Il ritorno al territorio potrebbe segnare l’inizio di una nuova fase della nostra storia. Le Alpi che cambiano, tra "Bandiere Verdi" e una nuova coscienza di territorio

Riscoprire il legame con la dimensione naturale per rigenerare il territorio: il patrimonio locale come realtà viva e in evoluzione, modellata dalla cura quotidiana delle comunità che lo abitano. Le iniziative premiate da Legambiente - dal turismo all’agricoltura, dalla gestione forestale ai servizi comunitari - pur nella loro varietà, condividono tratti comuni che compongono un nuovo modello di montagna, fondato su innovazione, radicamento e coesione sociale

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Diciannove nuove Bandiere Verdi sventolano sulle Alpi, simbolo concreto di sostenibilità e valorizzazione del territorio. Annunciate a inizio mese (come riportato in questo articolo), portano a 302 il totale delle assegnazioni dal 2002 a oggi, diffuse lungo tutto l’arco alpino. Alcune sono ormai parte dei biglietti da visita di imprenditori locali, segno riconosciuto di qualità e impegno; altre campeggiano all’ingresso dei paesi, come ad Andonno (CN), diventando emblemi identitari per le comunità.
Le iniziative premiate - dal turismo all’agricoltura, dalla gestione forestale ai servizi comunitari - pur nella loro varietà, condividono tratti comuni che compongono un nuovo modello di montagna, fondato su innovazione, radicamento e coesione sociale.

Non è azzardato affermare che la rete delle Bandiere Verdi rappresenti, nel panorama italiano, un motore di autentico rinnovamento morale e materiale, ispirato all’idea di comunità fondata sul bene comune, come auspicava Adriano Olivetti.
In opposizione alla narrazione dominante, che considera la montagna un’area marginale destinata solo al turismo di massa o agli eventi sportivi – come ricorda Maurizio Dematteis – la rete propone una visione alternativa. Lo dimostrano le storie raccolte da Legambiente, con il supporto de L’AltraMontagna, in una contronarrazione costruita dossier dopo dossier, nella rubrica Il mondo dei vincenti, dove la montagna torna protagonista del cambiamento.

Questo mondo ci racconta che la società tecnologica non può prescindere dalla natura, e che il ritorno al territorio potrebbe segnare l’inizio di una nuova fase della nostra storia. Un ritorno indispensabile, dato che oggi, più che mai, abbiamo bisogno di ricostruire il nostro rapporto con la natura. Non con il pianeta in senso astratto - che ha già superato crisi ben peggiori e sa cavarsela da solo – ma con il territorio naturale, inteso come spazio vissuto, abitato, trasformato nel tempo.
Da questa relazione prende forma una nuova idea di patrimonio locale, non più inteso come qualcosa di statico o immutabile, ma come realtà dinamica che cresce insieme alla consapevolezza e alla cura di chi lo vive quotidianamente.
Sta così emergendo una visione del territorio non solo come semplice spazio fisico, ma come luogo ricco di significati. Una rinnovata coscienza di luogo, che non si limita a sapere dove si è, ma invita a sentirsi parte di quel contesto - anche in modo critico e conflittuale.

In un mondo sempre più globalizzato e digitale, la coscienza di luogo si manifesta in forme nuove: è alla base del turismo esperienziale - come dimostrano le numerose pratiche promosse dalle Bandiere Verdi - e si riflette nelle smart solutions, dove narrazioni e interazioni innovative ridefiniscono il modo di vivere gli spazi e di svolgere le attività lavorative. Questa consapevolezza si rivela cruciale anche nei momenti di crisi: di fronte a eventi estremi e disastri naturali, rafforza la solidarietà e favorisce la ricostruzione partecipata, rinsaldando il legame tra persone e territorio.
Siamo di fronte a frammenti di quella che il sociologo Aldo Bonomi definisce una comunità di cura, che insieme alla comunità operosa dovrebbe diventare un riferimento fondamentale per l'azione delle istituzioni e per l'orientamento delle attività di ricerca. È proprio in questa direzione che si colloca una nuova idea di sviluppo vero: non una semplice crescita economica, ma un processo più profondo e complesso, che integra inclusione, partecipazione, rispetto per la natura e senso di appartenenza.
Le buone pratiche promosse dalle Bandiere Verdi rappresentano oasi di innovazione e coesione, però – come osservano Bonomi e Gusmeroli in Sul confine del margine (2024) – restano ancora frammentate, prive della forza necessaria per avviare un cambiamento sistemico e collettivo. Per rafforzarne l’impatto, è essenziale dotarle di competenze, conoscenze e risorse economiche, capaci di generare nuove istituzioni sociali in grado di fare massa critica.

In questo scenario, il rafforzamento delle istituzioni di comunità è cruciale: non solo come strumenti di sviluppo locale, ma anche come leve per favorire il ritorno nei borghi, stimolare la partecipazione attiva e garantire i diritti fondamentali. Tali istituzioni devono assicurare servizi essenziali - trasporti, connettività, sanità, istruzione, cura del territorio, adattamento climatico - e acquisire piena capacità di autorappresentazione come soggetti pubblici del territorio.
Colpisce, in tal senso, che le Bandiere Verdi siano assegnate soprattutto a privati o realtà miste, mentre le istituzioni pubbliche risultano più spesso destinatarie delle Bandiere Nere: un dato che evidenzia uno squilibrio significativo e una carenza di riorganizzazione istituzionale. Una criticità che rischia di trasformarsi in occasione mancata, soprattutto nel contesto dell’attuale dibattito parlamentare sul DDL Montagna.












