Dazi, l'Ue cede a Trump ma a perderci sono i cittadini americani. Cottarelli a il Dolomiti: “Le tariffe le pagano i consumatori, crescita Usa già in calo nel 2025”
L'analisi del noto economista: "Alcuni dei prodotti interessati dai dazi sono difficilmente sostituibili e, in ogni caso, gli Stati Uniti sono in una situazione di quasi piena occupazione. Le aziende estere dovrebbero trasferire non solo gli stabilimenti, ma anche il personale"

TRENTO. I dubbi e i nodi aperti, come sempre quando si parla di Donald Trump, sono ancora molti – in primis la promessa europea di importare, in tre anni, 750 miliardi di dollari di energia dagli Usa – ma una certezza nella partita dei dazi voluti dall'amministrazione americana, a questo punto, pare esserci: le nuove tariffe al 15% per le merci in arrivo dall'Unione Europea entreranno in vigore il 7 agosto, una settimana dopo la deadline imposta inizialmente dalla Casa Bianca.
A livello economico, l'impatto stimato da Confindustria per quanto riguarda le imprese italiane è di poco meno di 23 miliardi (22,6), mentre politicamente l'accordo siglato in Scozia negli scorsi giorni è stato interpretato da molti come una sconfitta per la presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen e per l'intera Unione.
Ma se l'Europa, di certo, non ha vinto, è probabile che a perderci nel tentativo del presidente Usa di riscrivere il commercio globale saranno, in definitiva, principalmente i cittadini americani.
“Normalmente il peso dei dazi – dice infatti a il Dolomiti il noto economista Carlo Cottarelli – viene scaricato sui compratori e non sui venditori, che hanno a disposizione le alternative garantite dal resto del mercato mondiale”. Non a caso infatti, di fronte alla nuova (e radicale) torsione unilaterale degli Stati Uniti, l'Europa si sta muovendo per trovare alternative al grande mercato Usa – guardando fino al Pacifico – nonostante per diverse categorie di prodotti, a partire dal vino, trovare nuovi sbocchi sia particolarmente complicato.
Difficile però è anche immaginare un'alternativa per chi, negli States, fa affidamento sulle numerose filiere produttive europee: “In questa dinamica – spiega Cottarelli – bisogna infatti tener conto che i dazi sono stati applicati a tutti i Paesi europei. In altre parole, le aziende e i consumatori americani non possono ricercare alternative a più buon mercato tra i vari membri dell'Ue, il vino spagnolo piuttosto che quello italiano o francese per esempio”.
L'impatto finirebbe quindi inevitabilmente per farsi sentire sull'inflazione americana: lo stesso presidente della Fed (la Banca centrale americana), Jerome Powell, ha mantenuto stabile il livello dei tassi d'interesse Usa, citando proprio i rischi e l'incertezza generati dai dazi e dall'aumento dei prezzi. Da tempo Trump chiedeva, al contrario, di abbassare il costo del denaro per stimolare l'economia americana e, soprattutto, per ridurre il costo del debito pubblico dopo i tagli monstre approvati nel “Big beautiful bill”.
“Fino a qualche giorno fa – continua Cottarelli – al quadro si aggiungeva la svalutazione del dollaro, che ora sembrerebbe però aver cambiato direzione. Un apprezzamento della valuta americana nei confronti dell'euro contribuirebbe a compensare, da una parte, gli effetti inflattivi riducendo però, dall'altra, lo svantaggio Ue nell'aumento dei dazi". Per quanto riguarda la dinamica dei prezzi però, per Cottarelli bisogna comunque tener presente che, all'interno dell'economia americana, le importazioni - sulle quali peseranno inevitabilmente i nuovi dazi - hanno un peso relativo nel sistema economico americano.
Diverso è il discorso dal punto di vista della produzione: “Alcuni dei prodotti interessati dai dazi – ribadisce infatti l'economista – sono innanzitutto difficilmente sostituibili. Negli Stati Uniti poi siamo in una situazione di quasi piena occupazione”. In altre parole: il piano di Trump di riportare parte dell'industria sul territorio americano si scontra con una realtà ben nota anche nel nostro Paese, la mancanza di manodopera. Una dinamica che lo stesso presidente americano continua ad esacerbare con le sue politiche anti-immigrazione.
E se l'obiettivo annunciato è quello di incentivare le realtà internazionali a produrre sul suolo americano (“chi produce negli Stati Uniti non paga dazi” ha ripetuto a più riprese Trump), l'unica strada per concretizzarlo sarebbe di convincere le aziende a spostare non solo gli stabilimenti, ma anche il personale: “La situazione – dice ancora Cottarelli – sarebbe diversa con dazi molto più alti: con tariffe al 50% per esempio l'incentivo a spostare la produzione negli Stati Uniti sarebbe decisamente maggiore”. Proprio per questo è possibile ipotizzare una crescita della produzione interna di alluminio e acciaio, per i quali sono state confermate barriere del 50% – pur in prospettiva di nuove discussioni con l'Ue su possibili meccanismi di quote.
Per il momento però, il peso delle politiche commerciali trumpiane si fa sentire anche a livello generale: nonostante infatti la crescita economica nel secondo trimestre abbia raggiunto il 3% negli States, al di sopra delle stime, nella prima metà del 2025 il dato complessivo è dell'1,2%, in calo rispetto al 2,5% dello scorso anno. “Un dato di crescita – conclude Cottarelli – non particolarmente alto rispetto agli standard americani. Finora quest'anno stiamo assistendo ad un calo della crescita superiore all'1%”.












