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Belluno
24 luglio | 18:38

"Cacciati dal rifugista che per bere ci ha mandati all'abbeveratoio delle vacche", scout accusano ma il gestore si difende: "Giovani che non sanno andare in montagna"

Uno gruppo scout ha contattato il Cai lamentandosi del trattamento ricevuto dal gestore del rifugio Padova, che a Il Dolomiti chiarisce: "Non volevano entrare in rifugio. Hanno dormito in tenda ma ci hanno chiesto il Wi-Fi e di poterci lasciare la loro immondizia. Sulla questione acqua? Non è andata così. Mi spiace dirlo ma hanno sbagliato: non è così che si va in montagna"

BELLUNO. "E' esplosa una grossa polemica ma in 29 anni di gestione ne sono successi diversi di episodi simili. Dispiace che le cose siano stati raccontate in questo modo, facendomi passare per uno che in montagna non ci sa stare e lavorare". A parlare, intervistato da Il Dolomiti, è Paolo De Lorenzo, gestore da quasi 30 anni del rifugio Padova, che sorge a quota 1.300 in una radura ai piedi della catena dei Monfalconi e Spalti di Toro, nel territorio di Domegge di Cadore (Belluno).

 

Il riferimento è alla polemica scoppiata nelle scorse ore a partire dalle dichiarazioni di un gruppo scout, che di recente ha scritto al Cai di Padova per lamentarsi del trattamento ricevuto dal rifugista nella giornata del 16 luglio. "Sono socio e conosco i regolamenti e ho quindi provveduto a denunciare al Cai l'accaduto", ha spiegato il capogruppo della comitiva Simone Ullio, come riporta il quotidiano Il Gazzettino. 

 

Secondo il giovane, il gestore avrebbe mostrato "insofferenza per la nostra presenza: siamo stati vittime di un comportamento inaccettabile". Non soltanto sarebbe stato negato al gruppo l'uso di una tettoia per ripararsi dal temporale ma anche l'uso della fontana del rifugio, "venendo indirizzati ad un abbeveratoio per bestie".

 

"Quello che tengo anzitutto a dire è che se c'è una cosa che ho capito in questi tanti anni di gestione di un rifugio è che in montagna non si è mai del tutto autonomi - premette De Lorenzo -. Abbiamo bisogno degli altri. Questo lo dico perché da anni approdano in zona gruppi scout, che piantano le tende e si dicono 'autonomi' in tutto, ma che poi vengono a chiederci di usare il bagno, se abbiamo il Wi-Fi o se ci possono lasciare la spazzatura".

 

"Non è una questione di consumazioni o guadagni - tiene però a sottolineare - ma piuttosto di educazione e di sapere stare al mondo ed in montagna. Cosa che il gruppo di scout degli scorsi giorni non ha mostrato di avere". 

 

Secondo il rifugista, tutto sarebbe partito dall'improvviso arrivo del maltempo: "Stava arrivando un temporale e i ragazzi mi hanno chiesto se potevano ripararsi sotto ad un tendone parasole: ho detto loro che non andava bene per la pioggia, consigliando alla comitiva (di 20 ragazzini) di rifugiarsi nel vicino 'stallone' aperto del Comune, visto che non volevano entrare in rifugio". 

 

Nel frattempo in zona sono approdati anche alcuni soccorritori, intervenuti per recuperare due ragazzine in difficoltà a causa della stanchezza (che non avevano nulla a che vedere con la comitiva): "Essendo preso, non ho più badato molto agli scout: ho dato da mangiare ai miei clienti ed ai tecnici del Soccorso alpino: quando sono uscito dal rifugio per dare un'occhiata ero distrutto ed erano già quasi le 23". 

 

De Lorenzo ha trovato due scout che lavavano le stoviglie nella fontana del rifugio al buio e ha quindi consigliato loro di spostarsi più vicini allo stallone dove si erano stabiliti per la notte: "Anche lì è presente una fontana e una grossa vasca: sarebbero stati più comodi, anche considerando che era tarda notte - prosegue nel racconto il rifugista -. Vedendo in lontananza torce che si accendevano e spegnevano ad intermittenza ho poi consigliato ai giovani di stare attenti perché i segnali luminosi possono condurre a pensare che ci sia qualcuno nel bosco che chiede aiuto e fare scattare falsi allarmi".

 

"Sono state diverse le cose che mi hanno lasciato senza parole. A mezzanotte li abbiamo sentiti che cantavano e facevano baldoria: non ho detto nulla, ma non ha fatto di certo piacere né a me né alle persone che pernottavano in struttura. In rifugio alle 22 le luci si spengono - conclude amareggiato -. Mi spiace che i ragazzi mi abbiano accusato: sono loro che non sanno stare in montagna. Io, credo che in 30 anni qualcosina l'avrò pure imparato". 

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