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Aldo Moro, 40 anni fa il rapimento. L'intervista a Giorgio Postal, l'ex deputato trentino che quel giorno se lo ricorda come fosse ieri

"Ero al Quirinale, stavo giurando come sottosegretario del Governo Andreotti che quel giorno si insediava. Fu terribile, le notizie arrivavano frammentate, nelle prime ore non si sapeva nemmeno se fosse vivo o morto". Il racconto di quei 55 giorni nelle memorie di uno dei protagonisti 

Di Donatello Baldo - 16 marzo 2018 - 12:58

TRENTO. "Ero a Palazzo Chigi per il giuramento dei sottosegretari. Ero stato riconfermato alla Ricerca Scientifica. Quel giorno me lo ricordo bene". Giorgio Postal era un deputato della Democrazia Cristiana e quel 16 marzo del 1978, quando hanno rapito Aldo Moro, non se lo potrà mai scordare.

 

"Quarant'anni fa, come oggi, davanti al presidente del Consiglio Giulio Andreotti sfilavamo uno dopo l'altro. Si leggeva la formula di rito, ci si congratulava a vicenda. Un momento solenne ma frizzante: stava nascendo un nuovo governo. Ma ad un certo punto un funzionario di Palazzo Chigi si avvicinò all'orecchio di Andreotti. Sussurrò qualcosa. Da quel momento tutto cambiò, avevamo capito che qualcosa era successo".

 

Quando seppe del rapimento?

Dopo, più tardi. Andreotti, avuto il messaggio, accelerò la cerimonia. Io ero l'ultimo a giurare e si limitò a darmi una veloce stretta di mano. Nessun discorso finale, nessuna fotografia di gruppo. Disse "buon lavoro" e se ne andò di corsa. Poi capimmo, le voci iniziavano a circolare: Moro era stato rapito.

 

Ci racconti le prime reazioni.

Smarrimento, costernazione. E tante domande: non c'erano notizie precise, non si sapeva nemmeno se fosse vivo o morto. Chi può essere stato? E partivano le supposizioni, chi diceva il Kgb, chi addirittura la CIA. 

 

Perché i servizi segreti stranieri? E perché sia quello americano che quello sovietico?

Perché in Italia, in quegli anni, per la prima volta il Partito comunista italiano stava per avvicinarsi a ruoli di governo. Il gabinetto che stava per nascere era il primo con un programma condiviso, seppure i comunisti continuassero a sostenerlo dall'esterno.

 

Una politica invisa sia agli Usa che all'Urss.

In Russia comandava Brèžnev e non vedeva di buon occhio l'Eurocomunismo di Berlinguer. E al tempo stesso gli americani non volevano saperne dei comunisti al governo. Aldo Moro fu più volte avvertito della contrarietà atlantica a questo percorso politico.

 

Ma torniamo a quel giorno. Andò poi a Montecitorio, c'era il dibattito sulla fiducia.

Nel tragitto vidi piazza Colonna e piazza Montecitorio deserte. Un silenzio che metteva i brividi. Irreale. La frenesia era tutto all'interno del palazzo, in Transatlantico. C'era la sala stampa, si leggevano le agenzie. Ma tutto era ancora frammentato. Aspettavamo l'apertura della seduta, per la fiducia al nuovo governo, il discorso di Andreotti. 

 

Una seduta breve, parlarono i segretari di partito. Andreotti si limitò a un breve discorso.

Condannò il terribile attentato. Poi mi ricordo che tra gli altri parlò Ugo La Malfa. Un repubblicano, un uomo delle istituzioni, un padre della Repubblica: invocò la pena di morte per i responsabili, me lo ricordo come fosse ieri. 

 

Lei era molto vicino a Flaminio Piccoli, allora capogruppo della Dc alla Camera.

