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Celestino Endrici e i documenti inediti recuperati da Bressan: ''Fu accusato di essere benevolo con il fascismo ma in realtà si oppose al nazionalismo e al nazismo''

La lotta ai regimi totalitari, la difesa della minoranza tedesca e la lotta alla propaganda nazista sono le prospettive da cui questa ricerca storica elaborata dall'arcivescovo emerito parte, per indagare una figura centrale del '900 trentino

 

Di Davide Leveghi - 14 luglio 2019 - 08:20

TRENTO. “La figura di Celestino Endrici è attuale nella sua determinata opposizione a ideologie come quella nazista, che tuttora si palesano in forme simili”. Vescovo di Trento dal 1904 al 1940, il prelato noneso avrebbe marcato con la sua presenza alcuni passaggi decisivi del '900 trentino. Al centro del lavoro di Luigi Bressan, suo erede alla cattedra episcopale dal 1999 al 2015, tuttora arcivescovo emerito, ci sono alcuni documenti inediti che ne evidenziano l'opposizione ai totalitarismi.

 

Celestino Endrici contro il Reich. Gli archivi svelano (Athesia) viene definita da Marco Roncalli in un articolo su Avvenire “un'opera che colma alcune lacune e rilegge alla luce di dettagli non irrilevanti la posizione del vescovo trentino e dei suoi immediati collaboratori, soprattutto circa due tematiche”: la propaganda nazista in Alto Adige e la vicenda delle Opzioni.

 

“Il libro è partito da due lettere di Pacelli a Endrici sull'ideologia nazista e da un'altra dal mittente sconosciuto. I documenti inediti sono circa cinquanta, e su questi si è costruito il mio lavoro”, dice Bressan. Riguardo alle Opzioni Endrici, vescovo di una diocesi, che fino al 1964 e alla riorganizzazione dei vescovadi con il Concilio Vaticano II, conteneva la Bassa Atesina, e dunque una nutrita presenza di tedescofoni, “assunse la difesa della cultura tedesca contro il fascismo e l'italianizzazione”.

 

“In costante collaborazione con il prelato Michael Gamper”, alfiere della difesa etnica della minoranza tedesca contro lo Stato italiano, “Celestino Endrici incarnò la resistenza non politica ma religiosa e valoriale al nazismo”, prosegue l'arcivescovo emerito. Oppositore dell'accordo nazifascista che mise i tedescofoni delle province di Bolzano, Trento, Belluno ed Udine di fronte alla scelta di rimanere cittadini italiani (accettando l'assimilazione) o di trasferirsi nel Reich (acquisendo la cittadinanza tedesca), lavorò alla persuasione dei prelati della Bassa Atesina affinché non abbandonassero il proprio popolo partendo verso la Germania.

 

Mentre da Roma proveniva l'ufficioso assenso all'accordo, testimoniato da un articolo dell'ottobre '39 con cui si consideravano le Opzioni un esempio di equità nella risoluzione di una questione etnica, da Trento e Bressanone le reazioni furono diverse. Endrici sostenne sempre le ragioni dei Dableiber, “coloro che rimangono”, raccolti attorno alla figura di Gamper. Diversa fu la scelta del vescovo brissinese Johannes Geisler, che, “non come religioso ma come tedesco” decise di optare per il Reich tanto che al momento della compilazione del foglio per l'Opzione si racconta che si tolse l'anello pastorale. Una decisione che non poté non influire su quelle della popolazione sudtirolese.

 

Il diverso atteggiamento dei due si sarebbe dimostrato decisivo nella determinazione delle scelte del clero tedescofono. Le rassicurazioni di Endrici fecero sì che nella parte tedesca della diocesi tridentina il 90% del clero sudtirolese optasse per l'Italia, in una realtà complessiva comunque caratterizzata, anche nella vicina diocesi brissinese, da una certa spaccatura tra un alto clero favorevole all'Opzione per il Reich ed un basso clero optante per rimanere.

 

La vicenda di Endrici ci cala in una realtà, il primo '900 trentino, estremamente complessa, in cui egli dovette muoversi in una ricerca di equilibri tra il proprio ruolo pastorale, i rivolgimenti politici e la contrapposizione etnica che dal secolo precedente infiammava il Tirolo. Nel 1889 nella piazza del Duomo di Bolzano si eresse la statua al bardo tedesco medievale Walther von der Volgelweide, con lo sguardo rivolto a sud. Sette anni dopo fu il turno di Dante nella piazza ora della stazione, con la mano rivolta a nord, quasi a fermare l'ondata germanizzatrice proveniente da nord e a rivendicare la cultura italiana del Trentino.

 

In questa realtà esasperata, in cui la “battaglia dei monumenti” avrebbe rappresentato la punta dell'iceberg del conflitto etnico tirolese, Endrici sarebbe stato, nel corso della Grande Guerra, internato come figura politicamente sospetta. Da quel momento segnato con la stigma di filoitaliano, avrebbe avuto non poche difficoltà a barcamenarsi con un regime, quello fascista, giunto al potere pochi anni dopo la guerra, a maggior ragione dopo l'inclusione della mistilingue Bassa Atesina alla diocesi di Trento.

 

Endrici fu accusato ingiustamente di essere benevolo verso il fascismo”, dice l'autore del libro, “in particolare per un episodio che lo vide protagonista; un Te Deum celebrato alla fine della Guerra di Etiopia che ne determinò accuse di simpatia verso il regime, quasi che avesse voluto sancire la nascita dell'Impero. In realtà questo Te Deum fu tenuto per la fine della guerra e dunque per la pace, proprio come nel primo dopoguerra”. La ricerca di un modus vivendi con il regime, “dovuto più all'obbligo che ad una vicinanza politica”, non impedirono al vescovo tridentino di opporsi alle politiche snazionalizzatrici (si vedano le posizioni di Endrici sull'insegnamento religioso in madrelingua tedesca o il lavorio sulle Opzioni per mantenere sul territorio la popolazione civile e religiosa e dissuaderla dal partire verso il Reich).

 

La complessità della sua posizione si misura con la partecipazione all'inaugurazione del Monumento alla Vittoria di Bolzano, simbolo della conquista dell'Alto Adige all'Italia, benedetto dal vescovo il 12 luglio 1928 alla presenza del re e dei papaveri di corte, dell'esercito e del regime. Un episodio che Bressan considera parte dei suoi obblighi di vescovo. “Un episodio non può inficiare una figura così importante”, conclude.

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