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Ugo Rossi non sarà il candidato presidente del centrosinistra autonomista, il Pd ha deciso. Giuliano Muzio sfiduciato

Ieri l'assemblea del Partito Democratico per 25 voti a 22 ha respinto la relazione del segretario che chiedeva la fiducia sul governatore uscente. Le Stelle Alpine verso l'addio alla coalizione, vince la linea che guarda all'alleanza con Daldoss

Di Donatello Baldo - 17 agosto 2018 - 02:45

TRENTO. I favorevoli sono stati 22, i contrari sono stati 25. Per soli tre voti, l'Assemblea del Partito democratico ha deciso di dire no a Ugo Rossi candidato presidente, sfiduciando nel contempo il segretario Giuliano Muzio, sconfitto su tutta la linea.

 

E' ufficiale: il partito di maggioranza relativa della coalizione di centrosinistra, quello che da solo vale la metà dei voti della coalizione, ha scaricato il governatore uscente. Indietro non si torna.

 

La votazione è avvenuta in un clima surreale. Tutti sapevano che qualunque fosse stata la decisione le ripercussioni sarebbero state enormi. Il tempo della mediazione era ormai finito, per forza di cose si doveva pronunciarsi esplicitamente.

 

Il segretario Giuliano Muzio ha chiesto il sostegno alla sua relazione che poneva come imprescindibile il sì a Ugo Rossi. Un sì condizionato alla tenuta della maggioranza, e se nel caso il presidente non fosse riuscito a trovare l'intesa si sarebbe aperta una nuova fase.

 

Ma seppur mitigato dalla subordinata, quell'appoggio all'attuale governatore non è stato accettato: la maggioranza dei presenti ha detto no, Rossi deve essere archiviato subito, definitivamente.

 

Cosa succeda ora non si sa, e forse non lo sanno nemmeno quelli del Pd. Giuliano Muzio, prima di mettere ai voti la propria relazione, ha posto la questione di fiducia: "Non è solo un sì o un no alla mia relazione - ha sottolineato - ma una fiducia o una sfiducia al segretario". 

 

Alessio Manica, Sara Ferrari, Michele Nicoletti e la maggioranza dell'Assemblea hanno votato comunque per il no: la prima conseguenza logica sono le dimissioni del segretario, che subito dopo la votazione ha lasciato la sede del Pd assieme ad Alessandro Olivi e Gigi Olivieri. "Ora sono tutti cazzi vostri", ha detto quest'ultimo prima di andare via.

 

Tra quelli rimasti, facce lunghe. Non si tratta infatti di una vittoria o di una sconfitta, tutti sono consapevoli di aver 'spaccato' un partito, di aver 'spaccato' anche forse la coalizione. Ma qualunque fosse stata la decisione, l'effetto sarebbe stato lo stesso.

 

"Se continuiamo con Rossi - hanno spiegato durante la discussione quelli per la discontinuità - perdiamo l'Upt e la sinistra". "Ma se chiudiamo con Rossi - hanno detto invece quelli che sostenevano la continuità - perdiamo il Patt". E i numeri, abbiamo visto, erano a metà, un'assemblea divisa, due diverse posizioni inconciliabili.

 

Il 'fattore Daldoss' è stato evocato da tutti gli interventi: "Come possiamo guardare al progetto del Polo Civico Territoriale se non ci sono chiari i suoi valori? - ha detto Muzio - e una nostra adesione sarebbe una dichiarazione di impotenza". Per poi aggiungere: "Uno dei disegni di questo polo è proprio quello di ridurre il valore del Pd".

 

"Non è possibile che altri facciano i giochi - ha invece affermato Gigi Olivieri - perché dobbiamo essere noi quelli che decidono, quelli propongono". E Zeni: "I Civici non sono un fatto nuovo che possa far cambiare strada alla coalizione. E Olivi: "Non dobbiamo farci dettare la linea da altri".

 

Posizioni antitetiche a quelle di Michele Nicoletti, di Sara Ferrari, di Alessio Manica. "Vinciamo solo con un fronte largo, con tutti quelli che stanno nel campo avversario alla destra a trazione leghista", ha affermato l'assessora. Mentre Nicoletti ha parlato di "Daldoss come fatto nuovo da considerare".

 

Alessio Manica ha posto invece una domanda, spostando l'attenzione sull'Upt. "Come facciamo a confermare Rossi se sappiamo benissimo che l'Upt deciderà altrimenti?", ricordando a tutti della riunione del parlamentino del partito di Dellai convocata per oggi.

 

Un parlamentino che potrebbe probabilmente allinearsi alla decisione del Pd, rinforzando un'alleanza che avvicina le posizioni nella coalizione, ovviamente ad esclusione delle Stelle Alpine, che da oggi potrebbero definitivamente abbandonare il tavolo e decidere di correre da sole, come annunciato sia da Panizza che da Rossi.

 

La decisione presa ieri è un fatto di portata enorme per la coalizione di centrosinistra, che ne certifica il superamento. Oltre ad essere quasi scontata la rottura con il Patt è possibile un allargamento a Daldoss, nel tentativo di disegnare quella 'visione' di Lorenzo Dellai di una nuova coalizione allargata al mondo civico.

 

Ma nel contempo anche Paolo Ghezzi torna in campo. Ieri ha incontrato il tavolo della coalizione e il suo intervento non si è limitato a una semplice presentazione dei punti programmatici: Ghezzi ha spiegato per filo e per segno come solo e soltanto il cambiamento e la discontinuità possano risultare vincenti.

 

Gli sconfitti dell'assemblea di ieri sera ora chiederanno di proporre un nome targato Pd, sui cui far convergere la coalizione che è rimasta. Ma c'è chi pensa che il candidato ideale, quello che più potrebbe unire è proprio Paolo Ghezzi. Con lui, tutti assieme - Pd, Upt, Verdi e tutti gli altri seduti al tavolo - potrebbero andare forti alla trattativa con Daldoss.

 

"Contro la destra si vince uniti, con un fronte largo", hanno ribadito quelli che hanno vinto ieri sera. Tra quelli che hanno perso c'è però chi pensa - non si sa se per strategia o per orgoglio - che piuttosto che con Daldoss è meglio correre da soli. E su Ghezzi nemmeno si discute.
 

Il no a Rossi è certo, ma su quello che succederà d'ora in avanti, nelle prossime ore, c'è nebbia fitta. "Cosa succederà domani?", è stato chiesto ad alcuni, finita l'assemblea: "Chi lo sa - hanno risposto - non sappiamo nemmeno se avremo ancora il segretario...".

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