Iran, la testimonianza: “Proteste? Questa è una rivoluzione. La mia famiglia a Teheran, da giorni non ho notizie: il regime ci vuole impauriti ma resistiamo”
La testimonianza di Bahram, cittadino iraniano che vive in Italia: “Da 28 anni non torno nel mio Paese. In questo momento il principe Pahlavi è il miglior leader per liberare l'Iran dal regime degli ayatollah. La mia famiglia è a Teheran, non ho loro notizie da giorni”

TEHERAN. Il passaggio è lessicale, ma non per questo meno significativo: “Episodi come quello che stiamo vedendo negli ultimi giorni in tutto l'Iran erano stati chiamati 'proteste' negli scorsi anni. Questa volta però è diverso. Questa volta parliamo di rivoluzione”. E viverla da fuori, lontano dal Paese che si è chiamato casa e dai propri famigliari, racconta a il Dolomiti Barham, cittadino iraniano che da oltre 30 anni vive a Ferrara, è una continua attesa.
L'attesa di un messaggio che dica “stiamo bene”; l'attesa di una foto, di una chiamata da parte di una madre, di un fratello. L'attesa per cogliere più informazioni possibili oltre la cortina di ferro che il regime islamista di Teheran ha eretto negli ultimi giorni – bloccando internet in tutto il Paese – per evitare che i video delle strade in protesta e della brutale repressione vengano condivisi. L'attesa per un Paese nuovo, diverso, dice Barham: “Dove gli iraniani possano vivere la loro libertà come tutti”.
Barham, racconta, è arrivato in Italia nel 1992 per studiare, spostandosi poi stabilmente nel nostro Paese. Da 28 anni, dice, non torna in Iran per paura del regime: quasi tutta la sua famiglia vive però ancora lì. “La mia famiglia è di Teheran – continua – e da giorni ormai non ho loro notizie. Il Paese è quasi completamente isolato; le poche informazioni, i pochi video che arrivano a noi lo fanno attraverso Starlink, ma le comunicazioni sono diminuite drasticamente rispetto ai primi giorni di manifestazioni”.
Per i moltissimi manifestanti – e per la stragrande maggioranza degli iraniani espatriati – la speranza è che questa sia l'occasione per liberare il Paese da un regime, dice Barham: “Che rende la vita impossibile a tutti i livelli, da quello economico a quello sociale. Dopo il '79, dopo la rivoluzione, il regime di Khomeini ha portato indietro l'Iran di 150 anni: il nostro Paese è però ricco non solo di risorse, ma di cultura, di storia, di forze intellettuali. Abbiamo milioni di giovani laureati, grandi riserve di petrolio, di uranio, di gas: come è possibile quindi che uno stipendio medio in Iran sia il corrispettivo di 200 euro e che solo per mangiare se ne spendano 300? Quasi nessuno ad oggi ha la possibilità di vivere in Iran”.
E molti proprio tra i giovani universitari iraniani vedono oggi una grande speranza nel figlio dell'ultimo scià, il principe Reza Pahlavi, per rappresentare un'alternativa alla Repubblica islamica (lo avevamo raccontato negli scorsi giorni, analizzando nel dettaglio le varie anime delle proteste nel Paese, Qui Articolo). “Il principe – ribadisce Barham – è per il momento il miglior leader che possa fare qualcosa per liberare il Paese da questo regime, per molti oggi rappresenta un 'salvatore'”.
Nel frattempo però la brutale repressione delle proteste continua: le ultime stime sul numero delle vittime - non verificabili indipendentemente a causa del blackout imposto dal regime - sono salite fino a 12mila (Qui Articolo) e sono diverse le testimonianze di vere e proprie sparatorie di massa contro i partecipanti. Le manifestazioni nel Paese erano iniziate alla fine del 2025 a causa delle crescenti difficoltà sul fronte economico: da allora però la “rivoluzione” si è man mano allargata, includendo come detto anche molti giovani e studenti universitari. E con l'aumento della partecipazione è cresciuta anche la violenza della repressione.
“Le forze del regime mirano alla testa, al cuore, agli occhi – dice Barham –; ci hanno riferito che vengono addirittura richiesti dei soldi ai familiari per poter recuperare le salme. Negli scorsi giorni abbiamo perso tanti giovani ma rispetto al passato questa volta, nonostante migliaia di morti, nessuno ha paura. Ieri si è tenuta un'altra grandissima manifestazione a Teheran, dove ci hanno riportato esser scese in strada più di un milione di persone. La rivoluzione non si ferma: per ogni vittima, decine di altre persone sono motivate a protestare e a chiederne conto”.
Se la rivoluzione dovesse concludersi con la caduta del regime, dice infine Barham: “Tornerei in Iran, come moltissimi dei cittadini usciti dal Paese. Tante energie professionali e intellettuali si sono dovute allontanare dall'Iran, tutti insieme saremmo in grado di rialzare la testa nel giro di pochi anni. Raccontare quello che sta succedendo oggi è il minimo che possiamo fare: il regime ci vuole impauriti ma noi resistiamo”.












