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Per il Comune di Bassano, nella Giornata della Memoria si ricordano anche le vittime delle foibe. Ma dove sta lo spazio per la storia?

Nella Giornata dedicata al ricordo dell'Olocausto, il Comune di Bassano del Grappa, amministrato da una giunta leghista, ha pubblicato un post in cui lancia un'iniziativa per le scuole in memoria delle vittime della Shoah e delle foibe, riproponendo così una narrazione in cui tutte le morti sono indistinguibili, al di là del contesto storico in cui si producono

Di Davide Leveghi - 28 gennaio 2021 - 10:52

BASSANO DEL GRAPPA. Quanto la vicinanza temporale fra la Giornata della Memoria e il Giorno del Ricordo sia problematica non è certo questione di oggi. Sin dall'istituzione, nel 2004, della ricorrenza dedicata alla “memoria delle vittime delle foibe, dell'esodo giuliano-dalmata, della vicenda del confine orientale e alla concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati”, gli storici e non solo hanno evidenziato la strumentalità di un'operazione che utilizza politicamente la storia ridando legittimità anche (si badi bene, anche) a narrazioni di matrice chiaramente fascista (QUI, QUI e QUI degli approfondimenti). 

 

Il Comune di Bassano del Grappa, amministrato da una giunta leghista, ha potuto dimostrare quanto dannoso e discutibile sia riproporre un unico grande calderone in cui ogni vittima è indistinguibile dall'altra. Nella Giornata dedicata alle vittime dell'Olocausto, infatti, sulla propria pagina facebook ha pubblicato un post in cui dice di non voler dimenticare “due importanti date che l'Onu e il Governo italiano hanno stabilito per commemorare due significativi momenti storici: la Giornata della Memoria il 27 gennaio e il Giorno del Ricordo il 10 febbraio”.

 

 

 

Il tempismo, come avvenne in occasione dell'istituzione del Giorno del Ricordo – nato da precise condizioni politiche, con la destra post-fascista riabilitata agli occhi dell'opinione pubblica e la sinistra post-comunista intenta nel presentarsi come forza profondamente democratica e nazionale – non è stato però dei migliori. Cosa c'entrano infatti le vittime delle foibe con quelle dell'Olocausto? “Che c'azzecca?”, direbbe un celebre magistrato datosi alla politica.

 

L'iniziativa dell'amministrazione bassanese apre uno squarcio sulle distorsioni e le strumentalizzazioni politiche dell'insistenza sulla memoria. Considerando che tale parallelo viene tracciato per la promozione di due eventi streaming dedicati ai ragazzi delle scuole medie e delle superiori, in cui si raccontano rispettivamente la vicenda dell'allenatore di calcio ungherese ed ebreo Arpad Weisz, morto ad Auschwitz, e di un bambino nato a Pola (“ha 10 anni quando la città viene occupata dagli slavi, che rapinano, violentano e infoibano gli italiani”, si legge nella presentazione), costretto a fuggire con la famiglia per le persecuzioni, innanzitutto emerge quanto possa essere pericoloso schiacciare la complessità della storia sull'esperienza individuale dei testimoni (QUI un approfondimento).

 

Nessuno infatti potrà mai sostenere che il bambino, innocente per definizione, possa essere stato parte di un sistema oppressivo che in particolari fasi della guerra e dell'immediato dopoguerra (quando si parla di “foibe” ci si riferisce all'autunno 1943 e alla primavera-estate del 1945) viene meno, lasciando il campo all'avanzata della Resistenza jugoslava (in cui militano tra l'altro migliaia di ex soldati italiani, decisi a proseguire la guerra contro gli ex alleati tedeschi) e, in diversi contesti, alle rappresaglie nei confronti di chi direttamente o indirettamente aveva fatto parte di quel sistema oppressivo - il riferimento ai bambini è strumentale, considerando che sia il numero di bambini che di donne è minimo sul totale degli "infoibati", termine in cui si riuniscono persone uccise in disparate maniere, la stragrande maggioranza morte in realtà nei campi di prigionia istituiti dai comunisti jugoslavi (QUI ne abbiamo parlato con lo storico Eric Gobetti, autore del libro "E le foibe?", dedicato proprio all'utilizzo politico della questione del "confine orientale") 

 

Nessuno, nondimeno, potrà sostenere che quella dei circa 300mila profughi di lingua italiana fuggiti dalla costituenda Jugoslavia comunista non sia una tragedia e che tra le persone uccise, costrette a scappare o decise a emigrare (per la stragrande maggioranza degli esuli non si trattò di uno spostamento forzato ma di una scelta di andarsene da un luogo in cui gli italiani non erano più il gruppo privilegiato e in cui vigeva un nuovo sistema politico, tanto che l'esodo si protrasse negli anni '50) non vi siano stati degli innocenti.

 

La domanda che sorge legittima, tuttavia, è questa: è così che s'insegna la storia ai ragazzi? Dove stanno il senso critico, la fatica della complessità e il lavoro della contestualizzazione? Cos'hanno da spartire l'uccisione studiata a tavolino di 6 milioni di persone in base all'appartenenza religiosa, etnica, politica e sessuale e dei fenomeni variegati come l'uccisione di un numero tra le 3 e 5000 persone per cause politiche, sociali, ideologiche (non da parte degli “slavi” in quanto tali, come evidenziato in maniera nemmeno troppo velatamente razzista nel post del Comune di Bassano) e l'esodo di 300mila persone? - in questa logica potremmo aggiungere le vittime del terrorismo o lo vittime degli incidenti stradali. 

 

Nell'occasione del Giorno del Ricordo 2019, l'allora ministro dell'Interno Matteo Salvini pronunciò durante la cerimonia al memoriale di Basovizza queste parole: “Non esistono morti di serie A e di serie B. I bimbi di Auschwitz e quelli delle foibe sono uguali”. L'iniziativa della sindaca bassanese Elena Pavan, anch'essa rappresentante della Lega, è figlia della stessa distorta scuola di pensiero, in cui l'uguaglianza delle morti annulla le differenze nella vita.

 

Del tema della memoria il Dolomiti si è occupato con degli approfondimenti nella rubrica “Memory 27/1-10/2”, giunta quest'anno alla seconda edizione e, non a caso, tenuta proprio tra le due ricorrenze della Giornata della Memoria e del Giorno del Ricordo.

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