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Al di là dei miti, cosa fu la “guerra bianca”? Frizzera: “Non fu meno spersonalizzante e disumana di quella combattuta in trincea”

Attorno al conflitto combattuto sulle montagne fra il 1915 e il 1918 da italiani e imperiali, sono fioriti miti e racconti eroicizzanti. La “guerra bianca”, tuttavia, non ebbe nulla da invidiare a quella industriale e disumana combattuta sui grandi fronti europei. In questo approfondimento della rubrica “Camminando nella Grande Guerra”, ne abbiamo parlato con un esperto, il provveditore del Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto Francesco Frizzera

Credits to Museo della Guerra
Di Davide Leveghi - 31 dicembre 2021 - 10:29

Il fronte di montagna si aprì il 24 maggio 1915. La guerra, immaginata e pianificata come breve - «una volata» scrisse l’irredentista alpino Cesare Battisti – e veloce nel suo scorrere lungo le valli alpine, si rivelò fin da subito ben altro, piena di attriti e di imprevisti, imprevedibile. Dentro quell’«intrico montuoso» gli eserciti rallentarono, si perdettero, si fermarono, si stanziarono lassù, e poi sempre più in alto, vertiginosamente, sempre più numerosi, più attrezzati, più soli, dovendo infine sprofondare nelle viscere della terra per non soccombere al nemico e al gelo. La guerra di movimento divenne di posizione, di lavoro, di sistema, sovrapponendosi al sistema alpino; tentacolare, totale, onnivora, autoreferenziale, barocca, mai combattuta prima e mai più dopo, intreccio di iperboli e paradossi. Distrusse incessantemente e incessantemente costruì; fu moderna e primordiale; coniugò l’osceno del campo di battaglia al sublime del paesaggio; spinse gli uomini in armi a violare la Natura, mutandola profondamente, nel momento stesso in cui ne celebravano la purezza incontaminata e la forza consolatoria” (da La guerra verticale di Diego Leoni)

 

TRENTO. “Combattuta in un ambiente grandioso, accomunata al grande conflitto dell’uomo contro la Natura, la guerra bianca è stata per lungo tempo assimilata all’alpinismo. In realtà, questa lettura non è che figlia di una sovrapposizione di tipo romantico, che la iscrive in un tipo di scontro meno industriale, spersonalizzante e disumanizzante di quella combattuta nelle pianure. Di fatto, invece, fu il prolungamento sulle montagne della terribile guerra combattuta in trincea”.

 

Descrive così, la “guerra bianca”, il direttore del Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto Francesco Frizzera. Esperto in materia, lo storico trentino si è “scontrato” con questo tema nel corso della sua attività di ricercatore, dedicandosene anche come provveditore dell’ente museale lagarino in occasione dell’anno tematico dei musei dell’Euregio 2021 – progetto “Connessioni montane” (QUI l’articolo). “E’ stato utile, in un’ottica di lungo periodo, per capire come le innovazioni tecnologiche militari abbiano avuto un output nel creare alcuni servizi civili del dopoguerra, come gli impianti a fune”, spiega al nostro giornale.

 

Ma cosa si intende per “guerra bianca”? E perché Frizzera parla di una narrazione mitizzante che l’avrebbe avvolta sin dai tempi in cui fu combattuta? “Per ‘guerra bianca’ – esordisce il direttore del Museo della Guerra di Rovereto – s’intende genericamente quella combattuta in montagna o più nello specifico in alta montagna. Ha un proprio nome poiché nell’ambito della Grande Guerra indica delle condizioni particolari che la differenziano da quella combattuta nelle pianure. Il conflitto si svolse anche in altri teatri montani, infatti, dai Carpazi alle montagne serbe, ma fu sul fronte italo-austriaco che si sviluppò per tre anni e mezzo in forma continuata, imponendo la necessità del rifornimento di uomini e mezzi”.

