per affrancarsi dalla fornitura da Mosca, il governo valuta l'ipotesi di aprire in via temporanea le centrali di carbone e si è ritornati a pensare alle trivellazioni per estrarre il petrolio. Un piano che potrebbe portare Roma all'autosufficienza nel giro di 24-30 mesi. "Sono decisioni che possono andare bene per dare risposte nel medio periodo e superare le criticità causate dalla transizione - dice Cerea - ma serve urgentemente un piano differenziato e articolato che si basi sulle energie rinnovabili quali idroelettrico, eolico e solare: l'ambiente va naturalmente rispettato ma si devono trovare compromessi ragionevoli".

 

Insomma, tappe intermedie per arrivare a sviluppare un piano energetico in grado di far leva sulle rinnovabili. Come riportato nel “Piano energetico ambientale provinciale 2021-2030 la fornitura delle fonti energetiche primarie e secondarie nel 2016 (l’ultimo dato disponibile) è stata di 19.087 gigawattora

 

Questo dato in sostanza rappresenta quanta energia è stata consumata in Trentino in un anno. Le risorse importate si attesta al 65,3% del totale: si tratta di gas (gas naturale e Gpl) al 34,9%, seguito dai prodotti petroliferi (gasolio e benzina) al 30,3% e dall’import elettrico da rete nazionale che pesa solo lo 0,1%. Con ''risorse proprie'' (provenienti da fonti rinnovabili) il Trentino copre il 34,7% del fabbisogno energetico totale (Qui articolo). Tra queste spiccano la risorsa idrica (22,6%) e le biomasse (9,4%), decisamente inferiore l’utilizzo di energia solare (1,7%) e calore ambiente (1,0%).

 

Sul territorio provinciale sono state costruite negli anni 34 centrali di produzione idroelettrica, alle quali fanno capo opere e beni suddivisi in 160 opere di presa, 22 invasi, fra cui 13 grandi dighe e 9 opere minori di ritenuta, e 306 chilometri tra canali e gallerie. Un patrimonio gestito attraverso 17 concessioni che scadranno alla fine del 2023, con la proroga concordata dalla Provincia di Trento con il Governo nazionale.

 

"La soluzione più logica e coerente con la conformazione morfologica della provincia è quella di sviluppare le infrastrutture idroelettriche. Il Trentino - evidenzia Cerea - può puntare sulle centrali e lavorare ancora più in piccolo sulle comunità energetiche per ridurre il fabbisogno. Ci sono ampi margini per sfruttare in questo senso la particolare offerta del nostro territorio. Non sono necessarie opere enormi e impattanti ma piccoli poli per rispondere alle necessità di produzione. Oggi ci sono le tecnologie e le metodologie per riuscire a rispettare l'ambiente e favorire la produzione rinnovabile e sostenibile". 

 

Un'altra possibilità per il professore è quello di rivalutare il nucleare. "E' necessaria una riflessione in questo senso: l'Italia ha rinunciato per affidarsi agli idrocarburi e demandare tutto gli interessi delle compagnie petrolifere ma Francia e Germania utilizzano questa fonte e non ci sono mai stati problemi rilevanti. Bisogna basare le decisioni sulla razionalità e non sulla paura, sull'istinto o sull'emozione, altrimenti le scelte sono sempre sbagliate", conclude Cerea. 

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