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Ambiente | 07 marzo 2026 | 06:00

Il ruolo nascosto delle montagne nei giacimenti petroliferi del Medio Oriente: una spremuta geologica di energia accumulata nel corso di milioni di anni, oggi al centro di tensioni geopolitiche

Quando si parla di petrolio mediorientale si pensa al deserto e alle lagune poco profonde del Golfo Persico. Eppure una parte fondamentale della storia di questi giacimenti è legata ai processi che hanno generato la grande catena montuosa degli Zagros. La loro formazione ha creato le condizioni geologiche che hanno permesso l’accumulo di alcune delle più grandi riserve di idrocarburi del pianeta

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
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Ancora una volta assistiamo a un conflitto che esplode in una regione ricca di idrocarburi. Certo, chi è coinvolto negli scontri non cita direttamente la densità dei giacimenti tra le cause dell’escalation. Tuttavia è difficile non notare come da circa settant’anni -la crisi di Suez del 1956 segna l’inizio di questa lunga stagione- il Medio Oriente e il Golfo Persico siano attraversati da tensioni geopolitiche profondamente legate all’abbondanza di petrolio e gas naturale.

 

Con questo approfondimento proveremo però ad allontanarci dalle implicazioni geopolitiche degli idrocarburi. L’obiettivo è guardare alla loro storia geologica e capire perché, in alcuni casi - come nel Golfo Persico - la presenza di grandi giacimenti sia legata alla formazione di catene montuose.

 

Prima di entrare nel cuore dell’argomento vale la pena soffermarsi su un’ultima riflessione "umana". Negli anni Novanta l’eventualità che scoppiasse un conflitto per il controllo di giacimenti petroliferi poteva apparire, se non giustificabile, almeno comprensibile nel contesto energetico di allora. Nel 2026 lo è molto meno. Il pianeta si è già riscaldato di circa 1.5 °C rispetto ai livelli preindustriali. La comunità internazionale dovrebbe impegnarsi a ridurre drasticamente l’uso dei combustibili fossili per limitare tale riscaldamento, non lottare per il loro controllo.

 

Qual è allora il senso di assicurarsi il controllo di una risorsa che dovremmo impegnarci a lasciare nel sottosuolo? La risposta è probabilmente semplice: garantire potere economico e influenza geopolitica a una ristretta compagine di paesi. Lo schema non è nuovo. La differenza è che oggi sappiamo che queste dinamiche non producono solo conflitti locali: compromettono il benessere dell’intera umanità e delle generazioni future.

 

Torniamo ora alla geologia e alle montagne. La percezione comune è che gli idrocarburi, in particolare petrolio e gas, siano risorse naturali tipicamente associate a contesti marini o comunque pianeggianti. Chi ha in mente l’immagine di un campo petrolifero sviluppato sui versanti di una montagna? La realtà è però diversa, in alcuni contesti - e il Golfo Persico è uno di questi -, il rilievo montuoso è direttamente legato alla formazione di grandi giacimenti petroliferi. Parliamo dei Monti Zagros.


Veduta satellitare di una porzione della catena degli Zagros lungo la costa settentrionale del Golfo Persico (Iran). Le creste parallele riflettono le grandi pieghe generate dalla collisione tra la placca araba ed eurasiatica; le macchie scure sono diapiri salini. Quelle formazioni ricche di sali sono fondamentali anche per la formazione e l’intrappolamento degli idrocarburi. Fonte: NASA / ISS Crew Earth Observations.

Questa lunga catena montuosa, che si estende per oltre 1500 chilometri lungo il margine occidentale dell’Iran, è il risultato della collisione tra la placca araba e quella eurasiatica, un processo tettonico iniziato decine di milioni di anni fa e ancora oggi in corso. La compressione tra queste due grandi placche ha deformato enormi spessori di sedimenti accumulati in precedenza lungo i margini di quello che in precedenza era l’antico oceano della Tetide, oggi scomparso.

