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Coronavirus, 5 insegnanti e 5 studenti a casa (di cui uno positivo) ma la classe della figlia non viene chiusa. "Protocollo inadatto, così si mettono a rischio le famiglie"

Un padre, docente in un istituto superiore (quindi in dad) ma genitore di una studentessa alle medie (quindi in presenza), si sfoga riguardo ai protocolli utilizzati per decidere la quarantena di una classe. Quella di sua figlia ha infatti registrato diverse positività tra i professori e almeno 5 alunni in isolamento (di cui uno positivo) per il contagio dei conviventi, ma non è stata chiusa. "Non si testano i ragazzi in tempo. Così si mettono a rischio le famiglie"

Di Davide Leveghi - 07 December 2020 - 13:03

TRENTO. “Al fronte ma disarmati”. Giovanni (nome fittizio) li descrive così, gli insegnanti che lavorano in presenza al tempo del Covid. Appartenente alla categoria, questo disagio lo ha vissuto indirettamente parlando con i colleghi che insegnano a sua figlia e non solo. Egli è infatti un docente delle superiori in un istituto trentino, dal 4 novembre impegnato nella cosiddetta didattica digitale integrata, più comunemente nota come “didattica a distanza” o semplicemente “dad”.

 

All'ennesimo compagno di classe della figlia rimasto a casa in isolamento, a causa della positività di uno dei genitori – la figlia frequenta la seconda media - ha deciso di rivolgersi al nostro giornale, dopo aver cercato inutilmente di segnalare una situazione pericolosa alla dirigente scolastica. “La risposta che ho avuto è stata pilatesca, direi. I dirigenti conoscono la situazione ma hanno sposato la linea della Provincia”.

 

Cosa preoccupa tanto questo docente trentino? “Circa un mese fa la classe di mia figlia ha avuto una prima studentessa rimasta a casa per la positività di uno dei genitori – racconta – passati pochi giorni, un altro studente è finito in isolamento. In questo caso, però, la positività sua è stata confermata. I genitori hanno voluto sottoporlo a un tampone, che nel primo caso, come sappiamo, non viene svolto fino alla conclusione dell'isolamento della famiglia”.

 

Nel giro di qualche settimana, altri 4 studenti della stessa classe si ritrovano nella situazione di dover rimanere a casa per la positività accertata di un congiunto, ma senza essere testati fino all'ultimo. Su 10 insegnanti che girano attorno a quella classe, la metà circa ha dovuto passare un periodo a casa di quarantena o di isolamento. Per loro stessa ammissione, qualcuno è stato sintomatico. Perché non si è deciso di chiudere la classe?”.

 

In questa storia, le problematiche sollevate dal docente sono le solite che hanno contraddistinto la gestione emergenziale da parte delle autorità politiche e sanitarie: l'utilizzo dei tamponi e nello specifico dell'ambito scolastico le condizioni determinanti per decidere l'isolamento di una classe. Com'è possibile che i protocolli non stabiliscano interventi più rapidi per evitare che una classe si possa trasformare in vettore del contagio, con maggior danno per i parenti degli studenti? Qual è la ratio con cui si testano i ragazzi e gli insegnanti?

 

Quando la ministra Azzolina sostiene che la scuola sia una bolla non è affatto vero – continua Giovanni – che il contagio in classe possa essere meno possibile può anche essere vero ma i ragazzi si recano a scuola sui mezzi pubblici o hanno una vita al di fuori della scuola, e lì possono contrarre il virus. Il problema si pone quando tornano a casa. Sappiamo infatti che normalmente i giovani sono asintomatici o paucisintomatici. Quando vengono a casa, però, possono infettare i propri genitori o nonni, e per questi il rischio è maggiore. Personalmente sono preoccupato per mia figlia, per me e per sua madre. Non vedo i miei genitori da oltre 2 mesi per paura di portare loro il virus. Pertanto mi chiedo: a che pro non si fanno i tamponi ai ragazzi appena si presenta un caso di positività? Non è che non si vogliono trovare i positivi per evitare di chiudere le classi?”.

 

La regola in vigore da tempo nelle scuole trentine vuole che per chiudere una classe in una scuola secondaria di primo grado ci vogliano almeno 2 positivi. Il caso in questione, però, è sintomatico di una gestione decisamente poco reattiva nell'individuare eventuali focolai all'interno delle classe. Dopo un primo isolamento e la prima positività registrata tra i ragazzi (“Sono i genitori che gli fanno fare il tampone privatamente”, specifica Giovanni), infatti, con lo scorrere dei giorni altri 4 si trovano rinchiusi in casa a causa di un genitore contagiato.

 

Eppure i loro tamponi non vengono fatti se non allo scadere delle 2 settimane. L'eventuale presenza del virus rischia di sfuggire al tampone rapido “di uscita”, e nel mentre la classe può essere stata interessata da una circolazione e propagazione del virus che ha conseguenze ben più gravi una volta che gli alunni escono da scuola e si recano a casa. Del famoso tracciamento di cui mena vanto la giunta, nemmeno l'ombra.

 

“I ragazzi in isolamento per la positività dei genitori molto probabilmente sono positivi – incalza il docente – vivendo con dei positivi, magari in case piccole, possono aver contratto il virus. Visto che sono i genitori ad aver manifestato i sintomi, però, non possiamo sapere se a infettarli siano stati gli stessi ragazzi. Non è mia intenzione fare polemica, ma questi protocolli non sono per nulla adatti e non tengono affatto conto della sicurezza delle persone”.

 

Di fronte ad una situazione in cui sono emerse diverse falle, la Provincia è apparsa però piuttosto decisa a proseguire sulla strada delle progressive riaperture. “E' chiaro che se la situazione dei contagi si stabilizzasse dopo il 3 dicembre saremmo disponibili a chiedere al governo di valutare l'apertura delle scuole – aveva detto il presidente Maurizio Fugatti nei giorni precedenti all'uscita dell'ultimo Dpcm, con cui si esclude ogni riapertura per le scuole superiori, almeno fino a dopo le vacanze natalizie – crediamo che possa essere fatta correndo qualche rischio, perché è importante per gli alunni e pure per le famiglie”.

 

Paradosso nel paradosso, fino all'arrivo dell'agognato momento della comunicazione da parte della Provincia dei dati dei tamponi antigenici, questi venivano tenuti in considerazione per mettere in isolamenti cautelativo le classi con almeno 2 positivi. Questo almeno era quanto sostenuto dal dirigente generale del Dipartimento salute e politiche sociali della Pat Giancarlo Ruscitti, nonostante degli episodi testimoniassero il contrario.

 

Essendo gli studenti non testati o testati in ritardo, mi pare evidente che non si vogliono fare emergere le positività e fare entrare le classe in didattica a distanza. Così preferisce la Provincia e così preferiscono anche i genitori, che evitano di sbilanciarsi per non avere problemi con il lavoro e il tenere i figli a casa. Ma tanti insegnanti si sentirebbero più sicuri a fare la didattica a distanza, pur consci del fatto che la didattica è migliore in presenza. Così si mettono a rischio studenti, insegnanti e famiglie. Sulla scuola, quindi, non si può dire niente. Non si sa mai che poi la chiudono davvero”, conclude amaro.

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