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Bonus 600 euro, da chi lo ha avuto ''a sua insaputa'' a quelli che lo hanno preso per ''la beneficenza''. I casi (diversi) dal Veneto al Trentino, dal Piemonte alle Marche

Da un lato ci sono i consiglieri comunali che rimasti senza lavoro e senza gettoni di presenza, come gli altri cittadini, hanno usato quei soldi per arrivare alla fine del mese. Dall'altro ci sono i consiglieri regionali che si sono giustificati nei modi più vari: alcuni arrivando a dire che li hanno dati in beneficenza, di fatto dopo averli sottratti allo stesso fine

Di Luca Pianesi - 11 agosto 2020 - 12:12

VENEZIA. Da Trento a Firenze, da Ancona a Lamezia Terme passando per il Veneto. Piano piano stanno emergendo chi sono i consiglieri comunali, provinciali, regionali che durante la fase del lockdown hanno deciso di chiedere il bonus dei 600 euro per far fronte alle difficoltà più impellenti emerse durante il lockdown.

 

Un contributo, ovviamente, che si voleva far arrivare il prima possibile nelle casse degli italiani più in difficoltà e che si sperava non venisse utilizzato o richiesto da chi non aveva realmente bisogno. Eppure anche il concetto di ''bisogno'' è labile e lo si sta vendendo in queste ore dove anche politici di primo piano, come i consiglieri regionali della Lega Riccardo Barbisan e Alessandro Montagnoli e il vicepresidente della giunta del Veneto, vice di Luca Zaia, Gianluca Forcolin stanno ammettendo di averlo chiesto. Tutto avvenuto in maniera legittima perché a livello normativo, proprio per fare presto e aiutare le persone il prima possibile, non erano stati fissati dei tetti.

 

Barbisan e Forcolin, in particolare, si sono giustificati dicendo che la richiesta è stata fatta ''a loro insaputa''. Per il secondo (che non lo ha percepito perché la richiesta era stata respinta) la domanda, così ha spiegato al Corriere della Sera, era stata fatta dalla socia del suo studio di tributaristi. Il primo ha spiegato a sua volta alla Tv locale Antenna 3 che la domanda è sempre stata fatta senza che lui fosse informato, dal suo commercialista ma ha anche spiegato che la somma è stata data ''in beneficenza''. ''Li ho dati in beneficenza'' è la giustificazione usata anche il consigliere regionale Montagnoli che ha spiegato quanto avvenuto sulla sua pagina Facebook.

 

 

 

 

L'assurdo di questa vicenda sta anche in questa fase-2 del gestione del bonus da parte di questi politici: prima hanno sottratto risorse a persone che ne averebbero avuto bisogno, concittadini in difficoltà per i quali quei 600 euro mensili sarebbero stati fondamentali, risorse che erano destinate alla beneficenza (il significato di questa parole è ''aiuto economico prestato a persone bisognose'' quindi calza a pennello) e poi per ragioni personali, hanno deciso di darli a chi loro considerano ''bisognosi'' senza restituirli allo Stato. Insomma hanno fatto beneficenza a chi volevano loro con i soldi degli altri: quando si dice ''la toppa è peggio del buco''.  

 

Anche il coordinatore del centrodestra in consiglio comunale a Firenze, Ubaldo Bocci, candidato sindaco l'anno scorso contro il vincitore Dario Nardella, si è giustificato dicendo che quei soldi li ha dati in beneficenza. Ex direttore della prima realtà finanziaria indipendente nel settore del risparmio gestito, quotata in borsa, Bocci ha spiegato che secondo lui quei soldi venivano dati a pioggia (quindi con il rischio li chiedessero anche quelli ai quali non servivano), in maniera sbagliata, e allora ha pensato di fare domanda per poi darli a chi ne aveva davvero (per lui, ovviamente) bisogno. Più diretto il consigliere regionale del Friuli Venezia Giulia di Forza Italia Franco Mattiussi che (forse rientrando nella categoria di quelli che potevano esserne beneficiari per il meccanismo ''a pioggia'' di qua sopra) ha spiegato che per legge non c'erano limitazioni, quindi era un suo diritto chiedere quei soldi.

 

Diverso il comportamento del consigliere regionale piemontese Claudio Leone (Lega) che, dopo aver ottenuto due bonus, li ha restituiti allo Stato. E molto diverse le situazioni che hanno coinvolto vari consiglieri comunali che non viaggiano su stipendi con cifre a quattro zeri, ma più spesso si fermano a gettoni da alcune centinaia di euro. E' il caso del consigliere comunale di Trento di Sinistra Italiana Jacopo Zannini, che ha spiegato come senza quei 600 euro non sarebbe arrivato alla fine del mese: marzo e aprile, durante il lockdown, è rimasto senza lavoro e un consigliere comunale non ha uno stipendio ma dei gettoni di presenza quindi ha voluto rivendicare il fatto di essere un cittadino come gli altri che con quei 600 euro è riuscito a pagare tasse e beni di prima necessità.

 

Stessa situazione per Francesco Rubini, consigliere comunale ad Ancona del gruppo ''Altra idea per la città'' che ha spiegato così la sua situazione

 


 

 

E a Lamezia Terme è stato Rosario Piccioni, ad aver usufruito del bonus, anche lui consigliere comunale in Calabria. 

 

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