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"Piazza Dante non è solo ordine pubblico", il sociologo: "Prima delle soluzioni qualcuno dovrebbe studiare il fenomeno". Ma nessuno lo fa

Qualcuno sa dire chi sono i gruppi in lotta tra loro? Qual è la composizione sociale, etnica, religiosa? Dove dormono queste persone, quali sono i legami che li porta ad associarsi nella gestione del mercato degli stupefacenti? "Senza queste risposte ogni intervento sarà inefficace"

Di Donatello Baldo - 23 giugno 2017 - 20:37

TRENTO. Le risse di piazza Dante, lo scontro centrafricani/nordafricani, l'allarme che ha suscitato in città il rincorrersi tra torme di giovani seguiti dalle camionette della polizia non è solo un problema di ordine pubblico, non è solo 'degrado' come sintetizzato dalle cronache giornalistiche. E' un fenomeno, nell'accezione scientifica del termine: ciò che è osservabile e che gli studiosi dovrebbero analizzare.

 

Nello specifico quello che sta avvenendo è un fenomeno sociale e la scienza che lo dovrebbe approfondire è la sociologia, l'etnografia. E lo studio non sarebbe fine a se stesso, servirebbe invece a definirlo come fenomeno per un intervento successivo più efficace.

 

Per fare un esempio, qualcuno sa dire chi sono i gruppi in lotta tra loro? Qual è la composizione sociale, etnica, religiosa? Dove dormono queste persone, quali sono i legami che li portano ad associarsi nella gestione del mercato degli stupefacenti? Ed è dimostrato che sia il mercato della droga che porta a questa situazione di scontro?

 

Se queste domande vengono fatte all'assessorato alle politiche sociali del Comune di Trento le risposte non ci sono. Nemmeno è chiaro se queste persone siano ex ospiti del percorso dell'accoglienza trentina poi espulsi perché non hanno i titoli per il diritto di asilo. Nemmeno si sa da dove vengano.

 

Se invece si chiede alla Questura, i dati in loro possesso sono quelli della burocrazia del casellario giudiziale, dei precedenti e della condotta criminale. Stando così le cose, anche l'intervento per contrastare i fenomeni sono difficili: se non si conosce un problema è impossibile intervenire.

 

Per la vulgata di chi scrive i commenti su Facebook è semplice: c'è chi propone il lanciafiamme, e lasciamo perdere, ma c'è chi chiede l'espulsione coatta di tutti, l'arresto immediato o altre soluzioni coercitive. Ma, seppur siano anche le posizioni di alcune espressioni della politica, queste soluzioni non sono certo da considerare attuabili: la responsabilità è personale, le leggi sull'immigrazione sono ancora quelle della legge che porta il nome di due pilastri della destra italiana: Bossi e Fini.

 

Quello che manca, anche secondo Charlie Barnao, è lo studio del fenomeno. “Sociologia a Trento è il fiore all'occhiello – spiega – ma sul territorio è carente. Predilige la sociologia quantitativa, quella che si basa sulla statistica, sull'approccio oggettivo, distaccato, asettico”. Un approccio che per indagare questi fenomeni serve a poco: “In questi casi serve la sociologia qualitativa, l'etnografia, lo studio sul campo, l'osservazione partecipante”.

 

Barnao ha insegnato anche a Trento, ora è a Catanzaro. Quando ha voluto approfondire il tema delle persone senza dimora ha preso il sacco a pelo e ha dormito in strada diventando uno di loro, ha vissuto in piazza Dante per poter capire le dinamiche, le interazioni, i rapporti di potere, di divisione dei compiti, per leggere direttamente sul capo il fenomeno.

 

“Non mi sono inventato niente di nuovo – afferma – perché l'osservazione partecipante è alla base della sociologia. La scuola americana di Chicago ha studiato i fenomeni sociali immergendovisi, iniziando tra la fine dell'800 e l'inizio del '900 a osservare soprattutto le espressioni legate alla devianza: bande giovanili, sottoculture. Tutto questo – dice Barnao – non si studia stando dietro a una scrivania”.

 

Al professore che per capire i senzatetto ha dormito in piazza Dante, che per capire lo scontro in atto in questi giorni vorrebbe che un ricercatore facesse lo stesso e si piazzasse nel centro del 'problema', chiediamo se questo tipo di ricerca sarebbe utile poi alla risoluzione del disagio che oggettivamente vive la città. “Certo – spiega – perché la conoscenza del fenomeno è indispensabile, imprescindibile". 

 

"Ma non c'è nessuno che lo fa – osserva Barnao – e così ogni intervento è inefficace, una foglia di fico che risolve nel breve periodo soltanto la percezione di insicurezza. Mentre altri provvedimenti fanno peggio se vengono utilizzati senza una conoscenza approfondita del fenomeno”.

 

Quelli più informati, ora come ora, sono gli agenti di polizia. Loro – spiega Barnao – sono coloro che sono più prossimi a questi fenomeni. Ma non è giusto – osserva – e nemmeno utile che si carichino le forze dell'ordine di mansioni che attengono alle politiche sociali. Non hanno gli strumenti formativi per un intervento di questo tipo, non hanno nemmeno gli strumenti giuridici e amministrativi”.

 

Ma questi strumenti non sono nemmeno nelle mani delle politiche sociali. “Perché non si avvalgono degli studi sociologici, dell'analisi dei fenomeni. Le politiche sociali dipendono dalle scelte politiche degli amministratori che preferiscono scaricare il problema sulla Questura, che tendono a nascondere i fenomeni senza invece studiarli e affrontarli".

 

"Come con i senza dimora” spiega Barnao, e si riferisce agli anni in cui con i Volontari di strada decise di fare un conteggio approfondito di quanti a Trento dormissero in strada.

 

“Sembrava che a Trento i senzatetto non esistessero. L'assessora di allora diceva che non ce n'erano che dormivano fuori perché il dato quantitativo in suo possesso era quello di alcuni posti liberi nei dormitori. Noi – spiega – dimostrammo che ce n'erano tantissimi e che le politiche sociali dovevano farsene carico”.

 

Insomma, un problema c'era, come ora c'è un problema in piazza Dante. Ma per affrontarlo con i giusti strumenti dev'essere affrontato come fenomeno, studiato e valutato. Solo così, dopo, è possibile intervenire per risolverlo.

 

A Trento c'è il dipartimento blasonato di Sociologia. “Che però preferisce concentrarsi su altro. Non sono a conoscenza di interventi diretti su piazza Dante – spiega Barnao – ed è un peccato perché lo studio potrebbe essere molto utile a chi poi deve prendere decisioni”. Ma sembra che le decisioni siano quelle repressive, quelle del Daspo urbano, del decreto Minniti.

 

Interventi che non servono a nulla – spiega deciso Barnao – perché hanno un solo effetto, spostare il problema nel tempo e nello spazio. Il disagio si sposterà dal centro alla periferia e da città a città, e ritornerà ancora più forte di prima”.

 

Si terrà il salotto buono della città bello pulito e si sposteranno le problematiche ai margini, oppure si emetteranno fogli di via sovraccaricando altre città. “Decisioni puramente d'immagine, politiche, di facciata che non serviranno a nulla se non a drammatizzare ulteriormente le cose”. Per Barnao la chiave sono le politiche pubbliche, gli interventi mirati, le strategie di partecipazione. “La repressione non ha mai funzionato”.  

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