Impianto eolico (con pale da 200 metri) sul Craguenza, oltre 3mila firme contro il progetto: "Mancano i dati sul vento"

Il Comitato Proteggiamo il Craguenza / Zaščitimo Kraguojnco ha consegnato al presidente del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, Mauro Bordin, le oltre 3000 firme raccolte contro il progetto del parco eolico Pulfar (che prevede l'installazione di 4 pale eoliche da 200 metri sul crinale del Craguenza)

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Sono oltre 3mila le firme raccolte dal Comitato Proteggiamo il Craguenza / Zaščitimo Kraguojnco contro il progetto di pale eolico Pulfar (ne avevamo parlato QUI), che prevede l'installazione di quattro pale eoliche da 200 metri sul crinale del Craguenza, in Friuli Venezia Giulia. A comunicarlo sono gli stessi responsabili del Comitato, che nella giornata di ieri (mercoledì 29 ottobre) hanno consegnato le firme contro il progetto al presidente del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, Mauro Bordin.
Come riportato, tutti nell'area – dalla politica alle amministrazioni comunali fino alla popolazione, dalle associazioni ambientaliste fino agli allevatori e coltivatori – sembrano essere contrari al progetto, che impatterebbe fortemente sul paesaggio del Craguenza, dove passa tra l'altro il Cammino Celeste. Al netto degli aspetti paesaggistici e ambientali però, in una replica inviata a L'Altramontagna i responsabili del Comitato mettono in luce un aspetto centrale nel valutare il progetto – per il quale la Regione Friuli Venezia Giulia ha predisposto la Valutazione di impatto ambientale –: i dati relativi alla presenza di vento nell'area.
Ecco di seguito il loro intervento integrale:
“Siamo onorati che L’Altramontagna, che seguiamo con interesse per gli argomenti trattati e per il taglio lucido, onesto e scevro dai paternalismi ed esotismi spesso riservati alle terre alte, abbia riportato la notizia del progetto di parco eolico denominato Pulfar, che dovrebbe sorgere sul monte Craguenza/Kraguenca. Ne siamo onorati, non certo per le conclusioni proposte, ma per l’opportunità che ci offrite di fare delle doverose precisazioni partendo dai dati, come suggerisce del resto l’autore dell’articolo.
Partiamo da questo: entro i termini previsti per il deposito delle osservazioni in Regione Friuli Venezia Giulia, finalizzate a contrastare il progetto, sono arrivate oltre 50 relazioni, la maggior parte delle quali redatte da esperti, studiosi, ricercatori, legali e professionisti che hanno smontato con argomentazioni circostanziate un progetto che – letto con cognizione di causa – si può classificare come superficiale, sciatto, privo di approfondimenti e a tratti persino offensivo per la leggerezza con cui è stato redatto.
Leggendo la documentazione presentata salta agli occhi un elemento tanto eclatante da apparire incredibile: in questo progetto di impianto eolico quello che manca sono proprio i dati del vento! Inutile dire che senza il vento adatto le pale eoliche non possono produrre l’energia attesa. Infatti la normativa di riferimento, D.M. 10 settembre 2010, prevede che nella sede del futuro impianto i dati del vento debbano essere rilevati per una durata “che non può essere inferiore ad un anno”. Invece, incredibilmente, in questo progetto da oltre 700 pagine non c’è alcuna traccia di dati rilevati dal vero, né sul crinale del Craguenza, come sanno bene i proprietari dei terreni coinvolti i quali non sono mai stati contattati da nessuno per installare la strumentazione necessaria, né tantomeno in altre zone limitrofe o nel resto della Regione. Tutto il progetto si basa solamente su dati del vento “virtuali” cioè ricavati da un database online e, cosa ancora più incredibile, sbagliati: infatti i dati sono ricavati da mappe del vento riferite non al Craguenza ma ad un’altra zona della Regione (il Comune di Malborghetto-Valbruna).
Quali garanzie di producibilità potrà mai dare un progetto eolico basato solo su dati del vento virtuali e pure sbagliati? Solo dati del vento certi, perché rilevati in loco come previsto dal D.M., e ribadito da una recente sentenza TAR Emilia Romagna, possono consentire di calcolare l’effettiva capacità energetica del futuro impianto, e solo la certezza di produzione di energia nel nome dell’interesse pubblico può giustificare il “sacrificio dell’interesse ambientale”. E secondo noi, anche il sacrificio dei soldi pubblici, dal momento che parliamo di un progetto da 65 milioni di euro di cui buona parte potrebbe provenire da fondi PNRR.
Non siamo quindi contrari al progetto perché a priori Nimby, ma perché siamo convinti che questo progetto non possa portare alcun beneficio reale, se non a chi lo propone. Oltre a ciò il progetto presentato era privo di valutazioni sull’impatto idrogeologico degli impianti e delle nuove strade che dovrebbero essere realizzate per la costruzione dell’opera, di analisi puntuali sulla flora e fauna selvatiche presenti in loco, e finanche di una seria progettazione degli impianti stessi. Nel progetto è stata deliberatamente taciuta l’attività, sui prati che dovrebbero essere oggetto delle costruzioni, di aziende agricole biologiche condotte da giovani agricoltori che hanno investito tutta la loro vita nel territorio che amano e dove vogliono vivere. Non è stata neppure nominata la presenza, sotto quei prati, di chilometriche grotte carsiche che da decenni vengono esplorate a partire dalla Grotta d’Antro, uno dei siti speleologici e storici più importanti dell’area, che custodisce anche una chiesetta del XV secolo ed una storia di frequentazione ben più antica, risalente già all’epoca romana. Non c’è stato infine alcun coinvolgimento della comunità o degli amministratori locali, in spregio anche alla legge 38/2001 che tutela della minoranza slovena che qui vive e che all’art. 21 (Tutela degli interessi sociali, economici ed ambientali) recita al comma 1: Nei territori di cui all'articolo 4 l'assetto amministrativo, l'uso del territorio, i piani di programmazione economica, sociale ed urbanistica e la loro attuazione anche in caso di espropri devono tendere alla salvaguardia delle caratteristiche storico-culturali.
Mentre ci documentavamo sul progetto e sulle criticità collegate agli impianti eolici, siamo venuti a conoscenza di decine di tentativi analoghi in tutta Italia, guarda caso spesso proposti in zone montane, poco popolate, governate da piccoli comuni. Le Valli del Natisone, di cui il Craguenza/Kraguenca è una delle montagne più rappresentative, sono un’area del Friuli Venezia Giulia a ridosso del confine con la Slovenia che per questa posizione e per la presenza di una comunità slovena storicamente insediata hanno subito in modo pesante le conseguenze della cortina di ferro e della guerra fredda nata a seguito del secondo conflitto mondiale. Vicende che hanno provocato un fortissimo spopolamento, dovuto alle misere condizioni economiche e a pressioni politiche non indifferenti (non a caso gli abitanti venivano avviati verso le miniere del Belgio in cambio di carbone…), all’impossibilità di intraprendere qualsiasi attività economica in una terra disseminata di caserme e servitù militari. Vent’anni fa quest’area venne anche individuata per il passaggio di un enorme elettrodotto, nonché di un radar meteorologico che avrebbe deturpato il Matajur, montagna simbolo di questa zona e punto di riferimento per tutto il Friuli. Fortunatamente entrambi i progetti non videro la luce, anche grazie alla mobilitazione della popolazione, ben lontana dal soffrire della sindrome Nimby, ma invece ben cosciente delle speculazioni che possono sottendere ad operazioni mascherate da grandi opportunità”.













