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Trento
22 novembre | 13:15

Cpr, il mondo dell'accoglienza dice ''No''. Cnca: ''Passare a 350 migranti ospitati? Quest'anno 1.000 arrivi. Il centro non rallenta i flussi e non dà più sicurezza''

Contrarietà assoluta dal mondo dell'accoglienza al recente accordo siglato fra Giunta Provinciale e Ministero dell’Interno con il quale si vorrebbe andare a "ridurre gradualmente il numero di migranti ospitati nei centri di accoglienza straordinaria nella provincia di Trento fino alla metà di quelli presenti attualmente" e realizzare un Centro per il rimpatrio (CPR), per 25 migranti di cui 1 su tre provenienti da fuori Trentino.

di Redazione

TRENTO. Cpr? No grazie, anzi senza grazie. L'assemblea regionale del Cnca qualche giorno fa ha deliberato ''la propria opposizione alla realizzazione'' dell'opera a Trento chiedendo una netta inversione di tendenza sia a livello territoriale che a quello nazionale. 

 

Contrarietà assoluta dal mondo dell'accoglienza al recente accordo siglato fra Giunta Provinciale e Ministero dell’Interno con il quale si vorrebbe andare a "ridurre gradualmente il numero di migranti ospitati nei centri di accoglienza straordinaria nella provincia di Trento fino alla metà di quelli presenti attualmente". L'idea è che si passi da 700 a 350 posti in accoglienza e si realizzi un Centro per il rimpatrio (CPR), per 25 migranti di cui 1 su tre provenienti da fuori Trentino.

 

''La prima decisione - spiega il Coordinamento nazionale comunità di accoglienza - relativa ai migranti accolti in Trentino, non influisce in realtà sugli arrivi, ben 1000 questo anno, ma determina solo un allungamento a dismisura dei tempi di attesa per accedere al percorso di accoglienza (un diritto sancito dalle norme internazionali). Tempo che supera oggi ampiamente l’anno; ciò determina l'aumento di presenza di migranti in strada in situazioni di marginalità, terreno, come ben sappiamo, potenzialmente criminogeno. Condizioni ideali, dunque, per far esplodere i problemi. E cavalcarli proponendo solo le soluzioni repressive. Coerente con questo schema è la realizzazione del Cpr a Trento. Una (non) soluzione che è propagandistica perché la si vende come risposta alla microcriminalità e come un deterrente agli arrivi. In realtà, non rallenta un flusso migratorio, che è fenomeno strutturale. E non serve per garantire sicurezza. Il presupposto per essere trattenuto in un Cpr non è l’aver commesso un reato, bensì la mancanza di un permesso di soggiorno''.

 

Quindi l'analisi punto su punto del Cnca.

''Risulta inefficace: dai Cpr sono stati rimpatriati nel 2023 solamente il 10% delle persone colpite da un provvedimento di espulsione. E molto costosa: per la costruzione della struttura si spenderanno 1,5-2 milioni di euro. A cui si sommano i costi per la gestione (a carico dello Stato). Nel biennio 22- 23 i dieci Cpr presenti in Italia sono costati alle tasche dei cittadini 39 milioni di euro, circa 29 mila euro per persona trattenuta. Quanti percorsi di reale accoglienza (e quindi di integrazione e reale sicurezza) si potrebbero realizzare con quel denaro? Le condizioni molto difficili delle persone trattenute nei Cpr, teatri di profonda sofferenza, caratterizzati da sostanziali e innumerevoli violazioni di quei diritti inviolabili di cui all’art. 2 della Costituzione, del diritto alla difesa, del diritto alla salute, della libertà di comunicazione con l’esterno, ci fanno dire che è soluzione disumana. Le morti all’interno dei Cpr sono, dalla loro istituzione, più di trenta, quattordici negli ultimi cinque anni. La Consulta, con sentenza n.96 del 2025, ha inoltre specificato che il trattenimento dei cittadini stranieri non risulta conforme alle garanzie costituzionali''.

 

Quindi la conclusione espressa dall'assemblea regionale: piena opposizione alla realizzazione di un nuovo Cpr a Trento chiedendo una netta inversione di tendenza sia a livello territoriale che a quello nazionale. La richiesta di una modifica delle politiche di accoglienza, che siano rispettose dei diritti fondamentali delle persone richiedenti protezione, garantiscano condizioni dignitose, l’ingresso tempestivo in progetti specifici di accoglienza, la formazione linguistica e professionale. Con particolare riguardo per l'inserimento dei minori stranieri, e la promozione di percorsi verso l’autonomia e l’inclusione sociale.

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