Da crollo di Svb a crisi di Credit Suisse: ''Il management da anni come i giocatori d'azzardo ma choc di 15 anni fa ha insegnato come gestire la situazione''
Il docente di Economia e management all'Università di Trento e membro del gruppo degli esperti a servizio della Commissione per gli Affari economici e monetari del Parlamento europeo, Roberto Tamborini, spiega a Il Dolomiti la crisi e la sofferenza di alcune banche

TRENTO. "Le crisi bancarie si assomigliano tutte e, nello stesso tempo, ognuna fa storia a sé". Queste le parole a Il Dolomiti di Roberto Tamborini, docente di Economia e management all'Università di Trento e membro del gruppo degli esperti a servizio della Commissione per gli Affari economici e monetari del Parlamento europeo. "Molti studiosi sostengono inoltre che quella del 2007/08 non sia mai finita e che, anzi, i mezzi usati per superarla abbiano poi gettato i semi per la successiva, 15 anni di fiumi di liquidità a costo zero, pur se giustificati dalla necessità di sollevare le economie avanzate dal baratro in cui erano cadute, hanno anche spinto la ricerca dei rendimenti finanziari verso territori molto rischiosi e spesso non sostenuti da una solida redditività economica reale. Purtroppo, l'idea che i profitti sono privati e le perdite pubbliche è ancora viva e vegeta".
A inizio marzo la Silicon Valley Bank è andata in crisi. La sedicesima banca degli Stati Uniti stava affrontando una contrazione dei depositi, da lì è seguito il panico che ha portato il prezzo delle azioni a salire bruscamente e ha innescato la corsa alla banca che detiene 210 miliardi di dollari di attività.
"Gli investimenti di Svb erano remunerativi ma rischiosi", dice Tamborini. "Probabilmente sono stati compiuti degli errori nella gestione dei rischi e della liquidità, risultata squilibrata rispetto agli obblighi verso i depositanti. Inoltre potrebbe esserci stata anche una carenza di vigilanza: nessun ente preposto ha verificato che la banca era esposta a questo tipo di rischio".
In queste settimane qualche istituto ha iniziato a tremare. In particolare, a entrare in crisi anche Credit Suisse, "un caso molto diverso - evidenzia Tamborini - anche per le dimensioni molto maggiori dell'istituto elvetico e perché la causa del dissesto è molto più profonda e di natura strutturale. La proprietà e il management da anni si comportavano come quei giocatori d'azzardo che per rifarsi delle perdite fanno puntate sempre più grosse e spericolate".
Il momento è certamente complesso e anche negli scorsi giorni le banche sono tornate nel mirino delle vendite sui mercati finanziari, con l'indice europeo di settore che è arrivato a perdere il 5% e singoli istituti, come Deutsche Bank, in particolare sofferenza. Poi c'è stato un leggero recupero ma dopo la crisi di Credit Suisse e, nonostante le varie rassicurazioni, si è tornati a parlare della solidità del sistema, soprattutto delle realtà di medie dimensioni esposte alla volatilità.
Intanto la Bce e la Fed hanno deciso di confermare, anche a fronte del rischio di crisi bancaria, la lotta all’inflazione con il rialzo dei tassi di interesse. "Ma le banche della zona euro - commenta Tamborini - sembrano immuni perché i dispositivi di sicurezza sono più stringenti".
Professore, quali sono le cause del crack di Silicon Valley Bank?
Quello che si può capire dalle notizie di dominio pubblico è che La Svb era una banca regionale di medie dimensioni, specializzata nel finanziamento delle piccole-medie imprese del settore informatico concentrate nella famosa valle californiana. Dunque investimenti remunerativi ma rischiosi (che maggior rendimento si accompagni a maggior rischio è la legge fondamentale della finanza che spesso viene dimenticata).
