"Il forte odore del letame è segno di un prodotto non maturato: trasferirlo troppo precocemente sul prato causa seri danni alla biodiversità". La concimazione dei pascoli può raccontare un allevamento fuori scala

L’odore dei liquami che si diffonde talvolta nelle valli montane può essere sintomo di una scorretta pratica agricola. A spiegarcelo è il professor Luca Battaglini che ricorda come, se non attuati i dovuti accorgimenti, tali materiali rischiano di essere lesivi per lo stesso terreno e per le specie che lo abitano

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Pochi giorni fa, durante un fine settimana in Val d'Ultimo (Alto Adige), non abbiamo potuto fare a meno di notare la massiccia presenza di letame e liquami da allevamento cosparsi sui pendii della valle, tenuti a prato. A richiamare l’attenzione era soprattutto il forte odore, ma anche il colore scuro delle sostanze che arrivava a toccare i rami degli alberi e a intorbidire le acque di qualche torrente.
Alla vista di un così largo impiego di materiale fertilizzante (pratica diffusa, bisogna sottolineare, anche in altre vallate) è sorto un dubbio spontaneo: farà davvero bene al terreno? Non rischia di danneggiarne invece la biodiversità e la qualità dell’erba? Abbiamo pensato di rivolgere la questione al professor Luca Battaglini, che insegna Scienze e Tecnologie animali all’Università di Torino.

"Tendenzialmente, nelle valli attorno i mille metri di quota, gli appezzamenti di prato vengono utilizzati per la produzione di fieno, con il taglio dell'erba, o direttamente a pascolo. Il problema di questi prati-pascoli è che oggi sono molto meno utilizzati direttamente dagli animali: si concimano proprio perché non c'è più il pascolo razionale di una volta".
Se gli animali pascolassero e liberassero le loro deiezioni sul terreno, come avviene con l’allevamento tradizionale nelle valli montane, non ci sarebbero problemi e, anzi, il prato ne gioverebbe. Gli animali inoltre libererebbero molte meno deiezioni e quindi ci sarebbe più tempo per lo smaltimento. "Il problema - spiega Battaglini - è che, se l'allevatore possiede vacche ad alta produzione, tenute in stalla, e magari in numero consistente, c'è una maggiore produzione aziendale di queste deiezioni e di conseguenza l'allevatore è obbligato a smaltirle rapidamente, per evitare problemi legati alla capacità delle vasche".
È quello che accade anche in pianura, soprattutto con l'allevamento di suini: "Quando capitano queste cose è proprio perché c'è un dimensionamento insufficiente di queste cisterne rispetto al numero di capi allevati, motivo per cui vanno svuotate rapidamente, anche se il prodotto non è ancora maturo".
Ma cosa si intende per non maturo? "Più è forte l'odore più è segno di un prodotto molto recente, non maturato: libera ancora l'ammoniaca e quindi vuol dire che non c’è stato il tempo per la mineralizzazione della sostanza organica. Se parliamo di letami normali, quando c'è la sostanza solida come paglia o altro, andrebbero lasciati a riposare per un periodo tra i tre e i sei mesi; per un liquame siamo oltre i sei mesi. Inoltre, dal momento che da solo si asciugherebbe; il liquame dev’essere combinato con altre sostanze per la maturazione".
L’esperienza della Val d’Ultimo sembra proprio rientrare in questa casistica. Ma dunque, cosa può succedere se si cosparge i prati di materiale fresco, non ancora maturato?
"Se uno preleva le deiezioni organiche prodotte in stalla e la trasferisce troppo precocemente sul prato, fa dei seri danni all’ambiente. Le parti di azoto e di fosforo, se troppo concentrate, sono elementi che possono creare delle difficoltà di sviluppo di un certo tipo di flora, con un conseguente impoverimento della biodiversità: non solo in termini vegetali, ma anche alla sostanza organica microbica".
La concimazione, anche con queste pratiche di fertirrigazione, naturalmente, ha dei limiti e delle tempistiche. Avviene quando il terreno sta andando verso la fase di riposo vegetativo, quindi nel periodo autunnale. Tendenzialmente viene cosparso il materiale uno o due mesi prima dell’inverno, per favorire la mineralizzazione della sostanza organica. "Certo non lo si fa alla ripresa vegetativa in primavera: si potrebbero fare delle letamazioni, ma usare dei liquami alla ripresa vegetativa vuol dire compromettere la salute delle piante quando sono ancora più fragili, nel momento in cui si riprendono vegetativamente. Tecnicamente, ci sono poi tutti gli aspetti legati alla quantità di queste sostanze e alla diluizione di questi fertilizzanti organici affinché si possano distribuire per una certa area".
Per quanto riguarda nello specifico il caso altoatesino, ipotizza Battaglini per concludere, "io penso che tali pratiche in quelle realtà siano collegate alle esigenze produttive e di smaltimento di reflui di grandi aziende che trasformano il latte, per la produzione di yogurt, formaggi e latticini in genere. In quelle aziende ciò che interessa è raggiugere elevate produzioni di latte con vacche ad alte prestazioni produttive. La mentalità è quella di produrre tanto con l’idea che altrimenti l’azienda non sarebbe economicamente sostenibile, invece occorrerebbe andare in una direzione di produrre "meno" ma magari con un sistema più equilibrato e globale, con animali sicuramente meno produttivi ma più idonei all’allevamento in aree montane".
"Si tratta di scelte imprenditoriali e lo capisco. Ma se l'allevamento si distacca come caratteristiche, dimensioni e approccio dal territorio in cui opera, andrà necessariamente incontro a un cortocircuito. Abbiamo bisogno di una zootecnia più diffusa e più capillare in questi luoghi di montagna, ma dimensionata correttamente con animali e attraverso sistemi di allevamento che privilegino l’impiego di foraggi verdi e conservati locali, proprio per rispettare le esigenze dell'ecosistema montano".













