Contenuto sponsorizzato
Ambiente | 24 marzo 2025 | 06:00

Marte non è un’alternativa e la sopravvivenza sul pianeta non dipende solo dal clima, ma anche dalla biodiversità

di Francesca Roseo e Chiara Bettega

La seconda parte della Cop 16 - Conferenza delle Parti sulla Biodiversità - si è conclusa il 27 febbraio a Roma presso la sede della Fao dopo tre giorni di negoziati. Abbiamo ritenuto importante tornare sul tema, poiché non si parla abbastanza di tutela della biodiversità e del suo stretto legame con la crisi climatica e la transizione giusta

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Da un po’ di anni (un bel po’, a dire il vero), due volte all’anno si presenta quel momento in cui i telegiornali ci mostrano qualche distratto servizio dalla Cop. Una volta è la Cop sul clima, una seconda volta è la Cop sulla biodiversità. Nel primo caso il livello di superficialità dei servizi è un po’ meno accentuato, ma solo perché pensiamo che la questione climatica abbia più conseguenze per noi umani rispetto alla crisi della biodiversità. Spesso e volentieri la scarsa attenzione per l’argomento inizia già dalla definizione dell’evento. Al massimo ci si sforza di utilizzare la forma estesa, “Conferenza delle Parti”. Ma cosa significa esattamente?

 

Le Conferenze delle Parti sono appuntamenti globali, nei quali i rappresentanti di quasi tutti i paesi del mondo si riuniscono per discutere e cercare di trovare soluzioni comuni a, appunto, clima e diversità biologica. Le Cop sulla biodiversità hanno cadenza biennale, e lo scorso ottobre si è tenuta a Cali, in Colombia, la sedicesima edizione. Durante la precedente Cop 15 era stata firmata l’adozione del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework (GBF), un importante piano d’azione globale i cui obbiettivi sono la protezione e il ripristino della natura, per tutelare sia la biodiversità che la salute umana. A Cali erano arrivati delegati da 196 paesi diversi per la Cop16, che avrebbe dovuto portare ad implementare il GBF. Tuttavia, Cali terminò senza di fatto una vera conclusione, a riconferma del fatto che ben poche persone percepiscono la crisi della biodiversità come una delle urgenze più gravi e serie del nostro tempo.

 

Per questo motivo, dal 25 al 27 febbraio, si è svolta a Roma presso la sede della FAO quella che è stata soprannominata la “Cop 16 bis”, con l’obbiettivo di riprendere in mano i negoziati interrotti a Cali, in parte anche a causa nel numero insufficiente di negoziatori rimasti all’evento. Susana Muhamad, ministra dell’Ambiente colombiano durante la Cop 16 a Cali (dimessasi nei mesi successivi dall’esecutivo colombiano), ha guidato con determinazione in veste di presidente di entrambe le Cop 16 (Cali-Roma), mantenendo la rotta verso la tutela della biodiversità senza dimenticare la transizione giusta. Muhamad è un’ambientalista in Colombia, uno dei Paesi in cui è più pericoloso esserlo: solo nel 2022 i dati riportano che 60 persone sono state uccise in quanto attiviste. Ciò nonostante, non ha mai dimenticato che tutela della biodiversità e crisi climatica sono in realtà due facce della stessa medaglia e che devono essere affrontate assieme.

 

Sotto l’abile supervisione di Muhamad, la Cop 16 bis si è conclusa con il lancio del Fondo Cali per la giusta ed equa condivisione dei benefici derivanti dall'uso di dati genetici digitali (DSI, che possiamo tradurre con le proprietà specifiche di piante e animali), a cui le aziende che ottengono profitti grazie ai DSI dovranno versare parte dei loro ricavi. Questo fondo aiuterà a mobilitare nuovi flussi di finanziamento per le azioni a favore della biodiversità di tutto il mondo, in linea con i tre obbiettivi della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD), che sono la tutela della biodiversità, l’uso sostenibile della natura e la giusta ed equa condivisione dei benefici delle risorse naturali. Circa il 50% delle risorse del Fondo Cali sarà destinato alle popolazioni indigene e le comunità locali, incluse donne e bambini, in quanto rivestono un ruolo fondamentale nella tutela della biodiversità.