Sì, e mi ricordo la sua commozione, talvolta anche le sue lacrime. Tutte le mattine passavo a prenderlo, tutte le mattine - per tutti i giorni della prigionia - si recava al 'comitato di crisi' della Dc composto dai alcune persone tra cui i due capigruppo di Camera e Senato e dal segretario Zaccagnini. Mi ricordo che un giorno, in ascensore, Piccoli si emozionò fino alle lacrime. La tensione in quel periodo era al massimo.

 

In quei giorni Piccoli pianse anche un'altra volta, vero?

Moro inviava lettere dalla prigionia. Si aprì anche un dibattito sulla loro autenticità, ma questa è un'altra storia. Una di queste lettere arrivò a Flaminio Piccoli, che nel suo studio la lesse e rilesse mentre anch'io ero presente. Moro chiedeva di trattare con le Brigate Rosse, scriveva di una trattativa che ci fu con i palestinesi, a ribadire che anche in altre occasioni gli Stati negoziarono con i terroristi.

 

Invece la DC aveva deciso per la linea della fermezza. Nessuna trattativa. 

La trattativa avrebbe riconosciuto le Brigate Rosse come interlocutori belligeranti, volevano questo. E lo volevano non tanto dallo Stato quanto dalla Democrazia Cristiana. La decisione della fermezza fu presa all'unanimità all'interno della Direzione nazionale. Una decisione difficile. 

 

Era anche un amico, immagino. Era ancora più difficile questa scelta.

Tutto il gruppo dirigente della Dc di allora era fortemente legato a lui anche dal punto di vista umano. Ma prevaleva il senso dello Stato. C'era una componente politica, istituzionale, ma in quei giorni si respirava la dimensione umana, mai come in quei giorni affioravano le emozioni. 

 

Arrivarono le lettere ma anche i primi comunicati dei briugatisti che tenevano in ostaggio il presidente della Democrazia Cristiana. 

La prima fu del 18 marzo. Il comunicato numero uno. Si annunciava l'inizio del processo davanti a quello che chiamavano 'Tribunale del Popolo'. Io volli vederlo quel comunicato e con altri due colleghi mi recai al Viminale per leggerlo di persona. 

 

Cosa lesse?

Farneticazioni, la Dc rappresentata come il male assoluto. Farneticazioni. Ma quel testo lo leggemmo e rileggemmo più volte, alla ricerca di chissà che cosa. Come gli altri, i comunicati successivi, anche quello del 15 aprile, il comunicato numero sei. 

 

Quello della sentenza, la condanna a morte.

"Aldo Moro è colpevole e viene pertanto condannato a morte". Così c'era scritto. Una decisione da parte delle BR perché le strade della trattativa erano chiuse e dagli interrogatori al loro prigioniero non sembrava emergere nulla di così sconvolgente. Moro non era il male che loro immaginavano, non teneva in mano i fili di chissà che congiura imperialistica come credevano.

 

Decisero comunque di giustiziarlo. Questo fu un passaggio importante nella vicenda, anche nell'opinione pubblica. 

Il partito era angosciato, il Paese si divideva tra la linea della fermezza e quella della trattativa. Poi i brigatisti proposero la sospensione della pena in cambio dello scambio di prigionieri, e ancora tutta l'attenzione era rivolta verso la Democrazia Cristiana che per molti doveva decidere da che parte stare. Per molti dipendeva da noi l'esito di tutta questa terribile storia. 

 

Rimase integra la linea della fermezza ma in molti cercarono soluzioni, Anche il papa.

Paolo VI scrisse la famosa lettera alle Brigate Rosse. "Io scrivo a voi, uomini delle Brigate Rosse: restituite alla libertà, alla sua famiglia, alla vita civile l'onorevole Aldo Moro". Intervenne anche il segretario generale dell'Onu Kurt Waldheim. Anche ambienti attigui al terrorismo sembra siano stati coinvolti per la liberazione di Moro.

 

Appelli inascoltati. Cosa successe dopo? Come proseguirono quei lungi e intensi 55 giorni?

