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Doppia preferenza, la proposta è blindata ma tutto dipende dalla maggioranza

Preoccupa il voto segreto: alcuni consiglieri di Patt e Upt potrebbero votare contro. Ultima carta di chi si oppone è il referendum, in questo caso i tempi dell'approvazione sono fondamentali

Di Donatello Baldo - 29 novembre 2017 - 06:49

TRENTO. Il fulmine a ciel sereno che si è scagliato nel bel mezzo del Consiglio provinciale ha bruciacchiato il sedere a qualche consigliere, sia di minoranza che di maggioranza. Il ritorno della doppia preferenza di genere non era previsto dalle agende della politica e a molti le sorprese non piacciono per niente.

 

Nel maggio scorso sulla proposta di legge firmata da Lucia Maestri e Giacomo Bezzi era stata posta la pietra tombale: la resurrezione era inimmaginabile. Molti brindarono pubblicamente, tra questi il gran maestro dell'ostruzionismo Rodolfo Borga che si è speso come un forsennato per far naufragare gli intenti della maggioranza.

 

Ma brindisi più sobri e sospiri di sollievo sono stati visti fare anche da alcuni consiglieri della maggioranza. E il motivo è semplice: la composizione delle liste del 50% uomini e 50% donne fa diminuire la possibilità di rielezione ai candidati di sesso maschile. E la doppia preferenza di genere aumenta le probabilità che in Consiglio si possano sedere delle donne.

 

I conti sono presto fatti: siccome sono quasi tutti maschi i consiglieri di Patt e di Upt, se aumentano le donne elette qualcuno perde il posto. E non va bene se si pensa alla carriera e all'emolumento. Ecco perché la legge sulla doppia preferenza non godeva di tutto il sostegno della coalizione. 

 

Comunque sia, ora c'è una possibilità, quella messa sul piatto da Manuela Bottamedi che tra gli articoli della sua legge ha nascosto la sorpresa. Una legge elettorale che vorrebbe il ritorno al proporzionale, legge che non passerà ma che permetterà di salvare le parti sulla doppia preferenza e la composizione 50/50 delle liste.

 

Lei è disposta a votare tutti gli emendamenti soppressivi degli articoli che non troverebbero il sostegno della maggioranza, lei stessa ha presentato emendamenti per agevolare la riuscita dell'operazione. L'obiettivo era, ed è, quello di riportare in discussione la doppia preferenza.

 

Astuzia che ha saputo cogliere Lucia Maestri, che da sempre si è battuta per la doppia preferenza. La mossa a tenaglia messa in atto da due donne consigliere è uno smacco per i maschietti che avevano brindato e tirato sospiri di sollievo. 

 

Questa volta sembra sia blindata e assicurata la vittoria, anche se ci sono delle incognite. La prima è la tenuta della maggioranza: dovrà assicurare i voti alla proposta anche nel caso in cui la minoranza chieda lo scrutinio segreto. 

 

Sembra improbabile uno sgarro pubblico in contrasto con la linea della coalizione (la doppia preferenza, lo vogliamo ricordare, è nel programma di governo di Ugo Rossi), ma nel segreto del voto potrebbero esserci sorprese.

 

C'è poi un emendamento che farà sospendere il respiro a molti, anzi un sub-emendamento presentato dal consigliere Gianfranco Zanon. Lui batte sempre lo stesso chiodo, quello che batteva quand'era in maggioranza (nell'Upt) e che batte anche ora dall'opposizione: lui vuole non la doppia, ma la terza preferenza.

 

Se si usa una preferenza qualunque genere va bene, se sono due una dev'essere di genere diverso ma se sono tre - come vorrebbe - possono essere votati due uomini e una sola donna. Un tranello in cui molti potrebbero cascare, molti anche della maggioranza.

 

Ma l'altro problema che si pone è il referendum: quella che si va a toccare è una legge elettorale e lo Statuto di Autonomia prevede che in questi casi entro tre mesi dall'approvazione possa essere chiesto un referendum per chiedere al popolo di confermare la decisione del Consiglio provinciale.

 

Se la legge viene votata dalla maggioranza dei due terzi, 24 consiglieri, il problema non si pone (servirebbero a sostegno più di 20 mila firme). Ma se la maggioranza è semplice per chiedere il referendum basterebbero 7 consiglieri provinciali. 

 

Primo obiettivo è quello di raggiungere i due terzi: ma considerando che la maggioranza è di soli 22 voti, considerando quello di Manuela Bottamedi si arriva a 23. Per raggiungere la maggioranza qualificata ne serve un altro dell'opposizione. Forse Bezzi? Sembra difficile se poi deve coalizzarsi con la Lega e con quelli che la legge non l'hanno mai voluta.

 

Se si andasse a referendum che succede? I tempi si allungano di molto. Per tre mesi la legge rimane congelata, quindi fino a marzo - se si vota in questa sessione consiliare - si attende se qualcuno si fa avanti per chiedere la consultazione popolare.

 

Se si presentano sette consiglieri o qualcuno porta 8 mila firme si dà avvio all'iter per la convocazione del referendum. Dopo i tre mesi se ne aggiungono due per la verifica delle eventuali firme, e siamo a maggio, poi uno per l'emissione del decreto del presidente della Provincia per la convocazione dei comizi elettorali, e siamo a giugno.

 

La data del referendum è poi fissata in una domenica compresa tra il cinquantesimo ed il settantesimo giorno successivo alla emanazione del decreto. Quindi si arriva tra il 20 luglio e il 10 agosto. Questo stando larghi, ma comunque si arriverebbe in tempo per avere la doppia preferenza alle prossime elezioni provinciali.

 

L'ostacolo più grande, quindi, è la calendarizzazione della discussione. Se si perde l'occasione in questa tornata consiliare può andare tutto in fumo. Se la decisione slitta avanti, dopo la finanziaria che ingolfa i lavori di dicembre, quindi a gennaio o febbraio, i tempi certi non ci sono più.

 

Qui ritorna la politica. L'ostruzionismo può cominciare oggi per impedire alla legge Bottamedi di arrivare in discussione entro la settimana. Se fosse così servirebbe un impegno della maggioranza per ricalendarizzare a breve la proposta. E il presidente del Consiglio provinciale, Bruno Dorigatti, che non si metta di traverso

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