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''Lei non c’è più la sua condanna e stata la morte. La nostra è l’ergastolo dell’anima e il continuo e costante pensiero: “forse”, “se”, “ma”. Vi prego, chiedete aiuto''

Per la giornata contro la violenza sulle donne pubblichiamo la lettera di Erika Perraro, sorella di Eleonora brutalmente uccisa tra il 4 e il 5 settembre 2019 a Nago. Una lettera dura che chiede un cambio di passo e di approccio al problema della violenza sulle donne. Perché i convegni e le promesse dei politici (che ogni 25 novembre si assomigliano ciclicamente) sono importanti ma la realtà vuole risposte diverse, rapide ed efficaci perché per troppe donne il tempo da perdere, purtroppo, è già finito

Pubblicato il - 25 November 2020 - 11:08

ROVERETO. ''Noi stiamo lottando in attesa che venga portata alla luce la verità. Ma questo non la riporterà qui a casa. Tra noi. Con noi. Lei non c’è più la sua condanna e stata la morte. La nostra è l’ergastolo dell’anima e il continuo e costante pensiero: “forse”, “se”, “ma”. Vi prego, chiedete aiuto''. Si conclude così la lettera di Erika Perraro, sorella di Eleonora Perraro la giovane brutalmente uccisa a botte e morsi in una sera di settembre (il 5 del 2019) in un locale di Nago con vista sul Garda. Il suo corpo era stato trovato dall'unico indagato per questo efferato omicidio, suo marito Marco Manfrini e le prove contro di lui sembrano schiaccianti. 

 

Il processo, però, è lungo, articolato, ci sono già state decisioni importanti che hanno mortificato la famiglia di Eleonora, come i domiciliari concessi all'uomo tornato in quella casa dove un tempo aveva vissuto con la moglie che, però, in quell'appartamento come in qualsiasi altro non potrà più entrare. La vita le è stata tolta barbaramente e in qualche modo si è spezzata l'esistenza anche di tutta la sua famiglia, dei suoi amici dei suoi conoscenti. Oggi è la giornata contro la violenza sulle donne e allora oltre ai dati e ai numeri (QUI APPROFONDIMENTO) pubblichiamo la lettera di Erika Perraro, di chi si è vista portare via la sorella da una violenza inaudita, nello spazio di una sera e che ora, da oltre un anno, lotta in tribunale affinché si possa almeno trovare un colpevole per questa tragedia.

 

Una lettera di dolore, una lettera che chiede un cambio di passo e di approccio al problema della violenza sulle donne. Perché i convegni, i palazzi colorati di rosso e le promesse dei politici (che ogni 25 novembre si assomigliano ciclicamente segno che non molto è cambiato rispetto all'anno precedente) sono importanti ma la realtà vuole risposte diverse, rapide ed efficaci perché per troppe donne il tempo da perdere, purtroppo, è già finito.

 

 

Oggi, 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Un tema che solo negli ultimi anni sta destando l'attenzione della comunità. Solo negli ultimi anni visti i terrificanti omicidi con modus operandi disumani se ne è cominciato a parlare o forse è perché le persone non vogliono più stare in silenzio e subire? Questo non lo so. Non lo posso sapere. Di una cosa sono certa. I numeri rimangono altissimi. Nel 2019 in Italia è stata uccisa una donna ogni tre giorni. Solo nel 2020 ne contiamo novantuno. Senza però considerare le vite che alcune di esse portavano in grembo.

 

Perché “non nati”, ma sempre vite, occhi privati della possibilità di aprirsi a questo mondo, della possibilità di essere amati da una mamma che aspettava trepidante, abbracciati da lei. Quei bambini non potranno mai sorridere. Non potranno mai aprire dei regali sotto l’albero aspettando impazienti il “Signore vestito di rosso con la barba bianca”. Ma gli assassini? Fino ad aprile 2019 con il rito abbreviato potevano chiedere una pena inferiore all’ergastolo. Poi tra buona condotta, bonus, libertà vigilata dopo 6/7/10 anni cosa succede? Sono fuori.

 

A godersi il sole e a continuare la loro vita come se nulla fosse accaduto. Eclatante e aberrante il caso Parolisi. tutto programmato premeditato, recite in televisione, finte lacrime e poi. Poi la verità. E con essa la sentenza di condanna a soli vent'anni quando era stato richiesto l’ergastolo. Risultato? Vent’anni. Grazie a un comportamento encomiabile ha potuto recentemente usufruire di “sconti” (neanche ci fossero le svendite di fine stagione). Nel giugno di quest’anno per 15 giorni è uscito di galera è inoltre iscritto alla facoltà di giurisprudenza e potrà lasciare il penitenziario, come prevede la legge, per periodi variabili da un’ora a 15 giorni consecutivi, per un massimo di 45 giorni l’anno. Ha inoltre una relazione amorosa da oltre tre anni. La figlia intanto a undici anni ha cambiato il cognome assumendo quello della madre.