Io ero sempre a Roma, sempre vicino a Flaminio Piccoli. Tornavo a Trento il sabato, in treno. Viaggiavo tutta la notte del venerdì poi scendevo nuovamente a roma la domenica sera. Continuavo il mio impegno da sottosegretario ma onestamente tutti gli impegni erano rinviati. La vicenda Moro ci assorbiva completamente. Poi arrivò l'ultimo comunicato, quello del 5 maggio.

 

Quello della comunicazione che la condanna a morte sarebbe stata eseguita.

Usarono i verbo coniugato al gerundio. Eseguendo. Ci appigliammo a quella parola che nell'esegesi che facemmo non significava una decisione immediata ma significava invece un'intenzione, un'azione che sarebbe stata messa in atto nel tempo. E ci aggrappammo a quel tempo, che però si concluse il 9 di maggio.

 

Un'altra giornata indimenticabile per lei che in quei giorni era a Roma a seguire da vicino la vicenda.

Non me la spiego quella decisione, questo è uno dei tanti misteri del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro. Quel giorno era riunita la Direzione centrale della Democrazia Cristiana e all'ordine del giorno c'era la volontà di sostenere la decisione del presidente della Repubblica Leone di graziare la brigatista incarcerata Paola Besuschio. 

 

Uno dei tanti misteri. Quali sono gli altri?

Mi chiedo spesso perché mai non furono pedinati e tenuti sotto sorveglianza Franco Piperno e Lanfranco Pace, i due esponenti di Potere Operaio incaricati di intessere rapporti con i brigatisti ex Potere Operaio Adriana Faranda e Valerio Morucci.  Con loro ebbero contatti, questo è stato accertato. Ma c'è poi la famosa storia di Gradoli...

 

Dice della seduta spiritica a cui partecipò anche Paolo Prodi da cui 'uscì' l'indicazione di cercare a Gradoli?

Sì, a dimostrazione che le informazioni circolavano anche nei salotti romani. Informazione che però non arrivavano alle Forze dell'ordine. Ma i misteri sono anche altri. La precipitazione nella decisione di uccidere Moro è dovuta a un dissidio interno alle Br? Chi lo sa... è plausibile.

 

Il giorno del rapimento Moro era in corso il primo processo alle BR a Torino, se lo ricorda?

Mi ricordo che alla notizia del rapimento gli imputati, tra cui Curcio, esplosero di gioia. Ma forse non furono i soli a festeggiare, c'erano zone contigue al terrorismo, aree grigie. Per molti i brigatisti erano 'compagni che sbagliano', Sciascia scriveva 'Né con lo Stato né con le BR". Rossana Rossanda, successivamente, lo ammise: le Brigate Rosse fanno parte dell'album di famiglia di molta parte della sinistra di allora.

 

A distanza di anni, crede sia stata una buona idea quella della linea della fermezza?

La fermezza era un obbligo istituzionale, più che la DC il più intransigente era il Partito Comunista, ma perlomeno all'inizio, in fondo, nessuno poteva accettare la resa dello Stato alle Brigate Rosse. Non si potevano trattare da pari, riconoscendo loro un ruolo. Ma all'ombra dei riflettori si muovevano in tanti per aprire canali di contatto, per cercare una soluzione. Anche il governo.

 

Cosa cambiò dopo l'uccisione di Aldo Moro? Per la politica, per le istituzioni, per il Paese.

Arrivò il Riflusso. Il Compromesso storico fu sepolto, il Governo Andreotti andò in crisi. Ci fu la Marcia dei 40 mila, Bettino Craxi, gli Anni '80...

 

Era una bella idea quella del Compromesso storico?

Prima ancora dell'accordo tra partiti era un incontro tra le masse, tra il popolo marxista e quello cattolico. Noi ci si credeva, il Partito comunista di Berlinguer aveva dimostrato un forte senso democratico e delle istituzioni, amministrava tre importanti regioni. Poteva governare, e sapevamo che la Dc poteva anche andare all'opposizione. 

 

Sarebbe cambiato tutto. Forse in megio.

Ma non è successo. Forse in troppi non volevano che qualcosa cambiasse. 

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