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Se Segnana e Bisesti promuovono una serata sulla parità di genere e usano solo sostantivi maschili sul manifesto

Paolo Ghezzi ha proposto un'interrogazione a Kaswalder (quello che in consiglio qualche anno fa diceva A ciacere no se sgionfa done!) per chiedere cosa ne pensi di questo linguaggio intriso di cultura maschilista e se non pensi si debba superarlo anche nella comunicazione ufficiale della Provincia

Di L.P. - 18 marzo 2019 - 20:31

TRENTO. ''Il rispetto delle differenze di genere passa anche attraverso il linguaggio, l'italiano che usiamo. E allora perché infermiera sì e assessora no?''. Se lo chiede Paolo Ghezzi in merito al volantino voluto dalla Provincia di Trento e in particolare dall'assessore Bisesti e dall'assessora Segnana per promuovere l'evento a senso unico (QUI ARTICOLO) con ospiti alcune figure ultracattoliche e vicine al mondo del Family Day, sull'educazione di genere e, udite udite, proprio sulla parità di genere. E giustamente, in merito a quest'ultimo punto, il leader di Futura invita alla riflessione proprio sul linguaggio usato in quel volantino e interroga, in questo senso, il presidente del consiglio provinciale Kaswalder (forse non proprio il più adatto in materia visto che era diventata tristemente famosa la sua frase pronunciata in consiglio provinciale ''A ciacere no se sgionfa done!'' QUI ARTICOLO). 

 

''La giunta provinciale - spiega Ghezzi nella sua interrogazione - ha recentemente sospeso, senza un’adeguata motivazione, i corsi sull’educazione alla parità di genere e dunque ha elevato il rischio di comportamenti e atteggiamenti non corretti rispetto alle differenze; da anni ormai il movimento delle donne ma anche linguisti e glottologi di ogni genere raccomandano l’uso di un linguaggio rispettoso delle differenze di genere, per superare i pregiudizi maschilisti che tuttora ostacolano il raggiungimento di una piena ed effettiva parità; la lingua italiana è sufficientemente ricca e duttile per consentire la declinazione al femminile di tutte le parole di genere maschile; il fatto che molte donne percepiscano come una “diminutio” l’appellativo femminile, e dunque chiedano di essere chiamate “ministro, assessore, avvocato” o “professore”, non è certo una buona ragione per non progredire verso un linguaggio corretto e rispettoso per le differenze di genere, anzi semmai è una ragione che rinforza la necessità di questa attenzione''.

 

''L’Accademica della Crusca, custode e garante del migliore uso della lingua italiana - prosegue Ghezzi - ha pubblicato un articolo della professoressa Cecilia Robustelli (Università di Modena), in cui tra l’altro si afferma: “La rappresentazione delle donne attraverso il linguaggio costituisce ormai da molti anni un argomento di riflessione per la comunità scientifica internazionale, ma anche per il mondo politico e, oggi, sempre più anche per quello economico. In Italia numerosi studi, a partire dal lavoro “Il sessismo nella lingua italiana” di Alma Sabatini, pubblicato nel 1987 dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, hanno messo in evidenza che la figura femminile viene spesso svilita dall’uso di un linguaggio stereotipato che ne dà un’immagine negativa, o quanto meno subalterna rispetto all’uomo. Inoltre, in italiano e in tutte le lingue che distinguono morfologicamente il genere grammaticale maschile e quello femminile (francese, spagnolo, tedesco, ecc.), la donna risulta spesso nascosta “dentro” il genere grammaticale maschile, che viene usato in riferimento a donne e uomini (gli spettatori, i cittadini, ecc.). Frequentissimo è anche l’uso della forma maschile anziché femminile per i titoli professionali e per i ruoli istituzionali riferiti alle donne: sindaco e non sindaca, chirurgo e non chirurga, ingegnere e non ingegnera, ecc.”.

 

Curioso, quindi, che proprio un evento che dovrebbe andare a promuovere la parità di genere, come quello organizzato da Bisesti e Segnana, per il 22 marzo, dal titolo, tra l'altro, ''Donne e uomini, solo stereotipi di genere o bellezza delle differenze'' non faccia distinguo nel definire entrambi assessore (e anche gli altri relatori vengono tutti ''declinati'' al maschile). Una questione che per qualcuno potrebbe apparire di poco conto ma che invece mostra già, chiaramente, il pensiero che c'è dietro la politica del ''cambiamento'' che più che cambiare punta a restaurare. 

 

Ghezzi prosegue spiegando che ''il sito ufficiale della Provincia autonoma di Trento, solo per citare il portale più frequentato e autorevole in Trentino, presenta la squadra della giunta provinciale attribuendo alle due donne assessore provinciali la qualifica di “assessore”, singolare maschile, esattamente come ai colleghi uomini; l’Elenco Telefonico dei Dipendenti Provinciali, sempre disponibile in rete, recita: “In questo elenco troverete tutti gli impiegati dell'amministrazione provinciale”; evidentemente dimenticando LE dipendenti e LE impiegate''.

 

Il leader di Futura conclude quindi interrogando Kaswalder ''se condivida le diffuse preoccupazioni per una cultura maschilista che continua a “passare” attraverso la lingua che usiamo e se intenda rimuovere il linguaggio sessista dalla comunicazione ufficiale della Provincia autonoma di Trento''. Si attende la risposta sperando non risolva tutto con un ''nente avanti che a ciaciere no se sgionfa done''.

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