 

Sempre in tema di finanza, è stato raggiunto un accordo sul GBF, che prevede nel target (obbiettivo) 19 la mobilizzazione annuale di almeno 200 miliardi di dollari per azioni di tutela della biodiversità entro il 2030. Verranno stanziati per i Paesi del Sud Globale e gli Stati insulari 20 miliardi di dollari nel 2025, arrivando ad almeno 30 miliardi entro il 2030. L’obbiettivo è quello di investire in biodiversità, con un aiuto sostanzioso da parte dei Paesi del Nord Globale, perché ad essere del tutto sincere fino ad oggi sono infatti pochissime le risorse versate nel Global Biodiversity Framework Fund (GBFF), un fondo dedicato a sostenere gli investimenti per la tutela della biodiversità e a sostenere e aumentare i finanziamenti per l’attuazione del GBF.

 

È quanto mai spaventoso il totale disinteresse verso la Cop sulla biodiversità e più in generale il livello di tutela che molti governi attuano rispetto ad essa. Non è da meno il governo italiano, che ha dimostrato la sua posizione rispetto al tema in maniera eloquente, proprio in occasione della Cop 16 bis: nonostante la sede della FAO in cui si tenevano i lavori si trovasse a pochi passi da Palazzo Chigi, il governo ha ritenuto sufficiente inviare solo il sottosegretario dell’Ambiente (a fronte della presenza di quasi 30 tra ministri e viceministri di altri Paesi partecipanti).

 

“Questo esperimento di Cop ristretto, breve e tecnico ha reso irrilevante l’evento di per sé, togliendo di fatto la componente della società civile e la partecipazione, ed è rimasto fuori dal dibattito politico italiano, anche se si è svolto in Italia” riporta il giornalista Ferdinando Cotugno presente a Roma. “Una delle strategie che la CBD aveva perseguito era di portare l’evento dalla Colombia in Europa per aumentarne l’interesse. All’interno dello stesso edificio FAO che ospitava la Cop 16 bis la maggior parte delle persone ignoravano l’evento e non mostravano nemmeno la curiosità di capire cosa stesse succedendo. C’è sicuramente da valutare l’enorme tema che è la divulgazione di questi processi. Il dato politico che emerge è la nascita di nuove leadership globali completamente diverse da quelle a cui eravamo abituati. Europa e Canada sono praticamente fuori dai giochi, questa è stata la Cop del Brasile e più che una chiusura di Cop 16 è stato un antipasto di Cop 30 (la prossima Cop sul clima, che si terrà proprio in Brasile, N.d.A.). Il Brasile come leader dal punto di vista ambientale e della biodiversità ha preso in mano la partita e l’ha condotta in porto. C’è un protagonismo latino-americano molto forte in entrambi i sensi e sono due le cose che emergono: da un lato la necessità di partecipazione da parte delle aziende che lavorano con la biodiversità - come quelle che lavorano nel settore agroalimentare, biotech e farmaceutiche - e dall’altro il fatto che la biodiversità è un campo di sperimentazione del post-colonialismo molto forte e interessante. Quindici dei diciassette Paesi più biodiversi sono nel Sud Globale, e questi Paesi non vogliono che gli Stati ricchi arrivino a dare consigli su come trattare la loro natura, il che comporterà scontri molto forti in tema di finanza”.

 

La biodiversità sembra non avere valore, ma forse perché il Nord Globale ha in primis perso la connessione con il mondo naturale e quindi la percezione di appartenere ad esso. In secondo luogo, e come diretta conseguenza di ciò, abbiamo costruito una società fondata sulla monetizzazione del tutto. Ogni cosa deve poter avere un prezzo ben definito, altrimenti non ha valore. La biodiversità però è difficilmente valutabile in termini monetari. Piuttosto, senza di essa non è possibile avere ecosistemi funzionanti in grado di garantire la produzione di servizi ecosistemici fondamentali per le persone di tutto il mondo, a prescindere dallo stato sociale e dalle dimensioni del conto corrente; servizi come l’ossigeno, l’acqua e le terre in cui coltivare il cibo. Dalla natura dipendono tutti gli equilibri su cui si basa la vita. Non c’è nessuna logica, non c’è istinto di sopravvivenza nel continuare a trattare separatamente temi importanti come il clima e la giustizia climatica, senza includere la tutela della biodiversità.

 

Ci stiamo illudendo di combattere il cambiamento climatico e le ingiustizie sociali a suon di tecnologia e soluzioni semplici a problemi complessi, ma la soluzione principale è e sarà sempre una corretta gestione della biodiversità in linea con i ritmi naturali, che sono ben diversi da quelli che ha stabilito l’uomo negli ultimi secoli. Fino a quando questo stretto legame non verrà riconosciuto a livello politico, amministrativo, sociale ed economico sarà piuttosto difficile garantire la vita a lungo termine su questo pianeta. E Marte non è un’alternativa.

Contenuto sponsorizzato