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La Seconda guerra mondiale come ripresa di violenze già in atto. Filippi: "Per la prima volta i civili divengono un bersaglio legittimo"

L'1 settembre di 81 anni fa la Germania nazista dava avvio all'occupazione della Polonia. Poche settimane dopo, la parte orientale del Paese veniva occupata dall'Urss come nelle clausole del patto di non aggressione firmato dai ministri degli Esteri Molotov e von Ribbentrop. Un conflitto che si pensava "lampo" si sarebbe trasformato nella più grande tragedia della storia umana. Lo storico Francesco Filippi: "Fu la ripresa delle violenze cominciate con lo sparo di Sarajevo del 1914"

Di Davide Leveghi - 01 September 2020 - 13:07

TRENTO. Ciò che avvenne il primo settembre del 1939 non fu che un passaggio di un percorso inevitabile. La Germania nazista, rialzatasi dall'umiliante Pace di Versailles del 1919 come nuova potenza facente leva su un nazionalismo aggressivo, aveva già da tempo intrapreso un cammino di annessioni, partecipando al fianco dell'Italia fascista alle violenze della Guerra civile spagnola, preludio vero e proprio del Secondo conflitto globale.

 

Di fronte all'immobilismo dei Paesi democratici, l'Europa assisteva da decenni alla diffusione a macchia d'olio dell'autoritarismo. Uno dopo l'altro, i Paesi europei cadevano sotto il controllo di regimi antidemocratici e fascisteggianti. L'Unione sovietica, ripresasi dopo la guerra civile ed incamminata verso il grande salto tecnologico, agisce come centrale ideologica di una "rivoluzione troncata" (secondo la definizione di Stalin, l'Urss sviluppò il "socialismo in un solo Paese"). Da Mosca si pretende di guidare il fronte democratico spagnolo, ma le uniche truppe straniere sul campo – tra i tanti volontari giunti da diversi angoli del pianeta – sono quelle italiane e tedesche.

 

Nel resto del mondo, gli Stati Uniti si chiudono nell'isolamento, mentre nel Pacifico una nuova potenza emerge in un turbine di aggressivo imperialismo e automatica corsa alle armi, il Giappone, ben presto stretto in un abbraccio con le due principali forze fasciste, l'Italia e la Germania. L'1 settembre 1939, le truppe tedesche attraversano il confine con la Polonia. L'invasione del vicino slavo, a cui seguirà la spartizione con l'Urss, frutto di un accordo segreto siglato nell'agosto appena passato, accenderà la miccia ad una situazione già esplosiva. Quella che sarebbe dovuta essere una “guerra lampo” (triste analogia con la Grande Guerra) si trasformerà nel più violento e brutale conflitto della storia umana.

 

“Cercare di comprendere la Seconda guerra mondiale – spiega lo storico Francesco Filippi – richiede uno sforzo nel circoscrivere i motivi per cui prese avvio. Molti storici, e io con loro, rilevano una continuità tra la pace/non pace del '19 e la guerra che scoppia nel '39. Alcuni, come Ian Kershaw o Eric Hobsbawm, hanno coniato l'espressione di 'seconda guerra dei trent'anni”, mentre altri, come Enzo Traverso in Italia, parlano di 'guerra civile europea'. Inevitabilmente le cause del conflitto si ritrovano negli esiti della Grande Guerra e nei trattati di pace che ne susseguono.”.

 

Nel '45, ciò che sancisce questo conflitto è il tramonto definitivo dell'eurocentrismo. L'asse della civiltà si sposta verso Ovest, dando avvio ad un processo a cui si sta assistendo tutt'ora con uno spostamento verso il Pacifico e la Cina. Il progetto di dominazione globale da parte dell'Europa è declinato definitivamente, anche se qualche 'pezzetto' si trascinerà nel '900, pensiamo alla Crisi di Suez quando Gran Bretagna e Francia, trovando gli Usa contrari ai loro progetti coloniali, vennero messe in scacco da una potenza regionale come l'Egitto”.