 


Credits to Museo della Guerra
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Fu guerra che impose continui ripensamenti, ingegno e sacrificio, dunque; guerra che costrinse gli eserciti ad impossessarsi degli spazi, opponendosi costantemente non solo agli ostacoli imposti dal nemico ma anche a quelli della Natura. Come scrive Diego Leoni nel suo La guerra verticale. Uomini, animali e macchine sul fronte di montagna 1915-1918, testo imperdibile per chi si occupa – per mestiere o passione – di questo tema: “La guerra di montagna non fu una, ma molte guerre, mutava aspetto a seconda dell’altimetria, della morfologia, della geologia e della vegetazione; diversificava attori, azioni ed esistenze; immagini e narrazioni”.

 

È il maggio del 1915, quando il Trentino da terra di frontiera si trasforma in terra di fronte. Le vette e le valli che lo compongono, nondimeno, già da tempo sono al centro di “battaglie” combattute a suon di piccozze e badili. L’ultimo lembo dell’Impero, italiano per lingua, è teatro infatti di una contesa fra il nazionalismo tricolore e quello pangermanista, che attraverso l’alpinismo o il turismo si appropriano dei luoghi, ammantandoli di caratteri nazionali.

 

Le montagne del nostro territorio, prima del 1915, erano sì teatro di scontro, ma non di tipo militare, bensì nazionale – prosegue Frizzera – le associazioni nazionali di lingua italiana e tedesca si misurano infatti per rivendicare l’italianità o la tedeschità del territorio. Allo stesso tempo, da decenni in quota si fortifica. Si costruiscono infrastrutture precoci e invasive, come ad esempio nella zona del Tonale. In termini strettamente militari, tuttavia, la situazione è ben diversa: fino all’inverno del ’14-’15 si esclude ogni possibile combattimento al di sopra dei 1800 metri. È celebre ad esempio l’opinione del generale Antonio Cantore, che in base al vestiario e all’equipaggiamento disponibili, ancora alla fine del ’14 scarta l’ipotesi di una guerra a quote superiori dei 1800 metri”.

 

La realtà, però, impone dei cambiamenti netti e repentini. “Per questioni logistiche, infatti, nell’Europa pre-Grande Guerra di norma in inverno non si combatte, e così in alta montagna. La situazione però cambia con il primo conflitto mondiale e si impone la necessità di adattarsi velocemente”.

 

“In una prima fase – spiega il direttore del museo roveretano – si occupano le cime più strategiche, stabilendo anche in quota il sistema trincerato. Le modalità con cui si fa la guerra, ben presto, si dimostrano simili al resto dei fronti. Si tentano dei colpi di mano, che salvo rari casi finiscono sempre con un nulla di fatto. La guerra, immaginata in movimento, si arena nella posizione. Così abbiamo dei massacri ad alta quota, con un ulteriore fattore a imporre costi durissimi, la Natura. Molti soldati muoiono sotto le valanghe, i vincoli climatici sono estremi. L’esperienza del soldato, così come in trincea, è spinta al limite”.

 


Credits to Museo della Guerra
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E chi sono i protagonisti di questa peculiare guerra? “Nell’impossibilità di stabilire con numeri precisi i contingenti in campo, possiamo dire che in alta montagna, sopra i 2000/2500 metri, si siano fronteggiate sui singoli avamposti e nei singoli episodi bellici poche centinaia di uomini – prosegue – nel caso del Pasubio, invece, la dimensione dello sforzo bellico fu ben diversa, con decine di migliaia di soldati da entrambe le parti. Più in alto si va, più la presenza di rarefa. Ma i numeri non ci devono trarre in inganno: i capisaldi, anche i più isolati, vanno riforniti. Sono i presidi che garantiscono la continuità del fronte. Lo sforzo bellico, così, non si limita a poche centinaia di uomini, ma ad un universo di figure, dalle portatrici ai lavoratori coatti, passando per i prigionieri militari. Si devono costruire delle fitte reti logistiche: pensiamo che in Trentino il solo esercito austro-ungarico dà vita a 380 teleferiche, di cui alcune lunghe anche decine di chilometri”.

