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Educazione alle relazioni di genere, le insegnanti spiegano i loro corsi: ''Segnana e Bisesti incontrateci per capire''

L'assessora alle politiche sociali ha sospeso i corsi per verificare se sono coerenti con i valori della nuova giunta terrorizzata dalle famigerate ''teorie gender''. Un gruppo di formatrici prova a spiegare che in realtà qui si parla di prevenzione alla violenza di genere e al bullismo, riflessioni sulla disparità di genere nel mercato del lavoro e altro (ECCO TUTTO QUEL CHE C'E' DA SAPERE)

Di Luca Pianesi - 02 gennaio 2019 - 05:01

TRENTO. ''Chiediamo agli assessori Bisesti e Segnana di incontrarci di persona perché siamo pienamente disponibili a fugare dubbi e perplessità di qualunque tipo. Ci auguriamo che cambino direzione e decidano di non gettare al vento un'esperienza importante, costruita negli anni''. Sono un gruppo di formatrici a parlare (Elisa Bellè, Federica Chiusole, Nadia Dalla Costa, Sara Filippi, Maria Agnese Maio, Irene Matassoni, Alessia Tuselli), alcune delle insegnanti che in questi anni hanno lavorato ai percorsi di educazione alle relazione di genere.

 

Chiedono all'assessora Segnana un incontro per farle capire cosa sono i loro corsi, in cosa consistono, che non c'è niente di cui aver paura che si occupano essenzialmente ''di prevenzione alla violenza di genere - spiegano - e al bullismo, riflessioni sulla disparità di genere nel mercato del lavoro, guida a scelte formative che possano esprimere i talenti di ognuno e di ognuna e di come vengono rappresentati mediaticamente uomini e donne''. Insomma nessun complotto internazionale, nessuna fantomatica ''teoria del gender'' ma ''strumenti - dicono ancora le formatrici - di lavoro utili alle scuole, agli studenti e alle famiglie, per affrontare con maggior serenità le tante sfide educative del presente''.

 

La vicenda è nota. L'assessora alle politiche sociali Segnana il 28 dicembre ha mandato una lettera per sospendere i corsi sull'educazione alle relazioni di genere perché "si ritiene necessario verificare la piena coerenza dei contenuti educativi dei percorsi con le aspettative delle famiglie rispetto ai valori che la nuova giunta intende perseguire". Insomma la giunta intende modellare la società e la scuola a sua immagine e somiglianza e i pregiudizi verso le relazioni di genere hanno spinto l'assessora a sospendere ogni tipo di corso in attesa, ci si augura, di capire cosa sono (anche se magari si potevano fare le verifiche prima di bloccare tutto se davvero esiste una volontà di conoscere).

 

Il gruppo di formatrici, comunque, non si è perso d'animo e ha voluto chiarire qual è la loro attività che va avanti da molto tempo (era il lontano 2010 quando sono cominciati i percorsi di educazione), anni ''che parlano di impegno - spiegano ancora - voglia di incontrare il mondo della formazione, confrontandosi con le sue difficoltà e contraddizioni, di dare il nostro contributo alla crescita del territorio a partire dal suo bene più cruciale, la formazione dei e delle più giovani''. E allora facciamo un po' di chiarezza.

 

Di cosa stiamo parlando?

Di cinque percorsi di formazione - due di formazione per i docenti, uno per i genitori, due per le classi delle scuole secondarie di primo e di secondo grado - sui temi delle pari opportunità. È questa l'offerta formativa a cui le scuole trentine hanno potuto accedere dal 2010 grazie alla collaborazione tra Iprase, Commissione Pari Opportunità della Provincia Autonoma di Trento, Centro Studi Interdisciplinari di Genere dell'Università di Trento e Assessorati all'istruzione e alle pari opportunità provinciali.

