Doppia preferenza, una pietra tombale cala sulla legge. Vince l'ostruzionismo: "Uno schiaffo alle donne e alla democrazia"
Nessuna firma sulla proposta di Ugo Rossi che aveva bisogno del sostegno di tre capigruppo di minoranza per superare 4 mila emendamenti. La legge è stata ritirata, per questa legislatura non se ne parlerà più

TRENTO. Una bella pietra sopra, grande come una casa. E' quella che è stata messa sulla legge che voleva introdurre anche in Trentino la doppia preferenza di genere alle elezioni provinciali. Una parte della minoranza, un gruppo di consiglieri animati da una viscerale contrarietà ai diritti delle donne, alcuni per partito preso altri per la paura di non essere rieletti e scalzati da una donna, hanno determinato il fallimento di questa iniziativa.
Una minoranza della minoranza è riuscita a impedire, per la seconda volta, che un provvedimento sui diritti civili fosse portato al voto. E' successo ieri ed è successo esattamente un anno fa con la legge contro l'omofobia. E succederà sempre se rimarrà in vigore un regolamento d'aula che permette a una ristretta minoranza di consiglieri provinciali di depositare migliaia di emendamenti ostruzionistici.
Ieri, in Aula, come previsto, Ugo Rossi a nome della maggioranza ha presentato una proposta alla minoranza: “Accettate un super-emendamento che ne abbatte in un sol colpo più di 4 mila, poi votiamo la legge e se in sette di voi (come previsto dallo Statuto) richiedono il referendum, l'ultima parola spetta al popolo”. Una proposta fotocopia a quella avanzata un mese prima da Bezzi, Cia e Bottamedi.
Una proposta che però non ha trovato la convergenza delle tre firme necessarie della minoranza, che avrebbero dovuto mettere i capigruppo. Scontata qella di Giacomo Bezzi, co-firmatario della legge. Ma le altre due?
Quella di Rodolfo Borga, di firma, era fuori discussione: la sua è un'opposizione strenua, non se ne parla nemmeno. “Non è affatto vero che il Trentino è maglia nera sulla presenza delle donne in Consiglio provinciale “, dice lui. In effetti sono tante, sono addirittura 6 su 35. Dal 1948 ad oggi, sono state una valanga, 26 su 535.
Ma nemmeno quella di Filippo Degasperi dei 5 stelle è arrivata alla presidenza, nemmeno lui che da buon pentastellato dovrebbe andare in visibilio quando si decide di dare la parola al popolo con il referendum. L'aveva pure detto: “Con il referendum tolgo tutti i miei emendamenti”. Emendamenti, e tanti, depositati perché nemmeno lui è a favore della parità di genere. Ma la firma non la dà, “sono contro ogni 'canguro' che voglia togliere l'ostruzionismo”.
E neanche Walter Viola vuole mettere il suo nome sotto alla proposta della maggioranza. Anche se lo danno ormai tutti con una gamba dentro al Patt o all'Upt (ché le elezioni sono ormai vicine e ci si deve pur assicurare una futura possibilità di rielezione), anche lui dice di no. Le donne in Consiglio sono una minaccia, se aumenta la presenza femminile diminuisce quella dei maschietti. Questo l'ha capito molto bene.
E allora chi rimane? Rimane Nerio Giovanazzi, il decano di tutti i consiglieri, quello che da vent'anni poggia le terga sugli scranni del Consiglio provinciale. Il consigliere che l'ultima volta che è stato eletto disse questo: “Lascio il mio seggio ad una donna giovane, a Vanessa Masé di Strembo, prima dei non eletti. Ma era forse stanco quella sera di quasi cinque anni fa: infatti poi ci dormì su e l'indomani cambiò idea e volle tornare sulla sua comoda seduta nell'Aula dai velluti rossi in piazza Dante.
Il consigliere Giovanazzi ha confidato ai giornalisti che dalla maggioranza ha avuto pressioni per non mettere la firma sulla proposta di Ugo Rossi. Chissà se se è vero. Ha detto anche, in Aula, che il suo collega Fasanelli gli ha girato una fotografia in cui si vedono, in un seggio trentino del Pd per le primarie, un gruppo di immigrati in fila. Ma quella che ha mostrato è una foto con un simbolo di Sel, formazione politica che non esiste neanche più, e che sicuramente non è stata fatta qui in Trentino. Quindi, sulle pressioni ricevute, chissà se è vero.