 

A combattere nei presidi d’alta montagna, nondimeno, non ci sono solo le truppe addestrate. In questo contesto, infatti, si replicano le dinamiche di ciò che in più grande scala avviene nei fronti di pianura. Accanto agli Standschützen e agli Alpini combattono così anche truppe raffazzonate, male equipaggiate, non aduse alle condizioni estreme che impone la montagna. Di fatto, la guerra bianca non fu uno scontro fra montanari”.

 

Guerra fra montanari”, “guerra meno disumana di quella di trincea”, “epico scontro fra l’uomo e la Natura”. Attorno alla “guerra bianca” sono tanti i miti fioriti nel tempo, che ancora oggi la presentano come parziale eccezione di quell’ “inutile massacro” (la definizione è dell’allora papa Benedetto XV) che fu il primo conflitto mondiale. Eppure, come spesso accade, sotto al mito si nascondono verità ben più dolorose: prolungamento della guerra di pianura, combattuta sui grandi fronti europei, dalla Galizia al Belgio, passando per l’Isonzo, quella in montagna fu altrettanto dura, estrema, sanguinosa.

 



Credits to Museo della Guerra
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Dai punti di vista strategico e tattico, la guerra combattuta in montagna e alta montagna ebbe impatto ben minore rispetto a quella del Carso o del fronte occidentale – racconta Frizzera – il suo teatro, nondimeno, fu grandioso, tale da assimilarla al conflitto fra l’uomo e la Natura tipico dell’alpinismo. In montagna ci fu sì l’eroe che si misura con la Natura, ma anche due eserciti opposti l’uno all’altro. La narrazione epicizzante non è che figlia di ciò che accadde prima, quando l’alpinismo, fenomeno borghese, preparò il terreno per narrarla come una guerra edulcorata, mitica e mitizzabile. E non a caso la propaganda se ne appropriò, come avvenuto per l’aviazione. Nel suo piccolo, invece, fu guerra industriale e non meno disumanizzante e spersonalizzante di quella di posizione”.

 


Credits to Museo della Guerra
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Profondamente penetrata nel territorio, la “guerra bianca” ha lasciato numerosi segni sul territorio dove si è combattuta. Da qui, ancora dopo un secolo dalla sua fine, si è posto il tema del recupero e della valorizzazione dei suoi manufatti, ormai trovati a quote sempre più alte in virtù dello scioglimento dei ghiacciai. L’ultima riflessione Frizzera la dedica così proprio alle difficoltà, alle sfide ed alle prospettive in questo campo.

 

La guerra ha lasciato i segni a tutte le quote, talvolta più e talvolta meno leggibili – spiega – ed esistono leggi nazionali e locali che permettono di tutelarli. Gli usi agricoli dei terreni possono averli resi meno visibili, ma in alta montagna, visto anche il ritiro dei ghiacciai, stanno emergendo con sempre più frequenza, comportando, oltre a vere e proprie scoperte archeologiche, anche dei pericoli. Pensiamo agli ordigni inesplosi. Alcuni di questi nondimeno si caratterizzano per essere vere e proprie capsule del tempo, in cui letteralmente il ghiaccio ha ricoperto i manufatti permettendo ora di trarre opportunità di ricerca scientifica eccezionali (QUI un approfondimento, a riguardo, sul rifugio austro-ungarico del Monte Scorluzzo “strappato” ai ghiacci dai volontari del Museo della Guerra Bianca di Temù all’interno di un progetto coordinato dal Parco Nazionale dello Stelvio, in collaborazione con l’Università di Padova)”.

 

Le difficoltà, in questi casi, sono diverse. Non è facile operare in tali ambienti, molto spesso le operazioni sono costose e la loro riuscita è determinata da variabili ambientali. Le condizioni climatiche, inoltre, sono estreme, i tempi ridotti. Per questo si pongono diverse soluzioni, dalla valorizzazione e conservazione in loco, come avvenuto con il presidio di Punta Linke sull’Ortles-Cevedale, allo smontaggio e recupero dei manufatti, così da renderli fruibili a un pubblico più vasto a bassa quota. Qual è la scelta vincente? La questione è aperta, oggetto di dibattito: tutto dipende dalla sensibilità di chi se ne occupa e dagli obiettivi di fondo che ci si pone”, conclude.

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