In Trentino 15mila giovani non studiano né lavorano, l’Apss: “Condizione di disagio sociale che potrà avere gravi conseguenze nei prossimi anni”. Un progetto per i Neet
L’intervista a Sara Paternoster, la psichiatra dell’Apss che coordina il progetto Cope: “L’obiettivo principale è quello di intercettare il disagio e le esigenze dei Neet fra i 15 ai 34 anni, le difficoltà maggiori vengono riscontrate dalle donne”
.jpg?itok=Y4f7GIOA)
TRENTO. Secondo i dati diffusi da Eurostat l’Italia detiene il poco invidiabile primato europeo per il numero di giovani uomini tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono nemmeno impegnati in percorsi di formazione. Le cose non migliorano allargando lo sguardo ai giovani (maschi e femmine) fra i 15 e 34 anni che nel nostro Paese (dati Istat del 2020) rappresentano il 25,1% del totale: oltre 3 milioni, cioè un giovane su quattro.
In Trentino invece si stima che i cosiddetti Neet (not in education, employment, or training) siano circa 15mila, con una prevalenza del genere femminile. Un numero importante per quella che l’Azienda sanitaria provinciale (Apss) definisce “una condizione di disagio sociale che comporta effetti negativi immediati sull’oggi, ma che soprattutto preoccupa per le gravi conseguenze che potrà avere nei prossimi anni”.
Proprio per questo la Provincia di Trento è l’ente capofila di un progetto europeo che punta a coinvolgere 300 giovani Neet favorendo la loro interazione con la comunità locale, promuovendo in questo modo il loro benessere e la loro autonomia sociale, scolastica e lavorativa attraverso percorsi individualizzati. Il progetto è stato denominato Cope, “Capabilities, opportunities, places and engagement” (Capacità, opportunità, luoghi e coinvolgimento) e, fra gli altri, vede come partner il Portogallo, la Federazione delle cooperative trentine e la University of East London.

“L’obiettivo principale è quello di intercettare il disagio e le esigenze dei Neet fra i 15 ai 34 anni” precisa Sara Paternoster, la psichiatra dell’Apss che assieme all’assistente sociale, Sabrina Herzog, coordina il progetto Cope. Il responsabile scientifico è invece Emanuele Torri, direttore del Servizio di governance clinica di Apss. “Quella dei giovani in situazione di Neet è una situazione ancora poco studiata – sottolinea la psichiatra – solo recentemente se ne parla con più frequenza e si sta prendendo coscienza della portata del fenomeno”. È anche per questa ragione che parallelamente a Cope viene portato avanti un progetto di ricerca per raccogliere dati a proposito dei fattori che possono facilitare l’emergere di queste situazioni.
“Gli aspetti sociali, familiari o relazionali, piuttosto che demografici, culturali o economici che portano a questa condizione sono ancora tutti da approfondire”, prosegue Paternoster. “I dati nazionali ci dicono che le difficoltà maggiori vengono riscontrate dalle donne”. I numeri restituiscono una fotografia plastica della situazione: in Italia i Neet fra i genitori maschi sono il 15,1% ma la stessa cifra fra le giovani mamme tocca il 57%. L’ipotesi è che la medesima relazione esista pure a livello provinciale. In altre parole è possibile che queste difficoltà non siano legate a fattori psicologici ma piuttosto a fattori culturali, sociali ed economici. In questo senso il progetto fornirà dei dati utili per indagare le varie ipotesi.
“In genere i giovani in situazioni di Neet sono bloccati dalla difficoltà di entrare (o restare) nel mondo del lavoro, della scuola o dei percorsi di formazione, ma ci possono anche essere elementi di isolamento sociale e difficoltà nella socializzazione”, prosegue la psichiatra di Apss. “Allo stesso tempo da parte della comunità si riscontrano difficoltà nel trovare modalità di ingaggio di questi giovani”.
Una figura chiave all’interno del progetto è quella del “link worker”, operatori con professionalità diverse che hanno la funzione di facilitare l’inizio di un cambiamento che permetta ai giovani in situazione di Neet di esplorare i possibili collegamenti offerti dal territorio. In questa chiave è di fondamentale importanza l’aver creato una rete di collaborazioni tra enti, istituzioni, servizi, agenzie, cooperative, associazioni, imprese, organizzazioni pubbliche e private, e più in generale con la popolazione.
Per partecipare al progetto è necessario che la condizione di “inattività” duri da almeno un mese. “Possono essere alcuni servizi o le stesse famiglie a segnalarci determinate situazioni ma alla fine deve essere sempre la persona a decidere di fare questo passo”. Spesso la parte più difficile è proprio fare il primo passo: “Alcuni giovani di fatto hanno bisogno di essere ascoltati da persone che siano al di fuori della propria cerchia, non perché le famiglie siano assenti ma è importante capire che c’è qualcuno all’esterno che crede in loro, tutto ciò innesca un circolo virtuoso che li spinge a compiere il primo passo e quelli successivi”.
Ogni giovane ha a disposizione una decina di incontri (che possono essere aumentati in caso di necessità). Una peculiarità del progetto riguarda l’applicazione della metodologia nata in Inghilterra del Social prescribing, perché si è notato che alcune persone sono in difficoltà non per motivi di salute ma per altri aspetti, sociali e relazionali. “Attraverso questa ‘prescrizione sociale’ – afferma Paternoster – i giovani vengono indirizzati a un link worker e concordano insieme percorsi di supporto individualizzati per permettere loro di recuperare alcuni aspetti legati alla socializzazione. È la prima volta che si sperimenta questo modello con i giovani in situazione di Neet, una sfida nella sfida che richiede un lavoro certosino”.
D’altra parte le situazioni che portano questi giovani alla decisione di sottrarsi a scelte di vita fondamentali, come quelle di impegnarsi in un progetto scolastico o in un percorso lavorativo, sono molteplici. Pertanto sono richieste soluzioni diversificate. “Ovviamente bisogna pensare anche al dopo – conclude Paternoster – terminato il progetto non significa che il ‘problema’ sia risolto ma bisogna ragionare anche sui passi successivi”.