Togliamo dalle possibili convergenze sul testo della maggioranza quella di Fugatti della Lega. Lui coerentemente ha detto no. Rimane Fasanelli, Massimo Fasanelli, entrato in consiglio come miglio perdente dopo le dimissioni di Diego Mosna. Lui è presidente del gruppo misto. Dovrebbe rappresentare il volere della maggiornaza che c'è al suo interno. E dentro c'è Kaswalder, Bottamedi, Baratter e Cia.
Il primo ha votato la legge in commissione “e se va al voto per coerenza io dico sì”, ma gli va bene pure fare opposizione. Manuela Bottamedi è favorevole, Lorenzo Bartatter per forza, è ancora nella maggioranza. Rimane Cia, l'ago della bilancia. La volta scorsa la stessa identica proposta l'aveva fatta lui: “Super-canguro e referendum. E per dimostrare la mia disponibilità ritiro pure tutti i miei emendamenti”.
Ma è poi passato un mese e le idee cambiano, la volta scorsa era la volta scorsa. Oggi si cambia. Qualcuno aveva detto, quando lui fece la proposta: “Attenti, questo è un bluff”, e forse a ben vedere era proprio un bluff. Comunque, fatti i conti, Fasanelli ha detto no, dicendo questo: “Ci sono cose più importanti da discutere”. “Bene, bravo – ha detto allora il presidente – firma la proposta, votiamo e andiamo a casa”.
Ma Fasanelli si è seduto, pronto a rimanere fino a notte. 'In effetti – avrà pensato – questa cosa è importante”. Anche lui ci spera nell'elezione del prossimo giro, e già una volta è entrato per il rotto della cuffia, non sia mai che sia una donna a piazzarsi prima.
Insomma mancano le firme. Senza le firme sull'emendamento taglia-emendamenti è impossibile far fronte all'ostruzionismo. Rossi ha incontrato la minoranza che alla sua proposta ha detto no. Poi si è riunita la minoranza che ha preso atto.
Per un attimo è sembrata percorribile la soluzione di Gianfranco Zanon che proponeva l'ideona della terza preferenza, scartata subito sia dalle donne del Comitato che dallo stesso presidente Rossi, nemmeno presa in considerazione.
In Aula, il presidente della Giunta ha detto a tutti che il terreno è impraticabile. “E mi dispiace”. Un dispiacere condiviso anche da Lucia Maestri, un dispiacere sincero, stanco, affaticato.
La prima firmataria della legge sulla doppia preferenza ha pronunciato un numero: “47.629”. Sono gli emendamenti presentati dalla minoranza in questa legislatura, la cifra dell'ostruzionismo che si è scagliato soprattutto contro la legge sulle donne e contro la legge sull'omofobia. Significa, se calcolati in giornate di lavoro h24 sette giorni su sette, cinque anni e mezzo di sedute una dietro l'altra. Più di una legislatura.
La legge sulle donne è rimasta al palo per colpa dell'ostruzionismo fatto da una minoranza della minoranza. Alla faccia della democrazia e del diritto di governare che spetta alla maggioranza che vince le elezioni. Questa la sostanza.
Poi possiamo dire delle colpe della maggioranza, di non aver creduto fino in fondo a questa legge, possiamo dire della figuraccia che fa la coalizione che non porta a casa nemmeno un testo che sappia un poco di sinistra, che parli di diritti e di uguaglianza. Possiamo dire, come abbiamo detto, che se la maggioranza fosse stata unita sarebbe stata tutta un'altra cosa.
Possiamo anche credere che alcuni consiglieri di Patt e Upt siano in fondo gongolanti. Ma la sostanza è sempre quella: la minoranza ha vinto usando un'arma micidiale, un ostruzionismo invalicabile e invincibile. Anche se la maggioranza fosse stata unita, anche se avesse fatto meglio di così.
Diremo un'altra volta della coalizione senza leadership, della mancanza di coraggio o della debolezza del centrosinistra autonomista. Oggi diciamo che un gruppo piccolo di consilieri provinciali, per salvarsi il posto anche nella prossima legislatura, hanno affossato una legge che dava a questa terra un po' più di civiltà.












