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Ambiente | 28 giugno 2025 | 13:00

“Mattanza di alberi” nel Paese dove il bosco continua a crescere. Un dibattito paradossale che fa riflettere

A seguito della pubblicazione di un libro dal titolo decisamente provocatorio e sopra le righe - “Alberi: fermiamo la mattanza” - si è acceso un aspro dibattito social tra gruppi e comitati che si dichiarano a difesa degli alberi ed esperti di gestione forestale sostenibile. Un dibattito che può rivelarsi utile per riflettere sull'importanza dei dati e del contesto generale, ma anche sull'utilità, per il mondo ambientalista, di usare certi toni allarmistici

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Sono state giornate movimentate, quelle appena passate, per chi si interessa di foreste e frequenta i social network. Giornate fitte di forti prese di posizione, ma anche purtroppo di insulti e commenti al limite della decenza. Giornate che, tuttavia, possono spingerci a riflettere e a porci domande complesse sul rapporto tra noi esseri umani, gli alberi e le foreste nel nostro Paese.

 

Tutto ha avuto inizio dalla pubblicazione di un libro, edito da Terranuova edizioni a firma della giornalista Linda Maggiori, dal titolo decisamente provocatorio e sopra le righe: “Alberi: fermiamo la mattanza”. La sinossi del volume non è da meno: “Nelle città, nei boschi, lungo i fiumi, gli alberi sono sempre più minacciati da tagli indiscriminati e scelte dettate da speculazione o incompetenza […]”.

 

Questo libro, ancora prima di essere letto e analizzato a fondo, ha già suscitato un’enorme polarizzazione.

Da un lato c’è chi ne ha fatto una bandiera, come molti comitati e associazioni locali che si battono contro gli abbattimenti di alcuni singoli alberi, specialmente in ambiente urbano. Dall’altro, c’è chi ha contestato l’impostazione generale del volume, che sembra voler denunciare un problema ampio e generalizzato che dal verde pubblico si estende addirittura alle foreste. Problema che, tuttavia, stando alle statistiche ufficiali non sembra proprio esistere.

 

Tra chi ha criticato l’impostazione molto netta e generalista con cui il volume è stato presentato e lanciato c’è Renzo Motta, già Presidente della SISEF - Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale nonché Professore di selvicoltura all’Università di Torino e uno dei massimi esperti di gestione forestale sostenibile d’Europa (tant’è che ha fatto parte del gruppo di lavoro che ha recentemente redatto le linee guida europee per una selvicoltura più vicina alla natura). Motta ha giudicato in modo molto critico l’approccio del libro di Maggiori, scrivendo che a parlare dovrebbero essere i dati, poiché: “Il resto sono stupidaggini di chi cerca slogan che attirano l'attenzione per vendere libri”.

 

I dati di cui parla Motta, focalizzati sulla sola componente forestale (che esclude quindi il verde urbano), sono stati elencati in modo puntuale:

  • l'Inventario forestale e le statistiche nazionali ci dicono che la foresta italiana è raddoppiata di superficie nell’ultimo secolo;
  • l'Unione Europea riporta che l'Italia ha uno dei più bassi tassi prelievo (percentuale in volume degli alberi tagliati rispetto all'incremento anno) della UE (non per niente importiamo l'80% del fabbisogno nazionale di legno da opera);
  • la FAO ci dice che l'Italia è tra i 10 Paesi al mondo con il più alto tasso di aumento di copertura forestale.

Immediatamente i gruppi e i comitati che si dichiarano a difesa degli alberi hanno espresso vicinanza alla giornalista, attaccando pesantemente il professore, definito addirittura un “tagliaboschi” dal Presidente di un'importante associazione come Mountain Wilderness in un commento. La replica di Motta non si è fatta certo attendere, attraverso un lungo post in cui ha accusato di “cherry picking” i suoi detrattori e ribadito l’importanza fondamentale dei dati e del contesto generale.

 

 

“Si può vedere la situazione delle foreste italiane da diversi punti di vista”, ha sottolineato il docente, “ma senza la presentazione del quadro di riferimento complessivo basato su dati raccolti da enti nazionali ed internazionali, ogni interpretazione e/o conclusione è una pura speculazione”.

 

Da un lato, insomma, una narrazione che enfatizza singoli casi, a volte anche a ragione, ma trasformandoli senza dati alla mano in una tendenza generale. Dall’altro la richiesta, da parte di un docente esperto in materia, di valutare i singoli episodi in un contesto più ampio, assai complesso e non certo così preoccupante come viene spesso descritto. Ne è nato un dibattito di estremo interesse che tuttavia è esploso all’interno del rovente calderone dei social network, dove ogni parola si ingigantisce e si polarizza, spingendo le varie “squadre” ad uno scontro all'ultimo like.

 

È indubbiamente corretto, anche sacrosanto in alcuni casi, lanciare battaglie per denunciare alcune singole situazioni di cattiva gestione del verde urbano e delle foreste. Ma generalizzare, senza ampliare lo sguardo al contesto più ampio, può rivelarsi un gravissimo errore, anche dal punto di vista strategico per gli stessi movimenti ambientalisti

 

“Mattanza”, “tagli indiscriminati”… concentrandoci nuovamente sulla parte forestale, siamo davvero sicuri che per tutelare i nostri boschi si debbano urlare al vento certe espressioni senza analizzare la situazione complessiva e senza ammettere che in Italia esistono leggi, professionalità e competenze che nella maggioranza dei casi fanno sì che il patrimonio verde sia gestito senza arrecare danni? È normale non citare mai i benefici che gli interventi selvicolturali apportano alla vita di tutti noi e all'economia dei territori? Se si vogliono sostituire materie prime di origine fossile e più energivore il legno ci serve, così come ad esempio saranno sempre più essenziali gli interventi per attenuare il rischio incendi nel contesto della crisi climatica. È corretto non citare mai che in Italia sussistono numerosi vincoli (idrogeologici, paesaggistici e ambientali) che limitano la possibile azione negativa sul patrimonio forestale? È davvero giusto non spiegare mai che le aree protette in Italia sono tante, e che si stanno facendo enormi passi in avanti (proprio grazie ad esperti come Motta) nella tutela, ad esempio, dei boschi vetusti, dove non sono permessi tagli per preservare alcune aree ben definite in uno stato il più simile possibile alle foreste naturali?

 

A fronte di un’immediata “vittoria” fatta di visibilità, like e applausi da parte della propria (spesso piccola) parte, il rischio è quello di non riuscire, così facendo, a modificare lo status quo laddove occorrerebbe davvero. Per farlo bisognerebbe al contrario collaborare con chi si occupa seriamente della gestione sostenibile di alberi e foreste, proprio come Motta, la SISEF e altre istituzioni di ricerca che per fortuna in Italia esistono e operano nel solco della scienza: porre agli esperti istanze e preoccupazioni, essere aperti a ricevere risposte complesse, discutere animatamente se serve, richiedere approfondimenti, lottare anche assieme laddove c’è realmente la necessità di cambiare le cose. 

 

È davvero così difficile riportare il dibattito a toni più costruttivi, in questo strano Paese dove il bosco continua ad aumentare parallelamente alle denunce di una sua fantomatica distruzione?

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