 

I percorsi sono finalizzati a promuovere una cultura del rispetto reciproco e delle pari opportunità tra ragazze e ragazzi, donne e uomini: un lavoro educativo per eliminare le disuguaglianze sociali in termini di opportunità che ancora emergono prepotenti dai più recenti dati diffusi a livello locale, nazionale e internazionale e per agire in termini di prevenzione culturale rispetto al fenomeno della violenza di genere, i cui dati sono allarmanti e tristemente noti. A livello normativo sono ancorati all’articolo 9 della Legge Provinciale 18 giugno 2012, n. 13 - Promozione della parità di trattamento e della cultura delle pari opportunità tra donne e uomini

 

Perché si insegnano a scuola?

La consapevolezza del ruolo cruciale della scuola può essere rintracciata in tutte le convenzioni internazionali redatte per promuovere i diritti delle donne e la parità di genere a partire dalla seconda metà del ‘900. Nel 1979 la Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW) promossa dalle Nazioni Unite indicò nel mondo della scuola e dell’educazione un ambito cruciale per promuovere una cultura di parità e allo stesso tempo per combattere gli stereotipi di genere ed indicazioni molto simili sono rintracciabili anche nella Dichiarazione di Pechino del 1995.

 

Cosa si intende per ''genere''?

Alle donne non è stato per molto tempo concesso di accedere agli studi, al voto, alle cariche pubbliche per ragioni che oggi vengono considerate obsolete; secondo un meccanismo simile agli uomini non è stato spesso concesso di prendersi cura dei figli in modo diretto o di mostrare la propria sensibilità in pubblico. Quello delle differenze di genere è il primo terreno in cui le disparità di potere si sono manifestate e si manifestano. Oggi i dati ci raccontano che l’Italia ha ancora strada da fare verso la parità: nella classifica stilata dal World Economic Forum, che valuta la disparità di genere nei vari Paesi del mondo in base a partecipazione economica, opportunità nel mercato del lavoro, risultati formativi, salute e rappresentanza politica, il nostro Paese si colloca in una posizione molto bassa, in particolare in relazione gli altri Paesi Europei. Su 136 Paesi analizzati l’Italia è all’82esimo posto, mentre ai primi posti si piazzano Islanda, Norvegia e Finlandia (Global Gender Gap Index - Indice del divario di genere 2017, diffuso nel settembre 2018 https://www.weforum.org/reports/the-global-gender-gap-report-2018)

 

Di cosa si occupano i percorsi trentini?

Sulla base di statistiche recenti e in conformità con gli obiettivi tracciati dalle Nazioni Unite, i percorsi si concentrano su alcune principali tematiche: 1- prevenzione alla violenza di genere e al bullismo, 2- riflessioni sulla disparità di genere nel mercato del lavoro, 3- guida a scelte formative che possano esprimere i talenti di ognuno/a, 4- rappresentazione mediatica di uomini e donne.

 

1- Violenza di genere e bullismo

Il 5 dicembre 2018 è stata presentata la pubblicazione annuale sui numeri della violenza di genere in provincia di Trento. Per il 2017, i dati raccontano 638 episodi di violenze, 1.6 al giorno, che nel 61% dei casi sono riconducibili a partner o ex partner. Per quanto riguarda il bullismo secondo l’Istat in Italia più del 50% degli 11-17enni - ma la percentuale aumenta al 57% per il Nord Italia - ha subito episodi di bullismo da parte di coetanei (dati 2014). In Italia ogni 72 ore una donna è uccisa dal partner o dall’ ex partner. A fronte di questi numeri è evidente l’urgenza di una prevenzione, che può essere fatta solo attraverso una educazione attenta.

I percorsi proposti ai/alle docenti, agli studenti e alle studentesse, ai genitori, si concentrano proprio su questo tema attraverso la diffusione dei dati, una attenzione al lessico e alla modalità di narrazione di fatti di cronaca attraverso l’analisi di alcuni titoli diffusi dalla stampa, momenti di dibattito e confronto.