 

Prima che esistessero le montagne degli Zagros, la regione era occupata da mari tropicali poco profondi. In questi ambienti si accumularono per milioni di anni sedimenti ricchi di materia organica marina. L’alta produttività biologica di questi mari ha facilitato l’accumulo di materia organica sui fondali e la loro conservazione grazie alla scarsa concentrazione di ossigeno disciolta nell’acqua. Con il progressivo seppellimento, l’aumento di temperatura e pressione ha poi trasformato quella materia organica negli idrocarburi che oggi conosciamo come petrolio e gas naturale. Per completare questa maturazione termica ci sono volute decine e decine di milioni di anni.


Uno schema che mostra la formazione di un giacimento di petrolio e gas. La sostanza organica rimsta intrappolata nei sedimenti di origine di marina si trasforma in kerogene, petrolio e gas a seconda della temperatura raggiunta. A causa della bassa densità, gli idrocarburi si mettono poi in viaggio verso l'alto. Se incontrano uno strato di rocce impermeabili, la risalita si arresta e possono accumularsi in rocce porose, ricche di vuoti, come calcari, arenarie e dolomie.

La sola formazione degli idrocarburi, però, non basta a creare un giacimento. Petrolio e gas sono fluidi meno densi dell’acqua e tendono a migrare verso l’alto attraverso le rocce. Se non incontrano ostacoli, si disperdono lentamente verso la superficie e non si accumulano mai in grandi quantità.

 

Ed è qui che entrano in gioco le montagne. La compressione tettonica che ha generato la catena degli Zagros ha anche piegato e deformato gli strati sedimentari sottostanti, creando grandi anticlinali, ovvero pieghe arcuate nelle quali le rocce si incurvano verso l’alto. Queste strutture geologiche possono funzionare come vere e proprie trappole naturali per gli idrocarburi. Quando petrolio e gas migrano verso l’alto all’interno di rocce porose (calcari e dolomie in questa regione), si accumulano nella parte sommitale della piega, dove rimangono intrappolati sotto strati impermeabili di argille o evaporiti (rocce prodotte dall’evaporazione dell’acqua marina, come gessi e salgemma).


I giacimenti più grandi si accumulano in corrispondenza delle pieghe anticlinali, dove la geometria degli strati favorisce la raccolta e la conservazione di idrocarburi.

Il risultato di questa combinazione di processi, sedimenti ricchi di materia organica, rocce serbatoio molto porose, coperture impermeabili e deformazione tettonica, è uno dei sistemi petroliferi più efficienti del pianeta. Non a caso proprio lungo la fascia degli Zagros e nelle regioni limitrofe del Golfo Persico si trova una delle più alte concentrazioni di giant oil fields, i giacimenti petroliferi con riserve note superiori a 500 milioni di barili.


Giacimenti di petrolio (verde) e gas (rosso) intorno al Golfo Persico. Da Insalaco et al. (2006).

Una parte rilevante della ricchezza energetica del Medio Oriente è legata alla formazione di una catena montuosa. Può forse suonare come qualcosa di inaspettato, ma in realtà questo non è altro che un esempio di come processi geologici che si sviluppano nell’arco di decine di milioni di anni possano influenzare profondamente la storia naturale prima e quella umana poi.

 

Per concludere vale forse la pena soffermarci proprio su questa distinzione, naturale e umano. Le vicende che hanno creato i grandi giacimenti di idrocarburi del Medio Oriente sono fatte di geologia, chimica e fisica. Eppure siamo abituati, forse assuefatti, a percepire ciò che ruota intorno ai giacimenti di petrolio e gas come una miccia capace di generare conflitti, distruzione e profonde disuguaglianze. Qualcosa molto lontano dal mondo naturale.

 

Petrolio e gas non sono altro che materia organica concentrata, una spremuta geologica di energia accumulata nel corso di milioni di anni. L’essere diventati il simbolo di tensioni geopolitiche e conflitti è una storia solo umana.

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