 

Questo è solo un esempio di come lo Stato si prede cura degli assassini. Si perché se ne prende cura. Non ci si può indignare una volta l'anno. Ogni giorno donne e bambine subiscono violenza. Ogni giorno bisognerebbe mandare messaggi forti, che facciano crescere la loro fiducia e diminuire la paura di denunciare un sopruso ma oggettivamente se queste sono le pene, è comprensibile che molte abbiano paura di mettere a serio rischio la loro vita per poi affrontare processi interminabili che hanno spesso risultati aberranti che rimettono in libertà i propri carnefici in poco tempo senza tutele e sicurezze. Come già detto: tante donne che hanno denunciato sono poi state brutalmente ammazzate. Perché al momento non sono tutelate da leggi certe, severe. Dovrebbe bastare un’unica chiamata per allontanare il compagno/marito, dovrebbe scattare in automatico un provvedimento restrittivo. Invece no. Ci vogliono mesi. Soldi per gli avvocati che spesso queste povere vittime non hanno perché oltre che psicologicamente dipendono anche economicamente dal loro sequestratore.

 

La paura di chiamare il numero di aiuto 1522 è ancora troppa. Dopo la denuncia lui torna a casa, lei e spesso anche i figli utilizzati come arma di ricatto pagano le conseguenze del loro tentativo di sopravvivenza. E dopo? Dopo non denunciano più. Perché la paura è troppa. I volontari dei centri antiviolenza, i centralinisti del 1522, gli avvocati pro bono pronti a difendere ed aiutare queste donne sono stimabilissimi, credono in ciò che fanno e ci mettono anima e cuore. Ma da soli non possono cambiare la situazione in maniera significativa, serve una modifica delle tutele giuridiche. Deve essere rivisitato tutto a partire dal pronto intervento dei carabinieri per violenza domestica. Devono avere più libertà. Una donna picchiata e soggiogata psicologicamente non sempre ha la forza di reagire. Troppo spesso viene riaccompagnata a casa o addirittura fatta recuperare dallo stesso marito. No: lui dovrebbe rimanere in fermo per almeno 48 ore. Anche senza una denuncia della vittima.

 

Dovrebbe essere data più libertà ai tutori della legge e non la semplice possibilità di avviare un procedimento amministrativo, neanche si trattasse di una multa. Si parla di violazione dei diritti della persona. La donna dovrebbe essere affidata ad uno psicologo (ce ne sono tanti pronti ad aiutare) che cercherà di capire e di aiutarla a comprendere che ha bisogno di aiuto, sostenerla nel fare quel primo piccolo passo, accompagnarla nel chiamare genitori, sorelle, fratelli, amici, conoscenti, chiunque pur di allontanarsi da lui. Ma questo non è possibile. Il sistema è sbagliato alla radice. Durante questa terribile pandemia sono mancate disgraziatamente moltissime persone malate e allo stesso tempo il tasso di femminicidi è aumentato causa lockdown e le denunce sono crollate (come si fa ad alzare quel telefono se in casa è costantemente presente il proprio aguzzino).

 

Il sistema deve cambiare. Spero che le donne la fuori che soffrono queste situazioni possano trovare un po’ di coraggio per chiedere aiuto e capire che meritano di vivere ed essere felici. Come ribadito più volte ci sono tante persone competenti pronte ad aiutare. Non sono solo parole. Recatevi presso un centro antiviolenza con la scusa di dover fare la spesa. Andare in farmacia. Qualsiasi cosa. Familiarizzate con quei volontari. Vi aiuteranno a capire che c’è sempre una speranza e che l’umanità non è composta solo da mostri. Con il cuore, da sorella di una ragazza ammazzata brutalmente e che non vedrò mai più sorridere, vi prego. Provate. Noi stiamo lottando in attesa che venga portata alla luce la verità. Ma questo non la riporterà qui a casa. Tra noi. Con noi. Lei non c’è più la sua condanna e stata la morte. La nostra è l’ergastolo dell’anima e il continuo e costante pensiero: “forse”, “se”, “ma”. Vi prego, chiedete aiuto. Con immenso affetto e solidarietà per tutte voi.

 

Erika Perraro

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