La protesta di malgari e pastori: “Se non ci aiutano con l’orso abbandoniamo i pascoli”. Gli allevatori: “I costi della prevenzione non possono ricadere solo su di noi”
A Malga Stablei/Pozze soggiornano circa 850 ovini. “Per ora siamo riusciti a tenere a bada l’orso perché Lorenzo può contare su 13 cani, di cui 8 Maremmani, il suo Border collie però è rimasto ferito in uno scontro”. In Consiglio arriva la proposta firmata da tutte le minoranze: nuovi ripari in quota e il servizio civile per difendere gli allevamenti da lupi e plantigradi

TRENTO. Malga Alte Cime in Val di Genova, malga Bandalors a Giustino, gli alpeggi di Germenega e Siniciaga a Spiazzo e nella stessa zona malga Stablei/Pozze, sono queste alcune delle località dove nell’ultima settimana sono avvenute delle predazioni. Sono almeno 3 gli orsi che stanno tenendo sulla corda allevatori, malgari e pastori della zona che si trovano a gestire un patrimonio di circa 2.000 ovicaprini, 700 bovini e un centinaio di equini fra asini e cavalli. Uno dei plantigradi responsabili delle predazioni potrebbe essere F20, la figlia di Daniza, l’orsa morta uccisa durante un tentativo di cattura nel 2014. Il problema è noto da tempo, la convivenza fra attività di montagna e grandi carnivori non sempre è facile.
Fabio Maffei assieme al padre gestisce 6 malghe in Trentino, anche lui è fra gli allevatori che in questi giorni hanno subito delle predazioni. “Mi occupo di fare assistenza anche ad altri allevatori sulle malghe, giovedì scorso la figlia di Daniza ha predato alcune pecore del pastore Salvatore Arras in val di Genova”. Sul posto sono intervenuti anche i forestali per rinforzare le reti elettriche e anche in quell’occasione il plantigrado si è fatto vedere ma è stato tenuto a distanza dai cani. “Assieme a Salvatore abbiamo programmato un cambio di pascolo per allontanarci dalla zona visto che l’orsa non vuol saperne di andarsene”.
Proprio ieri Maffei ha perso due vitelle a malga Bandalors, nella zona di Giustino. Pochi giorni prima era toccato a una Frisona (dal nome della razza bovina) di 7 quintali dell’Azienda agricola Cherotti che si trovava nello stesso alpeggio. “Il pastore mi ha riferito che le bovine che alpeggiano a malga Siniciaga, di mia proprietà, sono state spaventate dalla presenza dell’orso. Sullo stesso versante è stato avvistato un plantigrado che minaccia il gregge di Lorenzo Erbisti”. A Malga Stablei/Pozze soggiornano circa 850 ovini. “Per ora siamo riusciti a tenere a bada l’orso perché Lorenzo può contare su 13 cani, di cui 8 Maremmani, il suo Border collie però è rimasto ferito in uno scontro”.
Molti allevatori sono arrabbiati perché si sentono abbandonati dalla Provincia. “In quota i pascoli possono essere molto estesi e quindi più difficili da difendere”, sottolinea Maffei. “Alla Provincia erano stati chiesti i box per i pastori ma il supporto non è mai arrivato e di fatto alcuni allevatori hanno dovuto acquistarseli e portarseli in quota a spese loro. È la prima volta che capita, negli anni precedenti almeno un box era sempre stato fornito”. Se è vero che in certi casi la Provincia ha fornito i box, le richieste sono sempre molte e alcuni rimangono puntualmente esclusi.
Portare questi ricoveri in quota ha dei costi notevoli, infatti non sempre le malghe sono collegate da strade e l’unico mezzo di trasporto utilizzabile è l’elicottero. Così attrezzature, reti di protezione e i box stessi vengono elistrasportati a oltre 2.000 metri di quota. In più c’è da mettere in conto il tempo che pastori e allevatori devono distogliere da altre attività per gestire i problemi provocati dall’orso. Nel frattempo però, i costi lievitano e se la gestione diventa insostenibile i pastori minacciano di abbandonare i pascoli. Una protesta simile era andata in scena nell’agosto 2020 quando M49-Papillon (sfuggito per ben due volte alla custodia della Pat) imperversava nel Lagorai. Allora allevatori e pastori decisero di riportare a valle il bestiame.
“Non è giusto – protesta Maffei – i costi per proteggerci dall’orso non possono ricadere interamente su noi allevatori. Se dobbiamo difenderci dai grandi carnivori vogliamo che la Provincia ci aiuti, almeno sull’aspetto dell’assistenza. Noi stiamo mantenendo dei pascoli che altrimenti andrebbero perduti, ora il quinquennio di impegno verso la Comunità europea sta per scadere e possiamo già dire che se non avremo il supporto della Provincia saremo liberi di andarcene”. Per il momento però da Piazza Dante non sono arrivate risposte.
Eppure qualcosa si sta muovendo. Dopo le nuove linee guida sugli orsi il Consiglio provinciale (su proposta del Pd) ha approvato all’unanimità un ordine del giorno che, fra le altre cose, impegna la Giunta a “mantenere una posizione equilibrata e coerente con le linee guida approvate”, intraprendere “azioni efficaci negli interventi a tutela in particolare degli allevatori e al contempo senza alimentare allarmismi non giustificati”,
Non solo, perché proprio nei giorni scorsi in Consiglio provinciale è stata depositata una mozione (con la prima firma di Michele Dallapiccola) sottoscritta da tutti e 14 i consiglieri di minoranza (un evento molto raro) dove si chiede di modificare la legge relativa alla conservazione degli habitat per rafforzare le misure di prevenzione contro le predazioni da grandi carnivori.
In sostanza da un lato si vorrebbe implementare la fornitura e il miglioramento dei ripari in quota, tanto efficaci per contrastare le predazioni quanto apprezzati dai pastori, dall’altro si vorrebbe istituire un nuovo servizio di guardiania. Per quanto riguarda i ripari, tramite una deroga alla normativa urbanistica, si vorrebbe permettere di migliorare e rendere più vivibile l’attività di guardiania del bestiame in alpeggio, andando a realizzare ripari in legno e muratura tradizionale nei pascoli ad alta quota. Inoltre, si punta a promuovere e organizzare, anche avvalendosi del servizio civile universale provinciale, nuove forme di volontariato a servizio della guardiania del bestiame in alpeggio. È difficile sapere se la proposta delle minoranze otterrà la maggioranza in Consiglio, quel che è certo però è che non fare nulla significherebbe compiere passo sicuro verso l’abbandono delle malghe.


















