Dopo 46 stagioni Rita e Bruno dicono 'addio' al rifugio Berti: "Spaventa come la montagna sia cambiata. Abbiamo finito per abituarci anche alle infradito in quota"
Non basterebbe un libro intero per raccontare le 46 stagioni vissute da Rita Zandonella e Bruno Martini sul Popera, rifugisti ora pronti a salutare, per sempre, il loro amato Berti: "La montagna dal '78 è cambiata moltissimo, in tutti i sensi: abbiamo finito per abituarci anche alle infradito in quota. Ai nuovi gestori auguriamo una buona continuazione. Andremo sicuramente a trovarli spesso, tornando in un luogo che per noi, in fondo, sarà sempre casa"

BELLUNO. Non basterebbe un libro intero per raccontare le 46 stagioni vissute, rigorosamente in quota, da Rita Zandonella e Bruno Martini, per quasi mezzo secolo sentinelle del Popera, oggi pronti a salutare il loro amato rifugio Berti: "Andare via è un po' come lasciare casa nostra: per questo, cercheremo di tornare quanto più spesso possibile - confessa Bruno a Il Dolomiti - anche se non più in veste di gestori".

Arrivata la possibilità di andare in pensione, Martini ha infatti deciso di coglierla al volo: "Ho scelto di riposare e di ri-cominciare a vivere la montagna in quanto escursionista e non più nelle vesti di rifugista - ammette -. Abbiamo trascorso oltre 40 anni al Berti: un'esperienza bellissima, che sicuramente ci mancherà ma ora siamo felici di poter dedicare più tempo a noi e ad un modo diverso di vivere le terre alte".
Un nuovo capitolo della vita dei coniugi che, dal 'loro' rifugio a quota 1.950 metri, ne hanno viste davvero di ogni: "La montagna è cambiata - fa sapere Martini, unendosi al pensiero di molti altri rifugisti -. Gli esiti del cambiamento climatico li abbiamo cominciati a vedere soprattutto negli ultimi anni e in maniera piuttosto violenta", spiega, riferendosi in particolare a quanto successo lo scorso 12 agosto, quando una frana aveva travolto la centralina idroelettrica che serviva il rifugio, lasciando la struttura 'al buio'.
"Ci siamo dovuti riorganizzare con gruppi elettrogeni utilizzati a fasce orarie per mantenere in temperatura frigoriferi e freezer, riuscendo, per fortuna, a tenere aperto il rifugio, nonostante le difficoltà", ricorda.
Fenomeni, quelli legati ad un clima che sta preoccupantemente mutando, "che avvengono sempre più spesso e con una violenza inaudita. Anni fa la neve riempiva i canaloni fungendo anche da protezione per il Berti, oggi invece di neve non ce n'è più e i ghiaioni hanno cominciato a 'camminare'", lascia intendere.
A cambiare, oltre a clima e paesaggio, è stato anche il tipo di clientela negli anni approdata in struttura: "Quarant'anni fa accoglievamo la gente di montagna. Dal Covid in poi, sempre più 'escursionisti della domenica', che ci hanno fatto purtroppo abituare alla vista delle infradito in quota".
Fra le varie difficoltà, le sveglie all'alba e la fatica d'un lavoro (di certo) non per tutti, anche tanti bei ricordi "e amicizie nate fra le mura del Berti che sicuramente saranno coltivate anche dopo questo nostro 'addio' - conclude Bruno -. Non è stato facile accettare i tanti cambiamenti avvenuti dal '78 ad oggi ma sono convinto che un bravo rifugista si debba saper adattare e scendere a qualche compromesso, che non significa 'tradire' l'anima d'un vero rifugio".

"Qui il menù è sempre rimasto tradizionale, con qualche piccola aggiunta nel tempo". Un luogo, il rifugio Berti, che conserva ancora lo spirito "della montagna autentica", fatta di piccole grandi cose ma soprattutto d'amore, quello stesso sentimento che ha riportato, stagione dopo stagione, Bruno e Rita a quota 1.950: "Ai nuovi gestori auguriamo tante soddisfazioni e una buona continuazione. Noi, sicuramente, andremo spesso a trovarli, non per criticare o per insegnare ma per tornare in un luogo che per noi, in fondo, sarà sempre casa".


















