Riscoprire le Prealpi, una visione diversa per il Nevegal. L’ultima tappa dei racconti di Giovanni Carraro: “Una risposta incredibile da parte dei bellunesi”
Giovanni Carraro, imprenditore e scrittore, ha iniziato nel 2011 un lavoro di “riscoperta delle Prealpi”, ora all’ultima tappa nel bellunese. In questi giorni ha incontrato due esperti della rete escursionistica Nevegal-Visentin, per un programma di mappatura, escursionistica e culturale, dei sentieri del territorio. A Belluno, racconta a il Dolomiti, “sto avendo una risposta incredibile dalle persone, contro la nomea sbagliata del bellunese chiuso e brontolone"

BELLUNO. Il rilancio del Nevegal passerà nel 2025 per un progetto da un milione di euro, che comprende una pista sintetica, un parco avventura, un anello per lo skiroll e una pump track. Siamo però sicuri che sia questo ciò di cui la montagna ha bisogno? Una visione un po’ diversa (anche) per il Nevegal la offre Giovanni Carraro, amministratore di un’attività commerciale ma anche camminatore e scrittore, che con i suoi libri sta raccontando la “riscoperta” delle Prealpi, che definisce quasi spaventose per chi viene dalle Dolomiti. L’ultima tappa sarà tra i versanti bellunesi, nei quali sta inaspettatamente “scoprendo un mondo”.
Il suo progetto è partito nel 2011 con le Prealpi trevigiane, per poi proseguire su tutte le Prealpi venete orientali. Il prossimo anno completerà l’ultima tappa, con un lavoro sui sentieri della dorsale bellunese. “Devo ammettere - racconta a il Dolomiti - che non mi aspettavo nelle Prealpi una rete di sentieri così bella. Sono nato a Pieve di Cadore e ho vissuto a Belluno molti anni, durante i quali ho vissuto la montagna in termini di crode, ferrate, arrampicate, palestre di roccia. Quello è stato il mio mondo, finché mi sono spostato a Conegliano e per un bellunese spostarsi dalle crode dolomitiche alla dorsale prealpina è quasi “spaventoso”. Eppure il mio successo è arrivato con le Prealpi: negli anni Novanta esisteva solo una piccola cartina degli alpini di Miane, così ho cominciato a percorrere queste zone arrivando a raccontare 900 km di sentieri e portando molte persone a conoscerle".
"Con le Prealpi bellunesi - prosegue Carraro - voglio chiudere il cerchio. Non nascondo che ero scettico, ma poi mi si è aperto un mondo: non tanto per la parte escursionistica, quanto per quella antropica, che è la più bella a Belluno. Qui c’è molto da riscoprire sulla storia, la divisione delle borgate, il campanilismo, le scuole, che in passato raccoglievano centinaia di alunni, le malghe e i pascoli. Ma soprattutto sto avendo una risposta incredibile dalle persone, contro la nomea del bellunese chiuso e brontolone: si è invece dimostrato estremamente aperto e disponibile, con sale che raramente ho visto così piene durante le mie serate”.
Il lavoro sui sentieri: escursionismo e storia
Secondo un recente studio, i turisti cercano esperienze e autenticità. Abbiamo visto come la valorizzazione del territorio bellunese debba passare da una solida cultura turistica e dal presidio delle valli (qui l’approfondimento). Modelli sostenibili e rigenerativi di turismo devono infatti partire dai territori ed essere da essi governati: può un progetto di questo tipo inserirsi in tale prospettiva?
“Al momento ho coperto Lentiai, Mel, Trichiana e Limana - riprende Carraro - e ora mi affaccio su Belluno, dove ho già mappato 29 itinerari su 42 ipotizzati. Qualche sera fa ho incontrato due esperti della rete escursionistica del Nevegal–Visentin, Paolo Garaboni e Ivan Ducapa, per fare una sorta di censimento degli anelli. Se però finora è stata fatta solo una catalogazione degli itinerari, quello che ritengo utile ora è fornire un “pacchetto completo” agli escursionisti. Cosa se ne fanno di un semplice censimento, che non fornisce un’esperienza a 360 gradi? La mia idea è offrire consigli per una camminata completa, perché grazie alla mia esperienza ho capito cosa vogliono i camminatori, dalla famiglia con bambini all’atleta che si allena".
"E in Nevegal esiste un intreccio di sentieri molto vasto. Con Garaboni e Ducapa abbiamo delineato 9 anelli di diverse difficoltà, dai quali ho realizzato una mappa provvisoria, che ora è in mano a loro. Ci ritroveremo poi insieme al comune con l’assessore Paolo Luciani e il consigliere Massimo “Cimo” Garzotto, perché è solo con le amministrazioni pubbliche che si può garantire l’ufficialità a questi progetti. In questo modo il lavoro sarà presentato nella primavera 2026 con tutti gli enti che mi hanno patrocinato (Comuni di Setteville, Borgo Valbelluna, Limana, Belluno, Ponte nelle Alpi e Provincia di Belluno)”.
Riscoperta anche culturale: lasciare libera la montagna, recuperando l’esistente
“In parallelo - conclude - racconto la parte culturale. Stabilito l’anello, ci sono le curiosità locali da raccontare con centinaia di esempi grazie ai quali trascorrere una domenica camminando e facendo un viaggio nella geologia e nella storia. Se vogliamo questo lavoro è anche una redistribuzione del turismo, non solo territoriale ma anche temporale. Ad esempio, vista la crescente carenza di neve, cosa possiamo fare del Nevegal? La risposta è portare le persone a camminare e questo progetto può in parte compensare le criticità della crisi climatica".
"Sono dell’idea di lasciare la montagna il più libera possibile. Cartelli, segnavia e tracciati sono indispensabili, ma gli unici altri interventi devono essere di ripristino dell’esistente. Cito spesso l’esempio di Praventore, un borgo in Valbrenta restaurato da un facoltoso privato che lo ha voluto sistemare perché ci vivevano i suoi bisnonni. Ecco, bisognerebbe che non solo il privato ma anche l’ente pubblico si impegnasse a recuperare queste realtà territoriali. Anche a Belluno ci sono centinaia di possibili esempi: cito solo la Casera Spasema (Lentiai), dove è nato il primo nucleo partigiano del bellunese, ma ad oggi è praticamente distrutta, se non per una piccola lapide commemorativa che il passante non vede nemmeno".
"Ecco perché “riscoprire”, da cui i titoli dei miei libri: l’approccio alla montagna deve essere la riscoperta non solo nella cura dei sentieri, ma soprattutto di malghe e casere, per le quali serve il lavoro di tutta la comunità così che possano diventare agriturismi, accoglienze e nuclei di raccolta di giovani e meno giovani”.