 

Il mondo europeo tramonta dunque sui campi di battaglia, ma la china è già cominciata da tempo. “Più che inizio della Seconda guerra mondiale si potrebbe parlare di una ripresa di ciò che scoppia nel '14 – prosegue lo storico levicense – quella che si combatte tra il '39 e il '45 è però un tipo di guerra senza quartiere che mette in scena un nuovo tipo di violenza. La Grande Guerra è sì mortifera, è un conflitto in cui si sprigiona la potenza distruttrice della tecnologia ma che per lo più colpisce i soldati, con i combattimenti nelle trincee. Nella Seconda guerra mondiale i civili saranno invece sistematicamente un bersaglio. Cambia il paradigma”.

 

Il nazionalismo anima uno scontro totale in cui l'altro, qualsiasi altro, è un nemico da distruggere. “Si combatte per annientare, fino al parossismo dello scontro tra Urss e Germania, finito con quella recrudescenza che vede i sovietici rovesciare le atrocità subite sui tedeschi nella sua avanzata verso Ovest. Milioni di cittadini germanici saranno costretti a fuggire da Est. Prima degli anni '30, però, i civili erano sì coinvolti nelle guerre, ma in maniera collaterale. Gli eserciti avanzano, infieriscono sulla popolazione ma le guerre si combattono maggiormente nei campi di battaglia”.

 

Gli anni '30 rappresentano invece la fase sperimentale di un processo che si svolgerà in tutto il '900. L'Italia fascista, da questo punto di vista, recita un ruolo da pioniere, bombardando le città spagnole per minare lo spirito della popolazione. L'enormità delle vittime, in una guerra che per la prima volta ha più morti tra i civili che tra i soldati, tornerà negli altri conflitti della seconda metà del '900, dal Vietnam alla Jugoslavia. Brutalità ideologica e violenza della Grande Guerra caratterizzeranno dunque il secondo conflitto globale, trasformando i civili in un 'bersaglio legittimo'”.

 

La mappa della memoria, pertanto, vede un'infinità di luoghi sparsi sul globo e capaci di sintetizzare la tragicità di questo evento. Nel vecchio continente, Filippi ne individua alcuni che più di altri simboleggiano il dramma vissuto in quei sei, duri e lunghissimi anni. “Berlino rappresenta sicuramente il simbolo sul continente della guerra. I suoi muri possono raccontarla. In Italia questo ruolo lo gioca Milano, grande protagonista della storia novecentesca, fucina del fascismo e luogo della sua fine, con la rinascita dell'Italia democratica. Le città, ma non solo, incarnano la tragedia. È una guerra che si combatte sulla terra, in mare, in aria, in cui l'uomo dimostra di poter arrivare ovunque con la sua forza distruttrice. E per questo, ultimo ma non per importanza, è il luogo di Auschwitz, dove la tecnologia raggiunge il massimo della perfezione nel costruire una fabbrica di morte”.

 

Per questo, d'altronde, la memoria di questo conflitto continua a rappresentare argomento dirimente, anche in quella che è la più grande costruzione politica uscita dalle rovine della guerra, l'Europa unita. “Nel settembre del 2019 alcuni deputati europei, soprattutto dell'Est, propongono una mozione poi approvata che equipara nazismo e comunismo e, almeno nella prima stesura, dimentica il fascismo (ne avevamo parlato anche noi, a questo e questo link). È questa la dimostrazione di una lotta di memoria che a 70 anni di distanza in molti se non tutti i Paesi si sta ancora combattendo. È una battaglia aperta, viva e non risolta, che paga lo scotto di 50 anni di narrazioni semplificate a Est come a Ovest”.

 

Cadute queste visioni cristallizzate c'è stato un accavallamento di racconti e storie, con grande confusione sotto al cielo anche all'interno di un'Europa unita – conclude – personalmente, di fronte a queste retoriche divergenti, faccio fatica a capire quale direzione si stia prendendo. Ciò che appare preoccupante, e che emerge anche da risoluzioni come quella al Parlamento europeo, è che gli impulsi nazionali stiano apportando una narrativa che utilizza i cavalli di battaglia di chi la guerra l'ha voluta, l'ha combattuta e l'ha tragicamente persa”.

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