 

2- Disparità di genere sul mercato del lavoro e conciliazione lavoro-famiglia

Il mercato del lavoro presenta in Italia disparità di genere in termini occupazionali, contrattuali e retributivi. In Italia meno di una donna su due è occupata (46,1%). Solo a Malta si registrano risultati peggiori (39,3%) (fonte: dati Eurostat 2014). La distanza con media europea (58,2%) è di oltre 12 punti percentuali e in paesi come la Svezia e la Danimarca il tasso di occupazione femminile supera il 71% Per le donne italiane la maternità rappresenta ancora un rischio concreto di fuoriuscita dal mercato del lavoro: il 22,4% delle madri impiegate prima della gravidanza, intervistate dopo due anni, avevano perso il lavoro (Istat 2015). Secondo il rapporto Almalaurea del 2016 i laureati nella fascia di età compresa tra i 25 e i 34 anni, in Italia sono per il 60% donne ma questo vantaggio formativo non si riflette nel mercato del lavoro: a cinque anni dalla laurea hanno trovato lavoro stabile il 78% dei laureati e il 67% delle laureate.

 

Anche dal punto di vista retributivo le differenze sono evidenti: i maschi guadagnano il 20% in più delle colleghe donne. tema della conciliazione è oggi più che mai importante, perché riguarda la qualità stessa della vita di molti/e lavoratori e lavoratrici, che hanno la necessità di potersi dedicare non solo all’attività lavorativa, ma anche alla cura di sé e della propria famiglia. Si riflette inoltre sul tema della conciliazione dei tempi di vita familiare e quelli dell’attività lavorativa che non interessa unicamente le donne e le mamme ma anche gli uomini e i papà. È una questione che coinvolge la società nel suo complesso, che deve prevedere un articolato sistema di interventi, capaci di incidere su vari piani, in particolar modo quello culturale. Anche in questo caso i dati diventano la base per i percorsi formativi, che si sviluppano poi con modalità laboratoriali.

 

3- Guida alle scelte formative

Non solo il nostro Paese vede il tasso di occupazione femminile più basso di tutta Europa - provocando anche conseguenze sul prodotto interno lordo del Paese - ma i dati delle ricerche scientifiche ci dicono anche le scelte formative e lavorative di maschi e femmine sembrano essere guidate spesso da stereotipi. La scuola italiana, infatti, è segnata da una severa segregazione formativa ovvero una presenza radicalmente differenziata per genere all’interno dei percorsi d’istruzione superiore ed universitaria.

 

Dopo la scuola media, infatti, ragazze e ragazzi si trovano orientati in precisi percorsi di studio considerati “femminili” e “maschili” che vedono una severa sovra-rappresentazione delle ragazze in scuole di tipo umanistico o orientante a professioni di cura (come per esempio i licei classici, linguistici o psicopedagogici oppure le scuole professionali di cura della persona) ed una presenza maggioritaria di ragazzi in scuole di tipo scientifico e tecnologico. Per riflettere su questo tema, ade esempio, si utilizzano strumenti didattici come alcuni film: Billy Elliot di Stephen Daldry (2000), Sognando Beckham di Gurinder Chadha (2002), Mona Lisa Smile di Mike Newell (2003) e Il diritto di contare (la storia di 3 scienziate afroamericane della Nasa) di Theodore Melfi (2016).

 

4- Rappresentazione mediatica di maschi e femmine

I mass media hanno una profonda influenza sulla costruzione della propria immagine, in particolar modo nell’età evolutiva e adolescenziale. Viviamo una società fortemente caratterizzata dalle fotografie e dai video utilizzati come strumenti di informazione e comunicazione: i ragazzi e le ragazze sono quotidianamente esposti a questo flusso continuo, spesso senza però avere strumenti interpretativi adeguati. Social network, programmi televisivi, pubblicità diffondono modelli e in classe si affronta il tema della rappresentazione di uomini e donne e dell’immaginario collettivo che questa rappresentazione produce, fornendo agli studenti gli strumenti critici necessari a decodificare immagini e a leggere e riconoscere gli stereotipi di genere che sostengono queste produzioni culturali. Dal confronto nelle classi emerge che la riproposizione di modelli stereotipati è limitante per tutti e per tutte.

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