Tuttavia, a differenza delle banche protagoniste della crisi globale del 2007-08, né la struttura finanziaria né l'operatività di Svb erano particolarmente complesse. L'opinione prevalente è che, ciononostante, siano stati compiuti degli errori nella gestione dei rischi e della liquidità, risultata squilibrata rispetto agli obblighi verso i depositanti.
Una delle questioni sul tappeto è in quale misura sia responsabile anche l'aumento dei tassi d'interesse sui titoli di Stato provocato dalla Riserva federale per combattere l'inflazione. I titoli di Stato dovevano essere la parte sicura degli impieghi della banca (e di solito lo sono), ma l'aumento del tasso d'interesse ha provocato una caduta del loro valore, cosicché quando la banca ha dovuto venderli per far fronte ai ritiri dei depositi ha dovuto registrare delle perdite fatali. Probabilmente, ha anche contribuito una carenza di vigilanza: nessuno degli enti preposti ha verificato che la Svb era esposta a questo tipo di rischio.
Altri istituti sono andati in sofferenza, c'è il rischio di una nuova crisi del sistema?
Per certi aspetti le crisi bancarie si assomigliano tutte, e nello stesso tempo ognuna fa storia a sé. Gli altri episodi di cui si ha notizia negli Stati Uniti sono simili a quello di Svb, e sollevano gli stessi interrogativi.
Il caso Credit Suisse invece è molto diverso, se non altro per le dimensioni molto maggiori dell'istituto elvetico, e soprattutto perché la causa del dissesto è molto più profonda e di natura strutturale.
La proprietà e il management di Credit Suisse da anni si comportavano come quei giocatori d'azzardo che per rifarsi delle perdite fanno puntate sempre più grosse e spericolate (nonché ai limiti o al di là della legalità). Quanto alle banche della zona euro, anch'esse sono molto esposte sui titoli di Stato, e quindi al rischio legato all'aumento dei tassi d'interesse, ma per il momento sembrano immuni dal contagio, anche grazie a dispositivi di sicurezza molto più stringenti.
Quale può essere un'evoluzione e che rischi ci sono?
Se questi episodi possano trasformarsi in una crisi di sistema come quindici anni fa dipende, tra l'altro, da come si comportano le autorità monetarie e finanziarie. Le banche centrali si trovano in una posizione molto delicata perché, come detto prima, gli strumenti che stanno usando per contrastare l'inflazione, come l'aumento dei tassi d'interesse e la riduzione della liquidità, possono innescare queste crisi bancarie.
D'altra parte non vogliono dare il messaggio di lasciar correre l'inflazione anteponendo gli interessi delle banche. Anche i governi, tutti già molto indebitati, devono fronteggiare scelte difficili: spendere soldi dei contribuenti per salvare le banche o lasciarle fallire (il fallimento di Lehman Brothers del 2008 non sembrò, col senno di poi, una buona idea).
Rispetto all'ultima crisi come affronta la comunità internazionale questa situazione?
Certamente le autorità pubbliche sembrano aver in mente la lezione ricevuta dal grande choc di quindici anni fa e sembrano in grado di circoscrivere i focolai di crisi. Tuttavia, come sostengono alcuni studiosi, quella crisi non è mai finita, e i mezzi usati per superarla hanno gettato i semi per la successiva.
Tre lustri di fiumi di liquidità a costo zero, pur se giustificati dalla necessità di sollevare le economie avanzate dal baratro in cui erano cadute, hanno anche spinto la ricerca dei rendimenti finanziari verso territori molto rischiosi e spesso non sostenuti da una solida redditività economica reale. Inoltre sono rimaste largamente inascoltate le voci di coloro che in questi anni hanno invocato la necessità che la predisposizione di reti di salvataggio per i risparmiatori si accompagnasse di pari passo a più stringenti e incisivi meccanismi di regolazione e controllo di chi gestisce i nostri risparmi. Purtroppo, l'idea che i profitti sono privati e le perdite pubbliche è ancora viva e vegeta.












